La Nonna e Io

di Marta Chini
Secondo classificato all'XI Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Viaggio a Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2005]

Le galassie stanno esplodendo. Cumuli di stelle in frantumi scagliate a terra come schegge di vetro. L’universo si contrae in un ultimo singulto. Il ghiaccio dei poli sbotta e si scioglie, mastodontiche montagne si stagliano contro il cielo teso. La lana di cui sono fatti gli alberi della terra si allunga e si attorciglia sui fusti millenari. Li sta soffocando. Gli oceani ribollono di pece purpurea, per sommergere l’emerso. In mezzo al mare vulcani neri eruttano senza sosta, nuovi continenti si innalzano a sostituire i vecchi. Se guardo in alto vedo solo fuoco, dove un tempo pulsavano le costellazioni ora è solo nebbia e fumo. Scontri flagranti, scoppi. Non è una rivoluzione, è la fine. Le galassie stanno esplodendo.

No, no... Io non controllo le ellissi degli astri. Io non faccio franare il cielo. Fuori dalla finestra il mondo prosegue, nella sua frenesia celeste e grigia. E’il mio sangue che bolle, non l’oceano. Guardo l’acqua nel bicchiere sul comodino. E’ ferma. E’ fresca. Il sole è sorto sul decimo giorno di marzo, si comincia bene.

E’ cominciato parecchio tempo fa. In verità c’è sempre stato, ma sotto forma di piccola variazione. Ero lunatica. A volte piangevo per giorni interi senza che nessuno ne capisse il motivo. Non dormivo bene. Parlavo con mia nonna ma non lo dicevo a nessuno. Tutti i bambini parlano con i morti, non c’è nulla di straordinario, dubito però che agli altri bambini i morti rispondano. La prima morte che vidi fu quella di mia madre, ma con lei non ho mai parlato; era strana, timorosa, mi toccava solo se lo riteneva indispensabile. Mangiava poco, dicono, molto spesso se ne rimaneva in silenzio, a giocare con i capelli o a fissare qualcosa di vibrante nell’aria: una tenda mossa dal vento, un rubinetto gocciolante, una piega nel tessuto del divano. Le persone non la interessavano, era più affine alle cose. Mia nonna si chiamava Eva, quale sia il suo nome attuale non lo so. Mi ricordo i suoi polpacci e le sue braccia, era piuttosto massiccia per una donna di quella generazione, aveva una voce robusta e dei gesti decisi, teneva sempre le mani sui fianchi quando ti parlava, e le gambe divaricate. Faceva scivolare i ragni su un pezzetto di carta e li depositava in giardino, costruiva immense cattedrali di carne fritta quando ero triste. E non stava mai a sentire l’opinione di nessuno. E’ stata investita da un camion quando avevo nove anni. Due giorni dopo il funerale si è presentata all’uscio con in mano un coniglio pieno di mosche e l’ha fatto in umido con le olive. Quando mi sono permessa di spiegarle che i morti di norma se ne stanno per i fatti loro, o al massimo fluttuano in oscure soffitte agitando catene poco oliate, ha assunto la consueta espressione caporalesca ed ha chiarito che chi non ha finito la cena non può permettersi disquisizioni parapsicologiche. Non mi è rimasto che mangiare il coniglio e andare a studiare. Ecco perché la mia nozione della morte si è strutturata in modo confuso. A volte invitava le amiche per una partita a bridge, mi toccava sempre fare il quarto, ovviamente fioccavano battute triviali sul giocare con il morto.

In ospedale entrai la prima volta a tredici anni. Mi fecero disegnare, mi imbottirono di farmaci. Per cinque lunghi anni non vidi più mia nonna, mi diplomai, mi innamorai di un compagno di scuola. Ero guarita.

