Maschi, femmine e... altre cose. Generi e degeneri nel fantastico moderno

Il report del seminario con Luca Tarenzi e Aislinn a Lucca Comics & Games 2015
di Francesca Garello
[pubblicato su RiLL.it nel novembre 2015]

Nell’ambito di Lucca Educational 2015, gli scrittori Aislinn e Luca Tarenzi hanno tenuto un seminario intitolato “Maschi, femmine e... altre cose. Generi e degeneri nel fantastico moderno”. Francesca Garello ci racconta questo incontro…

Sono stata a tanti seminari, tavole rotonde o (se vogliamo dargli un nome più chic) a workshop e panel, ma mai, mai mi era capitato di avere per relatori un fauno con tanto di gambe ferine, torso nudo e corna e una dark lady gotica vestita di pizzi neri. Questa è la magia di Lucca Comics& Games!

Sulle ambitissime sedioline della Scuola elementare “Villa Gioiosa”, da anni ormai sede dei seminari di Lucca Educational, quest’anno mi sono infatti accomodata per approfondire un tema che mi interessa molto e sul quale ho anche scritto pochi mesi fa un articolo per RiLL.it.

Gli insoliti relatori erano Luca Tarenzi, traduttore, editor e autore di libri e racconti urban fantasy, e Aislinn, autrice di una saga urban fantasy (“Angelize”, edita da Fabbri dal 2013) attualmente giunta al secondo volume (vi segnalo il suo blog).

I due ci hanno guidati “tra damigelle in pericolo e principesse in armatura, barbari misogini e vampiri efebici, sacerdotesse asessuate e stregoni transgender”, per indagare come i ruoli e i rapporti tra uomini e donne nella letteratura fantastica siano cambiati dai tempi di R. E. Howard a oggi (“anche se forse non tutti se ne sono accorti”, hanno puntualizzato ironicamente).

Damigelle in pericolo
Ha cominciato Tarenzi introducendo il tema e circoscrivendone l’ambito temporale a partire dagli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, quando si diffondono le riviste pulp contenenti storie o fumetti di avventura per palati non molto raffinati, spesso con copertine illustrate con eroine un po’ discinte.

In queste storie l’eroe è sempre maschio, pertanto per i nostri scopi sono più interessanti i comprimari. In tali ruoli i personaggi femminili sono spesso presenti, ma con due sole possibilità: la donna è preda/ premio, non ha praticamente alcun ruolo attivo, è una specie di bambola che viene strapazzata a destra a e manca finché l’eroe non la salva e la prende per sé; oppure la donna è la cattiva, l’antagonista, unico ruolo in cui mostra un minimo di carattere, ma ovviamente solo declinato in senso negativo. Inoltre, il suo agire è comunque “femminile” nel senso che usa armi subdole (l’inganno, la seduzione…), e quindi di solito svolge il ruolo di spia.

Questi elementi, ha fatto notare Tarenzi, non sono esclusivi della produzione pulp o delle storie avventurose, ma si ritrovano anche nei miti classici. Qui per conferire ad un personaggio femminile delle qualità positive si deve “mascolinizzarlo”, come nel caso delle Amazzoni che sono guerriere forti e pericolose solo perché sono delle “donne-uomo” che rinunciano alla loro femminilità per assomigliare al modello dominante e vincente.

Guerriere inquietanti
E sono proprio queste qualità che si ritrovano nel primo personaggio guerriero femminile che compare in questo periodo. No, non è Red Sonja, la versione femminile di Conan con bikini di cotta di maglia, che nasce negli anni ’70 come personaggio dei fumetti della Marvel Comics.
Red Sonja discende da Jirel di Joiry, protagonista di una serie di romanzi sword and sorcery degli anni ’30. Anche Jirel però, benché uscita dalla penna di una donna, Catherine Lucille Moore, viene sempre connotata in relazione ad un modello maschile.

Tarenzi ci ha letto un illuminante brano in cui l’eroina viene descritta: “...alta come un uomo, feroce come i più agguerriti tra loro [...]. Il viso sulla cotta di maglia non si sarebbe detto carino con un’acconciatura femminile: ma nella cornice di ferro dell'armatura aveva una bellezza selvaggia, tagliente, acuta come il lampo delle spade.”
Jirel è eccezionale, ma questa sua “eccezione” al canone femminile la rende in qualche modo mostruosa: non ha le proporzioni giuste (è alta come un uomo), non ha la dolcezza di lineamenti che si cerca in una donna (il suo viso stonerebbe con un’acconciatura femminile) ma ha uno spaventoso fascino quando è rivestita della corazza. Una creatura snaturata dalle sue caratteristiche femminili, che per avere un senso deve prendere a prestito quelle del modello dominante, che però su di lei sono inquietanti.

