Crescerà, a poco a poco

di Alberto Cola
Vincitore (ex-aequo) del X Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Ritorno a Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2004]

Il luogo della sepoltura dista qualche chilometro dalla villa di Sarah, lungo la strada che, più avanti, porta ad affacciarsi sulla scogliera di Belle-Ile. Da dove ci troviamo, si vede soltanto il promontorio stagliarsi contro il mare agitato. Il tempo è brutto, e il crepuscolo incombente, incorniciato da nuvole gonfie di pioggia, rende il panorama insopportabile.
Alcune croci di legno bruciano fra lapidi e tombe annerite mentre altre, carbonizzate ma ancora in piedi, fuoriescono dal terreno come resti di pratiche crematorie mai concluse. Sarah mi ha detto che gli abitanti del posto fanno così quando vengono sepolti degli sconosciuti: un modo come un altro per onorare i morti che vogliono essere dimenticati.
Sir Arthur parcheggia sul ciglio della strada e spegne il motore della vecchia Ford. Ha i capelli spettinati e lo sguardo fisso in avanti. Suda, nonostante la temperatura rigida, e non trova niente di meglio da fare che leccarsi le labbra in continuazione.
“Hai una pala?” gli chiedo. “O qualcosa di simile.”
Sembra scuotersi un po’. “Nel bagagliaio. Roba da giardinaggio, più che altro.”
“Andrà bene.”
Voltarsi verso di me sembra costargli una fatica enorme. “E’ pazzesco, Edgar. Pensare che…”
“Non voglio tornare alla villa con il dubbio. Togliamoci il pensiero.”
Avanziamo un po’ nel terreno sabbioso, leggendo a fatica i nomi incisi sulle poche lapidi corrose dal vento. Sir Arthur raddrizza una statuetta raffigurante un angelo con le ali spezzate e degli insetti eruttano fuori dalla spaccatura nel terreno.
“Cristo!...” esclama. Quindi prende a schiacciarli con i piedi.
“Non perdere tempo” lo esorto.
“Diavolo, tutto questo è paranoia” ribatte.
Mi limito a stringermi nelle spalle.
Arriviamo nella parte nuova del cimitero. La tomba con la terra rimossa di recente è perfettamente visibile nel chiarore delle croci che bruciano. L’azione è istintiva ed estraggo dalla tasca della giacca il biglietto che Sarah stamattina ha trovato sul suo letto. La carta è stropicciata, sporca di terra e sangue. Rileggo per l’ennesima volta la grafia frettolosa e incerta: Non esiste prigione.
“E’ lui…” dico, con una voce che si spegne quasi subito.
Sir Arthur segue il mio sguardo e ne approfitto per indicargli la scia appena accennata che si allontana sul terreno bagnato. Il suo volto, nonostante lo scetticismo che ha sempre dimostrato, sbianca. “Era lui… Quando ti convincerai, Edgar?”
Gli lancio il badile. “Scava, se ne sei così sicuro. Sono già passati quattro giorni, un tempo sufficiente per morire, non credi?”