Ci fu un giorno, un giorno di settembre, il dodici mi sembra. C’era stato un forte temporale, di quelli di fine estate. Io ero seduta alla finestra a leggere, la porta era aperta e sbatteva ma non avevo la forza di chiuderla. Mi ero sentita molto male la notte prima. Sentii il tacco delle sue scarpe risuonare sui ciottoli di legno del giardino. Aprì la porta, gocciolava copiosamente, gli ombrelli non le erano mai piaciuti.
“Nonna, sei fradicia” le dissi.
“Quel che non ammazza ingrassa” mi rispose lei.

L’avevo chiamata io. Quella sera parlammo a lungo mentre fuori il cielo vomitava tonanti imprecazioni sulla razza umana. Aveva guardato dappertutto, non riusciva a trovarmi. Sapeva quanto mi sentivo sola, che mio padre se n’era andato, che non avevo nessuno che mi lavasse i calzini. Sapeva dell’ospedale, delle stelle che si comportavano in modo strano, di quel vampiro che aveva preso a seguirmi ovunque sparendo non appena mi voltavo, del fiore che un giorno era sbocciato sulla mia gamba, che avevo cercato di nasconderlo ma cresceva a vista d’occhio e si vedeva il rigonfio dai pantaloni. Le dissi che dopo ero guarita. Le raccontai che mi ero iscritta alla facoltà di Economia, perché i soldi mi erano sempre piaciuti e mi piaceva il mondo. Volevo occuparmi per una volta di una cosa vera, che condividi con tutti, tagliare fuori questa vita di fantasmi e occulte presenze e mostri, sì, le dissi mostri: che giocano a bridge, seguono regole folli e sono permalosi e vendicativi. Guardò davanti a sé in silenzio per un lungo minuto, con aria contrita, poi si alzò, si infilò un grembiule e prese a passare l’aspirapolvere sul tappeto.

Oggi mi sono alzata presto e sono andata in edicola a comprare il giornale. Al ritorno mi sono fermata in un bar, ho ordinato un cappuccino e un cornetto alla crema. Il barista era un giovane mal vestito con mani curatissime. Continuava a ripetersi di stare calmo, non l’avrebbero scoperto, la macchina era pulita a fondo, per sicurezza avrebbe dato un’altra mano di vernice sul cofano. Due lesbiche sedute dietro di me al tavolo non si guardavano negli occhi. Non ho capito quale delle due fosse incinta, ma l’altra lo sapeva. Era pronta a perdonare, non sarebbe stato male avere un bambino, una bambina meglio ancora. Un tizio ubriaco fradicio stava riverso sul bancone accanto a me. Un tempo, da bambino, suo zio gli insegnava a costruire trappole per topi. Finito il cornetto sono uscita per fare due passi.

Non tutti sanno che i pensieri hanno un peso. Per strada quando cammino il peso dei pensieri mi schiaccia contro i muri. La cosa sorprendente è che quelli più pesanti sono in apparenza i più innocui. Pesche o susine, la bolletta della luce, quanto manca all’autunno, un nuovo panno in microfibra, che bella macchina. Opporsi è molto faticoso. Per questo devo vivere da sola, persino la compagnia di mio padre si stava rivelando un problema. Non lo biasimo, ho compassione per lui, avrei voluto risparmiargli il peso di aver creato me. Ci sono mesi in cui non esco affatto di casa, faccio spese titaniche il primo giorno e tiro avanti a scatolette finché non finisce.