Dame elfiche e guerriere in incognito
L’arrivo di Tolkien sulla scena del genere fantasy non sposta molto la questione. Le sue eroine più forti, Galadriel e Eowin, non spezzano i cliché.
Tarenzi ci ha ricordato che la grande dama elfica non nasce con il nome di Galadriel (“coronata con una ghirlanda di luce brillante”, in riferimento ai capelli d’oro), che le viene dato dal marito. Il nome che le impone il padre è Artanis (“donna nobile”) mentre quello datole dalla madre è Nerwen (“fanciulla virile”). Anche Galadriel, dunque, per giustificare l’abbondanza di caratteristiche tanto notevoli come forza, volontà e capacità di leadership deve in qualche modo derivarle da un ambito maschile.
Cosa che Eowin, essendo solo umana, deve portare all’estremo, travestendosi da uomo per svolgere il suo compito eroico e uccidere il signore dei Nazgûl. Ha sottolineato Tarenzi che il caso di Eowin è così inaudito che “scuote il Fato”, cioè sovverte la profezia secondo la quale il Re Stregone non avrebbe potuto essere ucciso da alcun uomo. Tarenzi attribuisce al gesto di Eowin una valenza così eversiva, “contro natura”, che spezza lo stesso flusso della Storia, costringendo una profezia a rivelarsi falsa. Di fatto, anche per Tolkien l’impresa di Eowin, pur ammirevole, è innaturale.
Ma anche Eowin non resterà un “finto uomo” per sempre. L’epilogo della storia è noto: l’amore per Faramir sanerà il suo desiderio di gloria ben più dell’uccisione del Re Stregone, e la vergine guerriera, ricondotta all’interno della norma, diventerà una moglie e una madre.

Catene spezzate
Se il passaggio dei personaggi femminili a protagonisti di proprio diritto non è stato avviato da Tolkien, che è il modello di praticamente tutta la letteratura fantasy, quando è avvenuto?
Tarenzi ci ha fornito un riferimento temporale (gli anni ’70), un contesto ideologico (il femminismo) e un’autrice: Marion Zimmer Bradley.

Tra le tante opere della Bradley, Tarenzi ha identificato in La catena spezzata (“The Shattered Chain”, 1976) il punto di svolta tra una tradizione di eroine mascolinizzate e una nuova era di personaggi femminili forti e indipendenti per se. Il libro, che fa parte della serie di Darkover, introduce nell’ambientazione il popolo delle Libere Amazzoni, donne che si sono ribellate al sistema di vita patriarcale delle Terre Aride in cui le femmine sono schiave degli uomini, e sono andate a vivere per conto proprio, rifiutando la presenza di qualunque maschio.
Fin qui sembrerebbe la solita storia delle già citate “donne-uomo”. E invece no. La Bradley supera la questione quando una delle Amazzoni si ribella anche al codice delle sue compagne, rivendicando il diritto ad amare un uomo. In pratica, si introduce (o si vorrebbe creare) un sistema paritario.

L’invasione delle eroine
A un certo punto del nostro percorso la tendenza si ribalta: ci sono più eroine che eroi. Il sorpasso avviene negli anno ’80 con la diffusione dell’urban fantasy.
Tarenzi ha individuato due motivi per questo capovolgimento: il sorpasso delle lettrici sui lettori e la possibilità per le eroine di utilizzare armi che non presuppongono la forza fisica (pistole, laser e quant’altro).
In un mondo editoriale ormai dominato dalle lettrici donne è chiaro che gli autori (spesso donne anch’esse) tendono a sviluppare personaggi che possano essere graditi a chi li leggerà. Inoltre, un’arma che non è identificabile solo con un certo sesso non richiede più il travestimento dell’eroina per poterla usare. L’urban fantasy, come dice il nome, si svolge in contesti più simili alla società contemporanea, magari reinterpretati e distopici e a volte sconfinanti nella fantascienza, ma comunque lontani dalle atmosfere medievali e dal loro corollario di corazze e spadoni a due mani.

Detto in una frase, ha concluso Tarenzi, il fantasy segue la tradizione, è conservatore; la fantascienza (e affini) anticipa, è eversiva.

