L'immagine riflessa

di Emiliano Angelini
Terzo classificato al VII Trofeo RiLL

Sola.
Comodamente seduta sul divano del bel salotto, la donna osservava lo specchio restituirle la sua immagine. Sola, sì, ormai ci si era adattata.
Quante volte, guardando quell’immagine, si era sentita invadere da un senso d’inquietudine profondo e d’improvvisa tristezza: una bella donna, lo era ancora, certo, che avrebbe potuto ottenere molto di più dalla vita e invece...
Si studiava a lungo davanti a quello specchio, fantasticando su come sarebbe stato diverso senza quell’incidente. Sarebbe cambiata ogni cosa, sicuramente. Pensava ai figli che non aveva mai partorito, sognava di accarezzarli ed educarli e prepararli ad affrontare un mondo sempre più difficile. Li vedeva, con gli occhi della mente, riflessi su quel vetro magico accanto a lei. Sorridenti e suoi. Aveva persino donato loro dei nomi. I due più grandi, un maschio e una femmina, abbracciati ai suoi fianchi e il neonato cullato tra le braccia. Lo baciava con gioia mentre il salotto alle sue spalle si espandeva in lontananza accendendosi di verde tra le pareti che si scioglievano ai caldi raggi del sole. Esisteva solo quello specchio, enorme porta di un mondo perduto per sempre, che riempiva ogni suo pensiero: i tenui colori si andavano allargando alle sue spalle e le valli si aprivano distanti, colme di quella luce che colpiva la cornice restituendo sottili fili dorati che illuminavano i volti dei bambini e i paesini. Riusciva a vederne i minuscoli abitanti coi vestiti a festa; ne conosceva i nomi ad uno ad uno, ne sentiva ogni sussurro, ogni battito dei loro cuori... finché, d’un tratto, i due ragazzi le strappavano di mano il neonato con violenza. E non erano più loro, ma due orribili forme umanoidi che fuggivano tra l’erba improvvisamente secca che il vento scuoteva con rabbia. Le vallate inghiottivano, chiudendosi come voraci mascelle, uomini urlanti e le loro case di cartone. Il grigio annullava rapidamente il cielo addensandosi in muri che, forti, s’innalzavano a ricostruire la sua casa. La sua gabbia. I due mostri correvano via dalle sue fantasie con un bimbo che urlava terrore. Lo avrebbero divorato, spartendoselo. Lei lo sapeva.
Cento volte aveva pianto, risvegliandosi, colma di orrore, da questa visione. Era stato l’incubo ricorrente, soprattutto nei primi anni, e le era stata di grande aiuto l’assistenza di uno specialista loro vicino.
Ma nulla era stato facile in quei venticinque anni. Dopo l’incidente occorso a George, suo marito, fu costretta a trasferirsi fuori città, nella quiete di una vita che fosse più anonima possibile. E tra le decisioni più importanti ci fu quella di rimanergli fedele anche dopo la sua scomparsa. Una decisione che avrebbe ovviamente condizionato la sua futura esistenza, ma che lei accettò di buon grado, come fosse una sfida del destino. Non era religiosa, Marta, ma si era scoperta una donna davvero tenace.

Battiti cardiaci nel silenzio di quella solitudine.
Un suono pacato e regolare che sembrava sospeso a mezz’aria, talmente era leggero: tump, tump, tump. Aveva pensato che sarebbe impazzita e invece, quel bizzarro appiglio di ancor più pazza realtà l’aveva aiutata.

Naturalmente, per proteggere il suo bisogno di riservatezza, non era mai stato possibile allargare oltre un certo limite il circolo delle proprie conoscenze, limitando poi al minimo il numero degli intimi.
Sola forse no. Ma quanto di più vicino ci fosse.
Quanto tempo in compagnia di un battito cardiaco confuso tra i granelli di polvere che volteggiano pigri, immersi in un caldo raggio di sole. Quanti anni in attesa, con la paura di non udire più quei sordi rintocchi di cuore, per poi non poter altro che impazzire nel dolore della ricerca. E ancora, quante volte la tentazione di attraversare lo specchio era stata così intensa, tanto forte da far vacillare la promessa d’eternità fatta a George. Varcare quella soglia e innalzarsi oltre gli incubi, oltre un bel salotto di campagna, via dalla corrosiva tranquillità di un’esistenza consumata di fronte a se stessa, alla sua mente e ai suoi occhi stanchi e inutili.
Eppure, nonostante tutto, siamo ancora qui.