Conobbi Sarah Bernhardt il giorno della prima de “La damme aux Camélias”, all’Odeon. Londra non aveva resistito al richiamo della Divina dopo i successi così tanto pubblicizzati alla Comédie- Française ed io, che ero giunto in città solo da pochi giorni su invito della Society for Psychical Research, feci altrettanto. Aveva cinquantacinque anni ed era bellissima, capace con naturalezza di soverchiare in grazia e fascino donne molto più giovani di lei. Nessuno, quella sera, notò la regia attenta e la scenografia impeccabile; non avevamo occhi che per lei.
Ad accompagnarmi in quell’esperienza fu Sir Arthur Conan Doyle, appassionato di Spiritismo e col quale avevo intrattenuto nei mesi precedenti una fitta corrispondenza. Si professava mio estimatore con tale convinzione che, fin dal primo momento, non riuscii a nascondere un disagio compiaciuto. In quell’occasione poi, al termine del primo atto, forse divertito dalla mia espressione rapita, o molto più probabilmente per far colpo su di me, confessò di essere un intimo amico della Bernhardt e si offrì di farmela conoscere.
Al termine della rappresentazione ci dirigemmo verso i camerini, dove una piccola folla composta quasi totalmente da uomini si agitava irritata tra mazzi di rose e viole. Sir Arthur non aveva esagerato: riuscimmo a scavalcare la fila, ignorando mugugni e altre velleità linguistiche, scortati dall’impresario e da alcuni facchini fino alla porta del camerino o, per meglio dire, delle stanze della primadonna.
Sarah Bernhardt era impossibile da rinchiudere in una fredda descrizione. In quel momento se ne stava sdraiata su un divanetto di pelle, il corpo fasciato da un accappatoio con le sue iniziali ricamate e i capelli bagnati raccolti dentro a un asciugamano. Stava maneggiando alcuni biglietti che, con noncuranza, gettava in terra dopo aver letto. La pila di carta sul pavimento era considerevole.
“Arthur caro!” esordì. “Sei una ventata di realtà dopo una giornata da incubo...” agitò in aria l’ennesimo biglietto. “Qui c’è un tizio che si dice convinto della mia superiorità rispetto alle interpretazioni di Sondra Parker, come se io potessi essere confrontata con qualcun’altra. Ho persino recitato davanti ai pellerossa, in America; che ci spedisse la Parker, questo idiota.” Prese un altro biglietto mentre assistevamo, muti. Dopo qualche secondo, sbottò in una risata. “Quest’altro invece si dice disposto a suicidarsi per me... Vorrei ben dire, è il minimo che posso pretendere per un dramma degno di questo nome.” Solo nell’attimo in cui gettava nel mucchio il nuovo biglietto sembrò notarmi, a malapena rischiarato dalla luce fioca delle lampade. I suoi occhi brillarono. “E tu, Arthur caro, cosa mi hai portato per farmi superare la giornata?”
Sir Arthur si riscosse, il volto all’improvviso illuminato. “Un mio caro amico, Sarah. Il signor Edgar Cayce, un americano...”
Fatto insolito, almeno per me, mi sentii attraversato da una forte energia mista a spavalderia. Feci due passi in avanti e con un gesto zittii Sir Arthur. “Un ammiratore, signora, che in sua presenza intende restare decisamente vivo.”
“Lei non sembra uno dei soliti amici di Arthur, signor Cayce.” La Bernhardt si alzò dal divano e venne verso di me, incuriosita. Anche nell’attraversare quella stanza aveva il portamento di chi stia calcando il palcoscenico più importante. “Ha uno sguardo molto deciso, signor Cayce. Come si guadagna da vivere?”
Sir Arthur si esibì in un delicato colpo di tosse. “Sarah, Edgar è qui su invito della Society for Psychical Research, ma al momento non credo che...”
La Bernhardt non aveva smesso per un istante di fissarmi, disinteressata del balbettio di Sir Arthur. Sostenni quegli occhi con difficoltà, capendo perché folle di uomini la portavano in trionfo considerandola una regina. Sorrisi e le risposi: “Niente di eccezionale. Sono solo un guaritore psichico, signora Bernhardt.”

Sir Arthur cade all’indietro, simile a un essere sovrumano, col viso sporco di terra e il corpo zuppo di sudore. Getta via la pala ed erompe in una bestemmia.
Ho raccolto un po’ di legna e il fuoco proietta su di noi deboli bagliori. Solo la buca resta oscura, terreno per vermi e cattivi pensieri. Il coperchio della bara sembra morsicato dall’interno, mentre il rivestimento povero è macchiato di sangue; nel feretro qualcosa ha lottato per uscire.
Sir Arthur prende a piagnucolare. Lo fisso, provando pena per lui.
“Ancora scettico, amico mio?”

