A cosa serve la magia?

Sul ruolo della magia nelle narrazioni, e in particolare nella letteratura fantasy
di Beniamino Sidoti
[pubblicato su RiLL.it nel maggio 2015]

Il nostro amico e giurato Beniamino Sidoti ha partecipato alla prima edizione di Milano Fantamagica con un intervento sul ruolo della magia nelle narrazioni, e in particolare nella letteratura fantasy. Con piacere proponiamo ora sul sito di RiLL la riflessione introduttiva di quell’intervento, già pubblicata nel blog delle Edizioni Sonda.

Volendo cercare una definizione generale di magia, credo la si possa definire come arte di modificare la realtà, cinque parole abbastanza vaghe da poter ospitare al loro interno sciamanesimo e alchimia, spiritismo e divinazione, luoghi e creature magiche, incantesimi e artefatti: in generale, il magico ci permette di avere effetti rapidi e tangibili, spesso con vantaggio personale.
Sia che si stia evocando un demone, sia che si stia aprendo un varco dimensionale, sia che si sfrutti una gallina dalle uova d’oro, sia che si stia lanciando un incantesimo silenziatore, sia che si legga il futuro, la magia è qui e ora, ed è tanto materiale quanto spirituale (a differenza della religione).

Questa semplice definizione segna quindi una prima immediata utilità della magia: la magia “serve a modificare la realtà” – cosa piuttosto evidente per esempio nell’opera di Tolkien, dove la magia è sempre anche un mezzo per realizzare la volontà e la potenza; in Harry Potter la magia in parte modifica la realtà, in parte modifica la percezione della realtà, come pura “illusione”; per Terry Pratchett la magia è a volte anche una “assenza di realtà” che costringe il mondo a prendere la direzione della storia migliore.
A questo punto, ogni personaggio avrà i suoi obiettivi personali, e ai maghi non mancheranno né volontà né ambizione per cercare di giocare con la realtà, per fare e disfare mondi. La magia, da questo punto di vista, è un ingrediente narrativo interessante che permette di polarizzare tutto ciò che in una storia è potere, conflitto, ambizione: un ingrediente interessante ma non esclusivo – in altri generi letterari il ruolo della magia può essere preso dalla tecnologia o dalla conoscenza di segreti arcani, dal fascino o dai soldi.

Torniamo alla domanda iniziale: perché quando mi chiedo “a cosa serve la magia” non sto pensando al suo uso dentro la singola storia, ma a una questione più ampia; mi sto chiedendo “a cosa serve la magia” all’autore, e quindi alla storia. Detto diversamente, se la magia “serve a modificare la realtà”, che bisogno ne ha un autore che ha il controllo totale della realtà narrativa?
Una peculiarità della letteratura fantastica è quella di inventare in ogni storia e racconto un intero mondo costruito su leggi proprie, solo in parte coincidenti con le regole del mondo reale – la magia è un campo dove si possono inserire in modo già parzialmente codificato forti sovvertimenti della nostra realtà, e quindi un suo primo uso letterario è quello di descrivere, attraverso la magia, la differenza del proprio mondo da quello normale, di apporre una firma precisa alla propria creazione. La magia è in un libro uno di quei tratti d’autore che definisce in modo sintetico la differenza del proprio mondo rispetto agli altri.

Ci sono altri punti interessanti, ma qui vale la pena fermarsi per una digressione.
Esiste anche un altro modo letterario di intendere e usare la magia: la magia non come fatto creativo ma come svelamento di una realtà nascosta; detto più chiaramente, ci sono degli scrittori (e dei lettori) che scrivono storie fantastiche convinti che i propri fantasmi, i propri incantesimi, i propri demoni esistano davvero – che quelle che hanno apposto (o trovato) su carta non siano solo delle trasposizioni letterari, ma corrispondano a una verità da svelare.
La magia nella letteratura non ha niente a che vedere con la verità, ed è importante non confondere le acque: l’autore inventa una nuova “realtà” e cerca di renderla “vera” quanto può, cioè coerente e credibile, e il lettore accetta tale mondo come “reale” ma non “vero”, come opera chiaramente letteraria. Esistono ed esisteranno sempre dei lettori che penseranno invece che nominare qualcosa significhi possederla, che usare la magia in un libro corrisponda a qualcosa di satanico, che si debbano scrivere e far leggere libri educativi in cui la magia fa grandi cose cristiane (o musulmane, o comuniste… non importa). No, questo non ha niente a che fare con i libri. La magia è “un arte di modificare la realtà” ma non mi interessa chi fa della magia la realtà, sia che lo faccia per combatterla che per sostenerla.
Fine della digressione.

Torniamo al nostro autore che ha deciso di usare la magia nella propria opera: tecnicamente, ogni narrazione instaura subito un clima di magia, necessario per far vivere l’illusione della storia. È il cosiddetto contratto con il lettore, chiamato anche sospensione dell’incredulità – è il momento in cui l’autore traccia un cerchio dentro cui farà accadere qualcosa, e invita il lettore a entrarvi dentro per vivere l’illusione. “Illusione” è “in-ludo”, cioè entrare in gioco: per l’illusionista è la creazione di una magia in cui catturare il pubblico, per il lettore e l’autore è quel filo delicato su cui camminare per portare avanti una storia.
Ho usato il termine “cerchio” per evocare un altro gesto magico, tipico degli indovini e degli sciamani, cioè quello con cui si traccia un’area, una zona dentro cui ci muoveremo e in cui avverrà la magia – è quella zona in cui l’autore chiede di essere creduto, e dentro cui varranno le proprie convenzioni narrative.

A questo punto mi serve un’altra definizione di magia, che traggo da un libro che trovo meraviglioso, L’arte di stupire, di Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, che parlano di come “creare esperienze magiche”. Meraviglioso perché parla esattamente di come “incanalare la meraviglia”, di come molti “maghi” professionisti e di come altri artisti, dentro e fuori gli spazi canonici del palcoscenico, riescano a offrire delle esperienze centrate sullo stupore. La magia è per Tomatis e Buscema anche questo: la capacità di meravigliare, di generare meraviglia. Anche questo ha molto a che fare con la buona scrittura, e con il fantasy ben riuscito.

Uno scrittore che usa la magia può usarla non solo nel dar vita al proprio mondo, ma nel trasformarla, con la lettura, in un’esperienza particolare – la magia diventa un’avventura e un’esperienza al cuore della trama delle cose. Questa credo sia la più profonda utilità della magia: quella di essere per il lettore un’esperienza trasformativa dentro il libro, capace di generare meraviglia per come tutta la storia si trasforma per effetto delle azioni dei personaggi. Per Pratchett (qui accanto, in foto, NdP) questa magia consente di “vedere il mondo da nuove direzioni”, cosa che si traduce nel suo universo (il Mondo Disco) in una componente precisa, il narrativium, un fluido che porta sempre le azioni nella direzione di una buona storia.

Questa azione sul lettore, molto letteraria, ha un suo preciso corrispettivo magico in ciò che l’antropologo Lévi-Strauss ha descritto come “efficacia simbolica”, studiando come la magia funzioni presso tribù sciamaniche, incanalando simboli e significati in maniera che agiscano su chi segue un particolare rituale. Allo stesso modo, l’efficacia di una buona narrazione sta nella capacità di usare tutti gli elementi del mondo creato all’inizio per modificarlo, dando vita a una storia memorabile ed efficace, cioè capace di rimanere fantastica ma anche di lasciare il segno.