Non ho menzionato la vista, che per mia fortuna scatta solo al contatto con certi oggetti. Quando ebbi la crisi più grossa, prima del ritorno della nonna, non riuscivo più a toccare nulla. Stavo sempre con le mani alzate. Raccoglievo l’acqua in un contenitore enorme con un rubinetto di plastica e usavo sempre lo stesso bicchiere. La vista funziona come una specie di associazione di pensieri, riguarda il contatto tattile, qualche odore, più raramente un suono. Alcuni materiali impregnano più immagini di altri, il vetro per esempio. In una semplice bottiglia di vetro ci sono: il commesso del supermercato e la sua fidanzata operaia in fabbrica, il padrone della fabbrica che ha molestato l’operaia, la moglie del padrone, l’amante della moglie, il gatto dell’amante, l’albero di pere dove il gatto si è arrampicato, il bambino che ha rubato una pera, il torsolo che cade sulle sue scarpe, il negozio di scarpe, il cliente che esce coi sandali nuovi in finta pelle, la pozzanghera che calpesta, il gatto che si specchia nella pozzanghera; i fili si riannodano, le strade confluiscono, così l’acqua, la pera, il gatto, i sandali restano per me indissolubilmente legati e sembra che nella bottiglia navighi il sapore di tutte quelle mani, suole, code, occhi e d’improvviso mi fa schifo, non riesco più a bere. Le persone come germi si attaccano alle cose. I guanti le attenuano e basta.

I casi di psico-cinesi sono rari, per me. Certo mi capita di incrinare qualche specchio e mandare i bicchieri in frantumi, ma niente di grave. La trasmigrazione è capitata solo una volta e preferisco non parlarne.

La casa della mia famiglia, l’unica in cui abbia mai vissuto, è vuota salvo per me e per Clotilde, la gatta. Non ricordo molto bene quando sia arrivata ma ricordo che in principio mi infastidiva. Si presentava alla porta che dà sul giardino ogni giorno alle sette e monologava con drammatica enfasi finché non veniva nutrita. Ora mi tiene d’occhio, si è convinta di essere sia il mio famiglio sia la mia guardia del corpo, tenta fallimentari agguati contro la dama cotonata (l’apparizione che infesta la soffitta) e soffia per ore contro il poltergeist. La dama cotonata è stata la prima a tornare quando ho smesso la cura, di solito una sua apparizione annuncia una mia imminente crisi. Ho condotto una piccola indagine su di lei, l’estate dopo la maturità, con lo scopo di farla sloggiare ma non ne ho ricavato nulla di utile. Il suo comportamento è estremamente prevedibile. Sospetto che certi suoi atteggiamenti siano più una posa che altro, tipo far finta di non vedermi e poi gongolare di gioia se tremo quando mi attraversa. La maggior parte del tempo resta in soffitta adagiata melanconicamente alla finestra o passeggia su e giù trapanandomi il cervello con certi stivaletti dai tacchi letali. Alle cinque del pomeriggio scende le scale lentamente, si siede composta sul dondolo e singhiozza fino verso le sei. Usa un profumo disgustoso, essenza di rose, mi si appiccica ai pori della pelle per giorni. Una anziana vicina mi ha raccontato la sua storia. Negli anni ‘60 un impiegato di banca vedovo sposa in seconde nozze una misteriosa immigrata russa di nome Irina e la porta a vivere nella casa, questa, eredità della prima moglie. Secondo il testamento nessun oggetto, capo di vestiario o arredo da lei acquistato in vita poteva essere spostato o rimosso, trasformando di fatto lo stabile in un tetro mausoleo alla memoria. La russa, futura infestatrice, non digerisce la costante presenza della rivale e una mattina, uscito il marito, fa sparire qualche fotografia e un’orribile toilette tempestata di smeraldi finti che troneggia a tutt’oggi nella mia soffitta. Al ritorno l’impiegato, resosi conto dell’accaduto, si reca ai cassonetti per ricondurre a casa la preziosa reliquia e se la carica sulle spalle fino in soffitta. Scoppia una lite furiosa sulle scale, Irina cade e si sloga una caviglia, la toilette come animata di vita propria rotola giù e le cade addosso spiaccicandole il cranio. L’impiegato viene ritrovato appeso per il collo al ventilatore da soffitto della cassa di risparmio. I miei genitori hanno acquistato la casa dieci anni dopo, presumo il pacchetto dell’agenzia contenesse già il fantasma, anche se mio padre ha sempre negato la sua esistenza.