Sdraiato sul divano nella suite di Sarah Bernhardt, circondato dal silenzio, iniziai a viaggiare.
Fin dall’età di sette anni ho avuto questa capacità, e ciò mi ha permesso di vedere le cose da un altro piano della realtà. Mi hanno definito veggente occulto, uomo in grado di proiettare le sua essenza astrale, possessore della chiave che permette di aprire il tempo e lo spazio e altre idiozie simili.
Molto semplicemente,
vedo.
Il corpo di Sarah si schiuse nella mia mente e percepii tra le labbra il dolore che ella provava, la sensazione di pallido sollievo fornitale da medicine inutili, e la sua forza d’animo, enorme. Scorrevo ossa, muscoli, organi come un capitano di corvetta davanti a una mappa nautica, scoprendo la vecchia assenza di un polmone e quella più recente di un rene. Infine, quando la realtà si ricostruì davanti ai miei occhi, il volto di lei aveva assunto tutt’altra luce, e la conobbi come mai nessuno prima.
“Metti da parte gli intrugli che ti danno” mormorai. La mia voce si materializzò a fatica, come dopo ogni viaggio. “Sono perlopiù inefficaci. C’è un’industria chimica, appena fuori Londra, si chiama Keller, devi assolutamente farti dare un flacone di Codiron. Non lo troverai nelle farmacie. Ti aiuterà per il dolore, ma devi fare attenzione perché il polmone è affaticato.”
Quando, il giorno dopo, Sarah mi raccontò, con la sua solita intensità, dell’espressione allibita del responsabile dell’industria - il quale, stupefatto, le aveva detto che il brevetto di quel farmaco era stato depositato un’ora prima e che per almeno un mese non sarebbe stato messo in commercio -, avevo in mente soltanto il suo volto, e i suoi occhi che mi tenevano lì, incapace persino di respirare.
“Se un giorno avrò ancora bisogno di te - mi disse - ti chiamerò perché so che verrai.”
Se solo avessi immaginato cosa avrebbe comportato quella muta promessa, sarei fuggito all’istante.

Dal cimitero alla villa di Sarah occorrono dieci minuti buoni d’auto, lungo la strada che si snoda tra le colline. Sir Arthur è rimasto al cimitero, troppo terrorizzato anche solo per capire che dovevamo muoverci, tornare da lei. I vigliacchi non servono quando c’è da risolvere un problema.
Volerei per raggiungerla, se fosse possibile, ma capisco anche che questi minuti mi serviranno per riflettere, e prepararmi. Sarah ha imparato a lottare contro la vita, ma farlo contro la morte non è la stessa cosa. Chissà se fino alla fine resteremo fedeli all’incubo che ci siamo scelti.
Lui. Anche solo pensarne il nome mi risulta inconcepibile.

Passarono anni e i miei impegni mi impedirono di rivederla, se non quando perse la gamba nell’incidente.
La mia fama si era accresciuta in modo notevole e, di conseguenza, fastidioso. L’occasione mi fu data da un mio viaggio a Parigi; la incontrai nella sua casa appena fuori città. Anche in quella circostanza mi accompagnò Sir Arthur, il quale mi preparò alla presenza di un nuovo amico di Sarah. “E’ dotato di una personalità curiosa e intrigante, vedrai...” confessò.
Sarah era sempre bellissima, nonostante la sua menomazione. Mi accolse con calore e sorrise quando la chiamai “Ma Dame”, il modo in cui si riferivano a lei i suoi ammiratori. Quindi, col volto animato da un’espressione particolarmente soddisfatta, mi presentò Harry Houdini.
“Ho sentito molto parlare di lei” dissi, stringendogli la mano.
“Spero non siano state solo chiacchiere.”
Houdini, dotato di una personalità magnetica, sembrava irradiare un calore fuori dal comune, che riverberava tutt’intorno a lui. Sebbene io fossi abituato, grazie alle mie capacità, a rilevare la parte più intima dell’essenza delle persone, restai sorpreso dalla potente aura che circondava quell’uomo. E soprattutto dal fatto che, in modo del tutto istintivo, egli avesse intuito qualcosa nel mio atteggiamento.
“Ho già visto quello sguardo” ironizzò. “La prego, non mi dica che ho un dono, come mi è già capitato.”
Il suo sarcasmo mi ferì. “Lo chiami come preferisce. Non per tutti è tale, mi creda. Sono le nostre limitazioni a spingerci oltre, e spesso ci fanno scoprire che molti segreti della vita sono oscuri.”
Rise, condiscendente. “Lei, signor Cayce, come si definirebbe?”
“Sono soltanto un messaggero. Nient’altro.”
“Bene, io invece un osservatore molto scrupoloso, come saprà. Non potevo perdere la messa in pratica dell’idea di Sarah. E osservarla.”
Mi voltai verso di lei che, col suo modo di fare che mai dava troppa importanza alle cose, liquidò la frase di Houdini con un vago gesto della mano. “Che orrore, Edgar. La scorsa settimana il mio medico voleva farmi provare una protesi, neanche fosse stato un vestito. Preferisco recitare sdraiata piuttosto che traballare su un palco.” La determinazione che solo per un istante ne mutò i lineamenti, mi spaventò. “Ho fatto in modo che vi incontraste, Edgar, perché siete le uniche persone in grado di farmi ricrescere la gamba.”