“George. Forza, svegliati.”
Nulla si mosse sulla superficie levigata dello specchio mentre George si alzava dal divano. Il suo corpo lasciò intatta l’immagine fasulla che veniva restituita al mondo. Le sue labbra trasparenti sfiorarono quelle della moglie, omaggiandole di un bacio affettuoso.
L’estate, grazie alla sua condizione, non sentiva il bisogno di vestirsi e, dunque, niente avrebbe indicato a un estraneo la sua presenza. Niente, tranne un bracciale di stoffa rosso fuoco voluto da Marta: “Almeno, mentre stiamo parlando, so da quale parte girarmi se ti muovi!”, gli aveva imposto. E non aveva certo torto.
Che pazienza aveva avuto in tutto quel tempo!

Marta guardò lo specchio. Marta guardò dallo specchio.
Una striscia di stoffa volteggiò per la stanza portando con sé un’incorporea presenza che gli strali di un curioso sole trafissero incuranti, andando a morire su di una poltrona a fiori.
“Io vado nello studio, cara. Vedrai che sorpresa ti sto preparando!”
“Sì, sì. Ma ricordati che stasera abbiamo Bill a cena, capito?”
“D’accordo amore. Ciao.” Una porta si aprì per far passare la voce che si congedò con uno sbadiglio.
Uno straccio colorato. Suo marito. George. Investito dalle radiazioni a seguito di un esperimento in laboratorio sfociato in un’inimmaginabile mutazione. Suo marito, una semplice varietà di capi d’abbigliamento svolazzanti nella casa, un cuore che batte cieco in una stanza, un’illusione da prestigiatore. Il più bravo del mondo!
Una voce. Parole che ti assalgono improvvise vomitate dal nulla, che ti toccano come mani gelide nelle sere d’inverno e ti gettano nell’angoscia più cupa. Il dubbio di avere di fronte la tua sola psiche. Uno straccio che brucia, una fantasia che si muove liberamente nella tua testa. Toccare, parlare, cercare, immaginare. Attendere un suono o il movimento di un oggetto.
Follia.
Essere l’unica persona nei paraggi. Mentre un’estensione del tuo cervello si materializza di fronte a te, chiacchierando tranquillamente. Facendo finta di essere un’altra persona. George, per l’appunto. Magari suo marito era realmente morto in quel frastuono di vetri e sostanze chimiche e lei non aveva voluto accettarlo, preferendo costruirsi quell’assurda convinzione d’inconsistenza visiva.
Follia.
Già. Forse stava vivendo in un mondo assolutamente interiore. Chi l’avesse osservata dall’esterno avrebbe visto una donna agitarsi e parlare ad alta voce rivolgendosi agli oggetti più disparati. Come una matta.
E, probabilmente, lo sono.
Ma era troppo tardi: ormai non aveva più né la forza né l’intenzione di uscirne. Non avrebbe avuto senso farlo adesso.
Un ragno sul muro camminò rapido, trascinando con sé un boccone della sua ultima preda. Sostò un attimo vicino alla cornice del grande specchio che dominava la stanza, poi si nascose dietro di esso, inghiottito dal buio.
Un brivido tagliò in due la schiena di Marta. Pensò con ripugnanza a ciò che avrebbe potuto trovare spostandolo, a cosa nascondeva quel dannato vetro bugiardo. Decise che sarebbe stato meglio non farlo. Era così angosciante. Si diresse con lunghi passi verso la cucina, ripromettendosi che un giorno o l’altro avrebbe trovato il coraggio di scostarlo per ripulire tutto ben bene.
Si bloccò. Aveva parlato ad alta voce. Ancora.