Vampiri: seduzione a 360 gradi
A questo punto Tarenzi ha ceduto la parola ad Aislinn, che ha trattato la questione dei generi sotto una luce che complica ancora di più la faccenda: l’omosessualità.
Finora si è parlato sempre di rapporti tra i sessi squilibrati quanto si vuole, ma tradizionali. Che succede quando l’eroe o l’eroina sono omosessuali? E quando compare l’omosessualità nel fantastico?
Il discorso si intreccia con la trattazione del personaggio del vampiro. Questi nasce come mostro in senso anche metaforico, poiché eversivo rispetto alle convenzioni della società in cui “nasce”.
Il vampiro tenta, seduce e tutto il suo agire rispetto alle giovani vittime (agisce di notte, le sorprende nel letto, le lascia languide e svuotate) è una metafora della seduzione erotica che non poteva essere esplicitamente trattata.

Per avere vampiri che seducono uomini bisogna aspettare parecchio, mentre si trovano abbastanza precocemente vampire che rivolgono le loro attenzioni alle donne. Aislinn ha citato quindi la celebre Carmilla, protagonista di un racconto del 1872 di Sheridan Le Fanu. Tuttavia troviamo tensione erotica tra una seduttrice oscura e una vittima dello stesso sesso in un’opera anche precedente, dato che l’ispirazione per Carmilla può essere rintracciata nella protagonista di un poema di Samuel Taylor Coleridge, “Chrystabel”, scritto tra il 1797 e il 1800 e rimasto incompiuto. In entrambi i casi si ritorna al concetto della donna che esce dal suo ruolo naturale e quindi è pericolosa, in questo caso traviando giovani donne anziché ostacolando l’eroe come nei pulp magazine.

I vampiri seduttori di uomini restano a lungo confinati in aree minori: la prima comparsa, secondo Aislinn, è il Dracula apertamente gay del film porno Does Dracula Suck? (in italiano “L’orgia del vampiro”, 1970). Un altro vampiro che insidia giovani maschi è il serial killer gay di La tenerezza del lupo (Die Zärtlichkeit der Wölfe, 1973), un film horror in cui il protagonista uccide giovani ragazzi per berne il sangue. Più o meno in quegli anni, nel romanzo (poi film) Intervista con il Vampiro (Interview with the Vampire, 1976) Ann Rice descrive due vampiri legati tra loro.

Fuga dalla gabbia del ruolo
Attualmente esistono diversi romanzi con personaggi o protagonisti gay di entrambi i sessi e, ha notato Aislinn, c’è una fondamentale differenza quando il personaggio gay è utilizzato da un autore gay o eterosessuale: nel primo caso l’omosessualità non costituisce un problema del protagonista, ma fa parte delle sue caratteristiche generiche, come il colore dei capelli o i gusti in fatto di cibo, libri eccetera; nel caso di autori eterosessuali, non solo essere gay è un problema, ma a volte è proprio il perno attorno a cui gira l’intera storia.
Quindi si è chiesta e ci ha chiesto Aislinn: che senso ha inserire un omosessuale o un transessuale in una trama, se questo non ha alcun impatto sul di essa? È segno di normalità, o quanto meno del desiderio di essa.

Aislinn ha poi concluso la sua chiacchierata aggiungendo che la definizione del ruolo sessuale è molto forte nelle favole tradizionali destinate a un pubblico molto giovane in cui la personalità è in via di definizione. Molto più liberi sono invece i comportamenti se i protagonisti sono adulti o nella cosiddetta “età di mezzo”. Ha citato quindi il libro Once upon a Midlife (di Allan Chinen, 1993) una raccolta di racconti popolari da tutto il mondo scelti con l’occhio a quelli dove compaiono persone di mezza età, in cui spesso i ruoli sessuali sono più sfumati e i protagonisti sono più liberi di comportarsi in modi inaspettati rispetto a quanto solitamente previsto per il loro sesso.

Il ruolo dell’editoria
Entrambi i nostri relatori hanno poi concluso con qualche riflessione derivata dalle proprie esperienze di pubblicazione.
L’editoria italiana, sostengono Tarenzi e Aislinn, è conservatrice e non accetta deviazioni dalla norma, influenzando l’interpretazione dei ruoli sessuali nei romanzi di genere. La presenza di protagonisti e/o comprimari omosessuali in romanzi fantasy o urban fantasy, per esempio, è fortemente scoraggiata. Quindi gli autori tendono a adeguarsi alle richieste (più o meno esplicite) per non essere esclusi dalla pubblicazione.

Il seminario si è quindi sciolto e i nostri simpatici relatori ci hanno lasciati con molte risposte ma anche con molte domande circa una questione, quella dei generi e dei ruoli sessuali nella letteratura fantastica, che sembra ancora non aver trovato un equilibrio.

(la foto che apre l'articolo è di Francesca Garello)