La villa è livida e un accenno di nebbia è sceso a tumularne i giardini e le facciate color cenere; un vento freddo soffia dal mare con raffiche improvvise. Fermo la macchina proprio davanti alla scalinata principale, e il debole bagliore visibile dalla finestra del salone mi indica che la troverò proprio dove l’ho lasciata tre ore prima.
Sarah è seduta contro il chiarore metallico della finestra, i lineamenti rigidi di chi sta esplorando i territori più oscuri della memoria; le sue manie, le eccentricità, le ingiustizie, le bugie straordinarie sono racchiuse nel grigiore del suo sguardo che raccoglie tutto in un enorme sudario, di tanto in tanto squarciato solo da qualche ossessione.
La sua voce rabbiosa graffia l’aria: “E’ vuota, vero Edgar? Quella maledetta tomba è vuota!”

Harry Houdini, oltre a stupire con le sue esibizioni mirabolanti, era anche un accanito oppositore dello Spiritismo. Non mi stupì quindi il suo desiderio di aiutare Sarah e, soprattutto, di vedermi all’opera, lui che si definiva uno smascheratore di frodi psichiche e negatore di ogni paranormalità.
Malgrado l’impresa fosse assurda, non me la sentii di privare Sarah della speranza, seppur irragionevole, di tornare a calcare le scene; così, sotto lo sguardo incuriosito di Houdini e quello eccitato di Sir Arthur, mi accinsi a viaggiare per la seconda volta all’interno del mistero del corpo di Sarah Bernhardt.
La velocità e il desiderio con cui iniziai il viaggio mortificò ogni cautela. Mi gettai nell’esperimento con infantile entusiasmo, finché non percepii il mio respiro scomparire e il battito cardiaco ridursi sotto la soglia di sopravvivenza, con le mie capacità che, stranamente, non subivano alcun contraccolpo. Riuscii a guardare così lontano, e senza bisogno della vista, che il solo farlo quasi mi accecò; l’ombra che mi imprigionò nel piano irreale che era Sarah Bernhardt, viveva in un caos di energie contrastanti, tanto che mi venne istintivo attingere da esse e riversarne la forza nella carne martoriata. Inebriato dalla mia stessa furia guaritrice, vagai come un dio giovane e sicuro di sé, mentre l’assenza della gamba di Sarah si materializzava come una mia assenza, col suo corpo che reclamava dal mio il tributo necessario a completare quel vuoto. Fu allora che la presenza di Houdini mi salvò la vita; come avevo già constatato, egli possedeva notevoli risorse psichiche e a esse mi aggrappai, trasformando l’illusionista nel mago, l’energia che mi teneva in vita nel pegno che mi avrebbe separato dall’anima scura di Sarah.
Fu una lotta squisita di sorrisi seviziati, dolore e ferite, come mai avevo provato. Fu come riversare liquido da un recipiente in un altro.
Col mio senso del tempo talmente impoverito da farmi ignorare da quanto avevo lasciato il mio corpo, la realtà si ricostruì rigida davanti ai miei occhi, mentre avvertivo ancora gli echi del recipiente che sarebbe stato la gamba mancante di Sarah riempirsi senza pietà di un’altra essenza, come un essere dalla testa deforme; un’essenza non mia, ma che arrivava incontenibile dall’energia psichica di Houdini.
Tornai a respirare, piegato in due da spasmi acuti ed emozioni scabre. Sapevo già che il prezzo vero da pagare sarebbe stato ben più alto di quel momentaneo malessere.