Una volta in cucina, prese dalla credenza tutto ciò che le occorreva.
Venticinque anni a dialogare col vento.
Ricordava ancora il suo volto: poco più che trentenne, l’aria assorta e troppo spesso serio. Ma quei lineamenti così giovanili! Non riusciva a figurarsi un altro viso se non quello del promettente scienziato che aveva appena sposato. No davvero! Neanche quando tentava, a occhi chiusi, di tracciarne un ritratto immaginario seguendo con le mani le forme della sua testa, percorrendo le linee della sua pelle sconosciuta, le dita mobili e attente, leggendo il contorno di ogni ruga. Un viaggio nell’insondabile, come gli ignari esploratori di un pianeta occultato dall’assenza di stelle nel proprio cielo di pece, avvolti da pesanti tenebre invincibili, vaganti nella speranzosa ricerca di un particolare o una montagna, di un fiume o una cicatrice. E, improvvisamente, spalancare lo sguardo sull’abisso di vuoto che stringeva, e lacrime salire su irruenti, ad annebbiare ogni trasparenza di quella vita che sembrava pazzia.
Tuttavia, qualunque cosa fosse accaduta quel maledetto giorno nel laboratorio di suo marito, nessuno era riuscito a dare una spiegazione esauriente o certa dei fatti. Supposizioni, teorie, nuovi esperimenti. Ma di miracoli neanche a parlarne.
Finché, nella massima discrezione possibile, si erano rifugiati in un anonimato che li aveva costretti a sparire dalla società. George aveva proseguito i suoi esperimenti nel tentativo di trovare una soluzione ma, nonostante i suoi sforzi per infonderle fiducia, Marta era ormai convinta che non sarebbe approdato a nulla di concreto. La Fondazione per la quale lavorava, oltre a mettere a tacere tutte le voci sull’incidente, gli aveva concesso un lauto indennizzo e la fornitura di materiali e attrezzature per le sue ricerche. L’esistenza era trascorsa e trascorreva con meccanica monotonia. Davvero inimmaginabile per un uomo unico al mondo come George Lee!

Accese la radio nel tentativo di scacciare tutti quei pensieri. Ci si era arrostita quel poco di materia grigia che la natura le aveva concesso.
Il notiziario diffondeva notizie vaghe e cruente sul maniaco che, indisturbato, aveva già commesso tre delitti nelle vicinanze. Circolavano voci non confermate sulla sua sospetta appartenenza a una setta di fanatici religiosi, i cui vertici smentivano decisamente. Sinora aveva preso di mira soltanto donne, sorprese senza compagnia in casa o nel bosco, e le aveva uccise. Accoltellate. La Polizia non aveva fornito troppi particolari ai giornalisti ma lei sapeva che, dopo averle uccise, abusava dei loro corpi. Glielo aveva rivelato Bill, il locale sceriffo, messo all’erta dai colleghi dei paesi vicini e quindi bene informato. Necrofilo. Così lo aveva definito. Marta aveva finto di capire, ma più tardi, quella sera, aveva chiesto a George cosa significasse. Che orrore! Bill aveva ragione a essere preoccupato e parecchio nervoso in quel periodo.
Bill era uno dei pochi amici intimi che si erano concessi. Ed era stato un bene: li aveva sempre protetti dagli intrusi e tenuto lontano i curiosi.

Bah, che schifo!
Marta odiava pulire i polli: s’imbrattava tutta. Ma lo faceva volentieri per Bill. Ne andava matto e la metteva sempre in imbarazzo per tutti i complimenti che le faceva. Meno male che almeno a ucciderli ci pensava George.

Il notiziario era al termine. Il saluto del cronista fu troncato da qualche secondo di violento vuoto radiofonico. Un silenzio impregnato di tensione. E, nel ronzio delle onde elettromagnetiche... tump, tump, tump, tump, tump... battiti cardiaci in folle frequenza. Paura!
Marta si volse di scatto, col coltello stretto nella mano macchiata del sangue degli animali, mentre nel locale si diffondeva un vecchio brano di Duke Ellington.
“George! George, sei tu?”
L’aria tacque. Il respiro le si era bloccato nel petto. Niente. Attese, rimanendo in attento ascolto. Passò un minuto, forse qualcosa di più.
Brutta faccenda, la suggestione. Anch’io sono parecchio nervosa, già.
Finalmente decise di tornare alle sue faccende. L’acqua riprese a scendere nel lavandino. Liquido rosso scendeva sulle sue mani.

...tump, tump, tump, tump...
Il cuore pareva voler fuggire via più veloce di lui mentre strisciava fuori da quella casa segnata da Dio. Era una Strega o una Santa: lo aveva sentito. Aveva avvertito la sua presenza senza nemmeno bisogno di vederlo. Sicuramente era stata avvisata da qualche segno del Signore, quindi era una Santa. Certo era così, poiché le altre non avevano ricevuto nessun aiuto nonostante le loro false preghiere, che lui aveva udito prima di purificarle. Loro erano Streghe. Lei no.
Le gambe correvano all’impazzata verso il bosco, la sua ultima dimora terrena. Aveva peccato e Dio aveva dovuto punirlo. “Perdono, Padre!”
 Capì che non avrebbe dovuto giacere nella lussuria con le sue vittime. Aveva ceduto al piacere della carne. Era peccato mortale.
La mente precipitava nella follia più oscura mentre ripensava ai prodigi della Santa. Ella aveva il potere: rendeva vivi e mobili gli oggetti con un semplice sguardo, ne udiva le voci, era riuscita a “vederlo” senza usare gli occhi e...
Mi ha persino chiamato per nome!
Si confuse nel verde, sconvolto. Alberi imponenti, severa giuria dalle mille braccia, si levavano al cielo chiedendo il meritato castigo. Indignati, lo accusavano con le loro dita ritorte imponendo un’esemplare penitenza. Lo circondarono. Venne soverchiato dai loro sussurri ondeggianti, finché urlò. Urlò il suo pentimento al popolo delle foglie, prima che un nero velo scendesse a ottenebrare per sempre i suoi pensieri.
George Elliott, squilibrato, un’infanzia poco invidiabile, deviato seguace di una setta il cui intento più elevato era di metter su abbastanza soldi per entrare nel locale mercato del traffico di stupefacenti, fu ritrovato due giorni dopo nel bosco. Penzolante da un robusto ramo.