Per il poltergeist mi rendo conto che purtroppo la responsabilità è mia. Sono un focus. La vista e i fenomeni poltergeist non sono mai contemporanei, si bilanciano reciprocamente. A quanto ho capito un focus per attivare il fenomeno deve trovarsi in particolari condizioni di stress psicofisico, sarebbe a dire il mio umore in condizioni normali. Quando cioè non mi rotolo per terra con la testa trivellata da oscure visioni, presagi, misteriose concatenazioni, e lampade che scoppiano. Ciò che io chiamo la vista è una declinazione del delirio e funziona da canale di sfogo. Ne ho dedotto che finché agisce il poltergeist posso uscire tranquilla.

Da sei mesi ho cominciato a levitare. Solo qualche centimetro, non è che io voli in senso proprio. Ma è parecchio fastidioso. Inizia con un vago formicolio ai piedi che lentamente sale fino alle spalle e da lì si irradia lungo le braccia, che si fanno pesantissime, granitiche. Il collo si blocca, le gambe si scaldano e mi sollevo. L’ultima volta sono riuscita ad arrivare a casa in tempo, altrimenti mi fermo nel bagno di un bar o in qualche portone socchiuso e aspetto finché non passa. Sono solo pochi minuti. Temo sia degenerativo. In principio arrivavo appena al primo gradino della scala, ora supero l’arco della porta di tutta la testa. E’ inconcepibile quanto la polvere si annidi sopra i mobili. Si appiccica con l’umidità e diventa una pappetta nera oleosa impossibile da eliminare.

L’amore per la pulizia l’ho preso da mio padre e forse è l’unica cosa che mi colleghi a lui. Insieme alla distanza tra l’alluce e l’indice del piede, come se mancasse un sesto dito. Ci ridevamo, quando ero piccola, trovava la nostra deformità utile per le infradito. La situazione era troppo impegnativa per lui, io sono troppo impegnativa per chiunque, tranne che per i morti. Ma ho sempre avuto l’idea che fosse deluso, quando trovarono una cura che funzionava. Finché c’era da fare la staffetta tra la neuropsichiatria infantile, il padiglione di neurologia e il centro tumori (per qualche tempo c’e stata la tenue speranza di un cancro al cervello) reggeva abbastanza bene. Finché ero una malattia da risolvere reputava doveroso occuparsi di me. Quando guarii, lentamente, con costanza si disinteressò sempre di più, ai miei bei voti, alla mia solitudine, alla mia loquacità. Come la polvere si accumula sul vetro della credenza, piano piano, strato su strato, divenimmo estranei. Finché non mi comunicò che se ne andava. Era stato trasferito a nord, in una città più grande, dove abitava la sua nuova donna, Enrica, una collega conosciuta durante il calvario delle mie cure, che lo aveva molto sostenuto, lui diceva, mentre si occupava di me. Avevo diciotto anni, nessuna ricaduta da quattro e i soldi non sarebbero stati un problema. Mi manda ancora un assegno di mille euro l’otto del mese, molti ne metto da parte. Enrica mi invita ad andare da loro, penso che sappia che non posso spostarmi. Eppure un anno fa le ho salvato la vita. Sognai che ero alla guida di un tir con un carico di orologi a pendola e che per evitare la mia gatta sbandavo finendo contro la macchina di mio padre, ma al volante c’era lei, da sola. Gli orologi segnavano tutti le cinque e trentotto. Avrei potuto tacere, in altri casi l’ho fatto, ma quella volta mi inventai una tragedia sentimentale e la tenni al telefono oltre le sei per precauzione. La cosa più seccante di quando sventi la morte altrui è che il diretto interessato non lo saprà mai. E non potrà ringraziarti.

La nonna non ha caricato la lavastoviglie. Il mondo dei morti non sta al passo con le innovazioni tecnologiche, per quanto le spieghi che è necessario inserire la pasticca e programmare il lavaggio in lei è radicata la convinzione che sia sufficiente mettere i piatti e poi toglierli senza alcun passaggio intermedio. Per questo ho quintali di piatti di carta nella credenza. Le pentole me le lavo di nascosto.