I lavori di restauro della villa sono stati interrotti settimane prima; Sarah freme per la sua nuova condizione e non vuole estranei attorno, nessuno che si ponga domande. Così, mentre attraverso il salone coperto da drappi, utensili da lavoro e materiali vari, mi immedesimo nello sguardo di lei, capace di dare un senso anche a quell’ambiente precario, proprio come la situazione in cui ci troviamo.
“So già cosa stai per dirmi, Edgar, ma dovresti conoscermi a sufficienza per sapere che non mi sposterò da qui.” Sarah rafforza il suo intendimento sollevando il capo e irrigidendo il corpo sdraiato sul sofà. Appoggia il bastone in terra e mi sfida con lo sguardo: il fondo di incredulità che ne anima i lineamenti la rende ancora più desiderabile.
Il fuoco nel camino sta morendo, ma un piacevole calore si è diffuso nella stanza. Le candele che Sarah ama tanto sono ovunque e sprigionano un chiarore privo di melodia; mi rendo conto che sembra di essere in una cripta.
“Sarah, sarebbe più opportuno che...”
Ella sbatte l’impugnatura del bastone sul pavimento, zittendomi. “Ho passato gli anni a giustificare la mia esistenza imponendomi agli altri. Nessuno, Edgar, potrà costringermi a fare qualcosa contro la mia volontà.” Punta il bastone contro di me, come fosse uno scettro. “E soprattutto a lasciare la mia casa. Non mi farò intimorire.” Il suo volto ora è pallido, nonostante la rabbia.
“E’ come uno spettro imprigionato in questo mondo da un fatto violento che ne ha condizionato la vita” argomento, sperando di convincerla. “Avverte la sua incompletezza e farà di tutto per superarla, per liberarsi. Non rinuncerà, lo sai.”
Sarah erompe in una risata che nell’aria si trasforma in una turbolenza, una vibrazione unica. “Edgar - mi canzona, aprendosi la vestaglia sulla gamba -, neanche io rinuncerò a questa.”
Rimango immobile, in silenzio. Percepisco l’ardore dell’ambizione di Sarah simile a una luce che brilla in lontananza. Dall’ultima volta che l’ho vista, la gamba in ricrescita ha fatto notevoli progressi; ora la propaggine più estesa arriva all’altezza del ginocchio dell’arto intero e apparentemente si allunga ogni istante di più, ma è soltanto un effetto dato dalla materia che si ricrea, anche se la carne sembra in suppurazione. Quel mosaico di nervi, muscoli e vasi sanguigni ha assunto un colore blu sporco; ogni tanto una piccola bolla collassa lasciando fuoriuscire del liquido rosa che Sarah si premura di ripulire, dedicandovi lo stesso amore che si impiega nell’accudire un neonato. Nel silenzio, posso udire il flebile scricchiolio dell’osso che si allunga, mentre su tutto ristagna un intenso odore di fiori morti.
“La mia volontà è pari alla sua.” La voce di Sarah risuona profonda, distogliendomi dalla visione della gamba. “E ho bisogno di sapere se sei con me, Edgar.”
Improvvisamente, sento un forte bisogno di ingoiare aria.
“E’ morto, Sarah; noi no, non ancora. Non ti abbandonerò, comunque.”

Sir Arthur serrò le braccia di Houdini con la cintura dei pantaloni, quindi strattonò la camicia, strappandola, per impedire ancora di più i movimenti al nostro amico.
“Non servirà a trattenerlo” commentai.
“Giusto il tempo sufficiente...”
Gli occhi di Houdini emanavano una forza smisurata. Erano due scaglie di ghiaccio che gelavano il sangue e quando ti fissavano sembrava di percepire un artiglio che graffiava la nuca. C’era solo odio in essi.
Houdini aveva già quello sguardo fin dal momento in cui arrivò alla porta della villa. Notammo subito il suo incedere esitante, la zoppia che passo dopo passo si manifestava con evidenza. “Siate maledetti!”, aveva esordito.
Era forte, allenato, e la sua collera travalicava qualsiasi resistenza. Si diresse verso di me dopo aver abbattuto Sir Arthur con una spallata, ma a ogni passo faticava a trattenere una smorfia di dolore. Prese il bavero della mia giacca e mi attirò a sé.
“Qualunque cosa tu mi abbia fatto...” minacciò. “Non sopporto il dolore, non riesco più a camminare, a fare spettacoli...” Mi schiaffeggiò, ero paralizzato. “Il mio ortopedico ha detto che non sa come spiegarselo, ma la mia gamba si sta accorciando, stregone da quattro soldi!”
La forza nelle sue mani si spense all’improvviso, e i suoi occhi si rovesciarono all’indietro. Cadde sulle ginocchia, rivelando la figura di Sarah, appoggiata a una sedia, che impugnava il suo bastone come fosse una mazza.
Sempre lei, ora, sotto lo sguardo impotente di Houdini, mi passò una pistola. “Portatelo giù, all’inizio della strada.” Si accasciò su una poltrona. “I contadini sapranno cosa farne.”
L’espressione di Houdini non mutò. “Se esiste un modo per tornare in questo mondo, io lo troverò. L’inferno non riuscirà a trattenermi.”
Sarah sembrò succhiare aria attraverso i denti. “Sparagli, Edgar caro.”