“Marta! Vieni, presto!”
La voce di George la raggiunse dal salotto. La donna vi avvertì un’inconsueta emozione e accorse preoccupata lasciando perdere ciò che stava facendo. Interrogò brevemente lo specchio con lo sguardo, accorgendosi solo in quel momento del coltello ancora impugnato tra le mani lorde di sangue e di brandelli di carne. Ancora, un brivido la trafisse, veloce come un lampo che precipiti a ferire la terra. Cercò istintivamente di individuare la fascia rossa. Eccola! Adagiata sul divano. Vuota.
“George, dove sei? Smettila di farmi scherzi. Lo sai che non mi piace.”
Silenzio... tump, tump, tump... il battito. Regolare, anche se non calmo come al solito. Lo riconobbe, comunque: così diverso da quello che aveva creduto di udire in precedenza, nevrotico e spaventato.
Si avvicinava alle sue spalle. Alzò gli occhi. Per la prima volta l’immagine riflessa le gridò una verità. Un urlo così forte da farle tremare le gambe. Poteva vedere dietro di sé un uomo. Ritto, completamente nudo, le braccia tese a sfiorarle i capelli. Riuscì a girarsi, senza fiato. L’uomo parlava.
“Ci sono quasi riuscito, amore, ce l’ho fatta! Ho trovato una dannata soluzione che funziona. Non è ancora stabile: l’effetto dura pochi minuti, per adesso, ma so di essere sulla buona strada. Cara! Ma cos’hai? Mi ascolti?”
No. Non l’ascoltava. Fissava sconcertata e inorridita un volto deforme, segnato da orribili cicatrici di ferite che nessuno aveva potuto richiudere correttamente. Capiva finalmente i solchi che le sue dita non avevano saputo comprendere, segni indelebili del passato sparsi per tutto il corpo. Guardava stupita la pelle avvizzita di quell’uomo. Pensò a un cadavere, di un candore lunare, come fosse appena riemerso da un bagno nel latte, pronto per essere seppellito dopo quell’arcano rituale.
Emerso dal nulla.
Un angelo cacciato dal Paradiso per le sue orride sembianze e caduto sulla Terra.
Dunque era così. George, il bel ragazzo che aveva sposato e amato, con la cui immagine fresca e giovanile aveva convissuto fino ad allora, era morto. Sostituito da quel ridicolo vecchietto, nudo come un verme, che pretendeva di chiamarla “amore”.
L’ultima visione che ebbe prima di svenire fu di una ragazzina che, tanto tempo addietro, si era imbattuta in un fiore bellissimo, dai colori talmente splendenti che non sarebbe riuscita a descriverli. Non resistendo, lo aveva colto. Ma quello, in un istante, era marcito, sfiorendo in qualcosa di viscido e sanguinante che colava sul suo corpo. Marta udì il lontano grido della bambina. Il coltello le sfuggiva dalle mani. Ma, pensò, forse è la mia voce.
Perse i sensi tra le braccia di un confuso George.

Eh sì, Bill era nervoso. E non poco.
Quel bastardo che andava in giro accoppando donne come fossero tacchini! Ah, ma se mi capita tra le mani... altro che galera! Un processino guidato da quelle checche di avvocati, qualche anno tra gli strizzacervelli e poi di nuovo fuori a fare il suo porco comodo. No! Se lo becco io...
Per fortuna quella sera era a cena dai Lee. Si sarebbe rilassato un poco. E poi Marta avrebbe preparato del pollo, come sa farlo lei. Ah, che donna! Una vera fortuna per George: qualunque altra l’avrebbe abbandonato al suo destino. Peccato non abbiano avuto figli, sarebbe stata una madre eccezionale. Ma, del resto, sarebbe stato pericoloso. Nessuno avrebbe potuto dire se sarebbero stati normali. O magari trasparenti come l’aria. Come il padre. Già, e comunque, poi, vaglielo a spiegare a un bambino che suo padre c’è ma non si vede! Bah, meglio così.