E’ successa una cosa strana ultimamente.

Un mese fa ho conosciuto una persona al corso di Economia Monetaria. Ero prossima ad una nuova crisi, la vedova cotonata mi aveva dato la sveglia quella mattina con uno dei suoi pezzi prediletti, la rovinosa caduta dalle scale con accompagnamento di toilette, uno sketch che dura circa trentacinque minuti, ricco di intensi monologhi in russo stretto, strida da maiale scannato e sangue posticcio che svanisce autonomamente qualche ora dopo. Sapevo che non sarei dovuta uscire, il primo giorno è sempre il peggiore. Ma era l’ultima lezione del corso e miracolosamente il trimestre ero riuscita a seguirlo tutto. Mancavano solo dieci minuti e tenevo duro già da un’ora. Persi il controllo. Balzai in piedi e feci esplodere il suo quaderno in centinaia di minuscoli brandelli di carta, che fluttuarono intorno a lui come una corona sotto lo sguardo allibito del professore. Scavalcai quattro file di persone farfugliando scuse incomprensibili e mi chiusi nel bagno, costernata. “Non si ricordano una faccia” mi ripetevo “siamo quasi trenta e non si ricorderà la mia faccia”, sapevo di mentire. In effetti è difficile che un analista economico ultraottantenne dimostri memoria fotografica, ma quello che avevo fatto non rientrava nei termini dell’ordinaria amministrazione. Mentre già immaginavo squadroni di ricercatori intenti al mio esame autoptico, studiosi del C.I.C.A.P. in delirio isterico, parapsicologi esultanti su tutte le reti, brandelli della mia cute su internet, documentari romanzati sulla mia triste infanzia, bussarono alla porta del bagno.
“Sei lì?” era quello del quaderno, non risposi. Di sicuro non mi si vedevano i piedi.
“Bastava chiederli gli appunti, se li volevi, non occorreva polverizzarli.” Faceva dell’ironia.
“Ti serve un passaggio a casa?”
“Non mi serve nulla.”
“Dubito che tu possa uscire planando, o sì?” dal tono non sembrava una domanda retorica. Girai la chiave molto lentamente e aprii la porta di uno spiraglio appena.
“Cosa vuoi?” sussurrai.
“Ti ho chiesto se ti serve un passaggio. E poi vorrei i tuoi appunti, se non ti spiace, i miei sono inutilizzabili, al momento.”