Seguo gli occhi di Sarah, rivolti verso i gradini di marmo che portano alla cucina. Una corrente d’aria fredda penetra nel salone, qualcosa sbatte a distanza e le candele tremano, dando alla scena un senso di movimento che non c’è. La pistola nella tasca torna a pesare, ma sono troppo spaventato per prenderla.
“Edgar, dov’è Arthur?”
La tristezza improvvisa di Sarah ricopre ogni cosa, intessendosi intorno al mobilio e ai miei pensieri.
“L’ho lasciato giù al cimitero. Era inutile trascinarselo dietro.”
Mi dirigo verso i gradini e affronto i primi metri del corridoio. Socchiudo gli occhi, sforzandomi di scorgere forme e movimenti nel buio, ma tutto è muto. Torno sui miei passi e prendo un candelabro; il pavimento è schiumoso e sudicio, imbrattato da una scia di terra che scompare oltre la porta finestra che dalla cucina dà sul patio. Al posto di orme ci sono soltanto impronte di mani, come se qualcuno si fosse trascinato fin lì a fatica, per poi fuggire.
Desidero scappare, gettare il candelabro, la pistola e andarmene da lì, da quell’incubo che so sta per esigere il suo prezzo. Ma non riesco a staccare lo sguardo dalla traccia sul pavimento, più scura e marcata da un lato...
...come quella che lascerebbe un corpo con una gamba sola, o al limite più corta...
“Edgar, parlami!” urla Sarah, lontana.
Torno nel salone e il mio silenzio è più che sufficiente. Sarah si aggrappa al bastone e ne stringe il legno fino a che le sue mani non diventano due fantasmi. Dal brontolio che emette capisco che non smetterà di combattere. Non ancora.
Il puzzo di fiori morti e cancrena non mi infastidisce più. La guardo e sorrido. “Sarà meglio chiudere le imposte, per questa notte.”

Alberto Cola è nato nel 1967 a Tolentino (Macerata), dove risiede e lavora come libero professionista.
Suoi racconti sono stati inseriti in molte antologie e riviste di diversi editori.
Ha vinto fra gli altri il premio Courmayeur, l’Alien (due volte, nel 1996 e 2003), il Lovecraft e il Cuore di Tenebra. Ha partecipato spesso anche al Trofeo RiLL, piazzandosi secondo nel 1999 (con “Superficie”) e nel 2003 (con “Prendimi per mano”), quarto nel 2000 (con "Qualcuno ti sveglierà") e vincendo poi la decima edizione, con “Crescerà, a poco a poco”. Quest’ultima opera è stata anche insignita col Premio Italia, come miglior racconto pubblicato nel 2007 su rivista professionale (Robot).
E' stato inoltre fra gli autori selezionati da RiLL nell'ambito del concorso SFIDA nel 2008 e 2009.
Ha scritto i romanzi di fantascienza “Goliath” (Delos Books, 2003), "Ultima pelle" (Kipple Officina Libraria, 2010) e "Lazarus", con il quale si è aggiudicato il prestigioso premio Urania Mondadori nel 2009. Insieme a Fabrizio Bianchini ha pubblicato l’antologia di racconti mainstream “Rotte clandestine” (ed. Montag, 2008). Nel 2011 è uscita l'antologia "Mekong" (Delos Books) che racchiude tredici dei suoi migliori racconti.
Appartiene al gruppo di autori della Carboneria Letteraria.