L’automobile imboccò il vialetto di casa Lee quando il sole era ancora alto. Era un po’ in anticipo. Avrebbe scambiato quattro chiacchiere col dottore mentre Marta terminava di preparare la cena.
Un gruppo di uccellini cinguettavano allegri nelle vicinanze, nascosti dalla fitta boscaglia che sonnecchiava, placidamente distesa fino alle pendici dei monti. Laggiù, gli appassionati escursionisti potevano disporre di un campeggio ben attrezzato. Li immaginò indaffarati tra fornellini a gas e scatolame, o nel predisporre i fuochi per la notte.
Tutto tranquillo.
A poche centinaia di metri da lui, nel bosco, uno squilibrato delirante stava per guadagnare l’eternità. Ma lo sceriffo non lo sapeva ancora.

Un grido dalla casa.
Marta!
Bill si mosse con insospettabile agilità, scavalcando gli scalini dell’ingresso con la pistola già in pugno. La porta volò via con un calcio secco. Tendine dai colori vivaci svolazzarono nell’aria.
Movimenti nel salotto.
Ebbe poco tempo per registrare quanto stava succedendo: uno sconosciuto, indiscutibilmente nudo, sopra il corpo inerte di Marta disteso sul sofà. Sangue su entrambi i corpi. L’uomo aveva in mano un pugnale. Era troppo!
Bill sparò.
Lo sconosciuto si accasciò, muto, con un’espressione esterrefatta sul viso estremamente pallido. Arrancò in cerca di una presa che l’aria non gli offrì e cadde riverso sul divano di un bel salotto di campagna.
Lo sceriffo accorse accanto a Marta. Era ancora viva e, nonostante il sangue, non riusciva a trovare la zona della ferita. Per fortuna: era arrivato in tempo. Avrebbe ricevuto tutti gli onori del caso per aver colto il maniaco sul fatto e salvato la quarta vittima. Perché quello è sicuramente l’uomo che tutti stanno cercando! Ne era certo.
Si volse verso di lui. No, non l’aveva mai veduto prima.
...tump... tump... battiti agonizzanti si persero nell’ultimo raggio di sole del giorno. L’uomo cessava di respirare.
Strano. Bill era convinto di averlo centrato in pieno petto ma non c’era traccia di sangue su quel punto. Solo un foro profondo e scuro. Mah! L’importante è averlo fermato. Per sempre. E adesso sarà meglio chiamare un’ambulanza per Marta.
Un ragno sbucò da dietro lo specchio arrampicandosi sul muro. Si fermò a mezza strada dal soffitto. Sembrava proprio che stesse studiando la scena. L’uomo fu assalito da un senso di inquietante repulsione. Guardò disorientato il viso deturpato di quell’uomo che sembrava sbiadire. Strizzò gli occhi, non riusciva a metterlo a fuoco. Cercò la bottiglia del whisky.
“Ma dove diavolo è sparito George?”
Sì, ci voleva un buon bicchiere.

L’effetto del farmaco stava svanendo.
Moribondo sul divano, George guardò lo specchio.
Lo specchio non guardò più George.

Emiliano Angelini vive a Pescara, dove è nato nel 1971.
Bancario, è appassionato di cinema, filatelia, musica, e ovviamente ama molto leggere.
Con i suoi racconti ha partecipato a svariati concorsi letterari, giungendo spesso in finale.
Ha vinto due volte il Trofeo RiLL, nel 2001 con “Bogey” e nel 2002 con “L’ultimo giorno buono dell’anno” (pubblicati rispettivamente in “Viaggio a Mondi Incantati”, 2005, e “Sognando Mondi Incantati”, 2006). È stato inoltre fra gli autori selezionati di SFIDA nel 2006, nel 2008 e nel 2011.
Il suo “Morte prematura”, finalista al IX Trofeo RiLL, è stato il racconto preferito dai naviganti del sito di RiLL dell’estate 2003.
Nel 2011 RiLL ha curato la sua prima antologia personale, Memorie dal Futuro (ed. Wild Boar), che contiene sia racconti premiati al Trofeo RiLL e SFIDA sia testi inediti.