Era un ragazzino secco come un’anguilla, poco più basso di me. Sembrava buono. Scendemmo le scale fino all’atrio mimetizzati nel fiume che abbandonava l’aula di economia aziendale, per mantenermi a terra mi mise sulle spalle il suo zaino con dentro “Matematica Finanziaria” tomi 1, 2, 3 trafugati in biblioteca. In più mi pizzicava il braccio tanto da farmi male. Sembrava sapere quello che faceva. In macchina mi legò con la cintura, ma io non ero più cosciente. Da allora viene ogni giorno a trovarmi per un po’. Mi porta fette di torta, croccantini per Clotilde che a suo avviso è troppo magra. Ha iniziato stando in casa pochi minuti. Poi mezz’ora. Adesso resta tutto il pomeriggio, al termine del quale sono io a mandarlo via. Ha voluto sapere tutto sulla mia famiglia, ha visto le foto di mia nonna. Conviene con me che la morte le ha donato, ingentilendo il suo colorito rosso da contadina. Dice che ce ne sono tanti come noi, che salta una generazione. Dice che non c’è nulla di cui mi debba vergognare. Una sua vecchia zia era polacca e si è dichiarato certo che la dama cotonata è tanto sovietica quanto una papaia, solo si diverte a inventare improperi senza senso dal suono vagamente cirillico. Scommetterebbe che viene da Caltanisetta. E ha pensato bene di rivelarmelo a voce molto alta proprio mentre andava in scena la drammatica discesa della scala. Irina si è coperta il volto con le mani, ha emesso un profondo respiro di sollievo e si è dissolta in tanti granellini brillanti che subito la nonna ha eliminato con la scopa elettrica.
Il giovedì ci occupiamo della levitazione. C’è il sospetto che si tratti di una reazione allergica a certi alimenti, abbiamo ristretto il campo alla selvaggina di penna. Ha categoricamente vietato a mia nonna di cucinare o anche solo portare in casa petti di piccione, tordi o pernici. La cosa l’ha infastidita alquanto.
Segna su un taccuino il numero di bicchieri che riesco a frantumare in una volta sola. Siamo arrivati a quindici, e l’esperimento stava diventando dispendioso. Ho scoperto che la mente è come un muscolo, necessita di allenamento per tenersi in forma. Suo padre ha un deposito di auto da rottamare, in città, e lui ci va di nascosto da quando era bambino. Una notte che ero particolarmente in vena di autocommiserazione mi ha fatto sedere a pochi metri dal relitto di una Cinquecento, mi ha guardato beffardo e mi ha detto: “Ora la sollevi.” La macchina ha cigolato e muggito, la ruota destra si è alzata di qualche centimetro per poi ri-posarsi soavemente a terra, ma io dallo sforzo per poco non vomitavo. Allora mi ha fatto vedere cosa sa fare lui. E’ pirocinetico, tra le altre cose. Pare che a quattro anni abbia dato fuoco all’asilo e mandato all’ospedale la maestra con ustioni di secondo e terzo grado su tutto il busto. Volevano obbligarlo a travestirsi da cavolfiore per una recita sulle verdure. Ho smesso di lamentarmi in quel momento esatto.

Di solito la nonna ci prepara piccoli panini ammuffiti che serve in salotto mentre parliamo. O biscottini di prima della seconda guerra mondiale, in aggiunta ad una brodaglia verde che definisce the. Oggi no. Da un po’ di tempo è strana, irritabile, passa la notte a sedere alla fermata del pullman, dice che va al mercato, ma torna a mani vuote. Penso che si annoi. Stamattina si è alzata presto e si è bardata di tutto punto. Ha raccolto i suoi vestiti (quelli che mio padre ha conservato per ricordo) in una busta di tela. Aveva delle commissioni da sbrigare e non sapeva quando sarebbe tornata, ha detto che per cena dovevo organizzarmi da sola, se volevo avrei potuto invitare quel mio amico. Lo chiama sempre “quel tuo amico” storcendo la bocca come si trattasse di una blatta o un’ostinata incrostazione ci calcare. Siamo rimaste sotto il portico per un po’, guardando l’asfalto. Due grossi nuvoloni neri si avvicinavano spinti da un vento strano.
“Il tempo sta cambiando” ha detto infine.
“Puoi prenderti il mio ombrello, se lo vuoi” ho fatto io.
L’ho seguita con gli occhi per un centinaio di metri, finché non ha svoltato a destra, verso il centro. Stava ancora cercando di aprire l’ombrello.

Marta Chini è nata nel 1981 a Pisa, dove vive.
Laureata in Letteratura Italiana, mastica libri dall’età di tre anni (in senso metaforico e non).
La sua infanzia è stata piena di creature fantastiche, dalla “Matilde” di Roald Dahl ai mostri di Stephen King, con il decisivo contributo de “La Storia Infinita” di Ende.
Studiosa di astrologia, si interessa anche di parapsicologia, storia delle religioni e soprannaturale in genere. La sua scelta di scrivere è un atto d’amore per la letteratura e di rifiuto della realtà.
Con “La Nonna e Io” si è classificata seconda all’XI Trofeo RiLL, mentre con "Ipotesi (e una locanda)" è stata fra i vincitori di SFIDA 2006 (tale racconto è presente nell'antologia "Sognando Mondi Incantati", Nexus Editrice).
Gran parte dei suoi personaggi giacciono nell’hard-disk del computer, organizzando un piano di evasione.