Accadde tra le umide foreste di Madre Africa

di Luca Barbieri
Vincitore del XV Trofeo RiLL
[racconto presente nell’antologia Cronache da Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2009]

Quando Le Renard, mio padre, ci raggiunse, al prigioniero non rimanevano che radi e sommessi sbuffi di fiato ad agitargli i polmoni; tutte le sue urla di dolore riposavano ormai nei nostri otri ben gonfi. Non mi aspettavo complimenti da lui, non ne è capace, ma nemmeno mi attendevo lo sguardo di fredda collera che lanciò a me e a La Taupe smontando di sella. Non ci disse nulla, si limitò ad accostarsi alla cosa scorticata e ustionata che un tempo era stato un uomo ascoltandone gli ultimi rantoli, ringhiati fuori dalle labbra bianche di schiuma; ne sollevò poi il medaglione, una grossa pietra color indaco scavata fino ad abbozzare l’effige di un uccello, e lo osservò lungamente.
La Taupe, irritato dall’insolito comportamento di mio padre, richiamò la sua attenzione scagliandogli contro parole ruvide come la sabbia.
“Quell’uomo è la Consécration di tuo figlio! Un lavoro ben fatto, eseguito con competenza! Non hai nulla da dirci riguardo a questo?”
“Sì, ce l’ho” replicò a denti stretti mio padre, issando stancamente i suoi quasi due metri di muscoli e furia.“L’uomo che avete catturato è un brujo, uno stregone delle tribù indie del Sud. Voi non conoscete la sua lingua, ma quelle che sta bisbigliando col suo ultimo respiro sono delle maledizioni contro di voi!”
Fissò Le Taupe con occhi neri come la notte. “Mi hai chiesto se ho qualcosa da dirti, Fratello; ce l’ho, ed è questo: tu, maledetto idiota, hai riempito gli otri della Consécration di mio figlio con i ripugnanti anatemi di un crudele e vendicativo sciamano!”

Mi chiamo Le Livre-Loup. Appartengo alla tribù dei Frères sans nom, che domina le sterili Terre di Vetro sin da quando la Grande Luce le ha create così come sono; le altre tribù del Jardin de Sable ci chiamano Mercanti di Voci perché commerciamo con le urla di dolore strappate ai nostri prigionieri.
Mercanti… come fossimo grasse, oziose sanguisughe! Siamo guerrieri, invece, i migliori di tutto il Jardin! E artisti, perché le urla che rinchiudiamo dentro ai nostri otri di pelle grezza vengono provocate da raffinate torture che rubano la vita goccia a goccia: un’arte terribile e meravigliosa, che i Fratelli anziani ci insegnano fin da bambini. E abili artigiani, anche, perché le maschere d’osso che serriamo intorno al volto delle nostre vittime per raccoglierne i lamenti sono frutto di antichi studi che le altre tribù non saprebbe replicare. Il nostro corpo viene plasmato attraverso terrificanti prove di coraggio, di forza, di resistenza: quale mercante può dire lo stesso di sé?
Oggi ho avuto la mia Consécration; ho torturato a morte il mio primo uomo. In precedenza ho superato le prove della corsa dell’acqua e del digiuno nella sabbia, e ho ricevuto il mio animale totem. Oggi posso sedermi con gli altri nel circolo degli uomini e chiamarli Fratelli. Posso prendere parola, pretendere dall’Assemblèe una ricompensa per quanto ho fatto.
E so esattamente cosa chiedere.

Appena ebbi finito di parlare, cercai con lo sguardo mio padre. Con compiacimento notai che era livido di rabbia, ma non aveva alcun diritto di rimproverarmi dinanzi all’Assemblèe, per cui si rivolse a La Chouette, il più anziano di tutti i Fratelli.
“Quella di Le Livre-Loup è una richiesta insensata!”, tuonò.
“Nondimeno è la sua richiesta” replicò La Chouette. “Oggi ha avuto la sua Consécration, ha dunque il diritto di esigere che venga accolta la sua volontà. Questo dice la nostra legge.”
Mio padre chinò la testa, frugando con gli occhi la sabbia, in cerca di un valido argomento.
“Quello stupido di La Taupe ha catturato un brujo! Gli otri dell’iniziazione di mio figlio sono ricolmi di tremende maledizioni, dovremmo squarciarli e disperderle al vento…”
La Chouette lo interruppe con un imperioso gesto della mano.
“Le superstizioni non hanno alcun diritto di sedere in questo consiglio e di parlare come uomini! Tuo figlio ci ha portato quattro otri di urla, un ricco bottino; tanto più necessario visto l’impegno che i Fratelli hanno contratto con i Portatori del Velo. E poi quel brujo non è certo il primo uomo a morire invocando l’ira dei suoi déi sui membri della Fratellanza…”
Si volse verso di me.
“È deciso, Le Livre-Loup” aggiunse con un tono che non ammetteva repliche. “Fra tre giorni partirai con gli altri Fratelli per le terre di Madre Africa.”
Dal circolo degli uomini, nascosto nel buio della notte, non riuscii a trattenere un feroce sorriso di soddisfazione.

I Fratelli si erano impegnati a consegnare entro la Luna del Vento che Brucia un gran numero di otri al Popolo del Velo, i Kel Tagelmust che abitano lungo le rive del gran fiume Bahr El-Nil. I Velati necessitavano della forza sprigionata dalle urla d’agonia per far muovere le loro complicate macchine da guerra. Il loro emissario, infatti, aveva accennato a una futura, grande battaglia con le bellicose tribù nere che abitano le fitte foreste sul confine meridionale del regno. Era stato un racconto che aveva agitato il mio sangue giovane e irrequieto: desideravo ardentemente andare a guardare con i miei occhi quello che sarebbe accaduto, invece di farmelo poi raccontare da altri. Per questo avevo preteso dall’Assemblèe il diritto di far parte del gruppo di Fratelli guidato da mio padre che avrebbe scortato gli otri fino alle terre dei Velati.
Avrei potuto fare come i miei coetanei, che per la loro Consécration avevano chiesto cavalli, o armi, o giovani vergini da prendere in matrimonio. Avrei potuto; ed invece, all’alba del terzo giorno dalla mia iniziazione, mi trovavo al fianco di una delle bestie da soma, carezzando il suo muso peloso e sognando le cose che avrei visto di lì a poco.

Il viaggio lungo le arroventate Terre di Vetro fino al porto di Mahar-Seille, sulle coste del mare interno, fu piuttosto faticoso ma privo di problemi. Incrociammo qualche gruppo di viandanti, i quali, riconoscendo in noi il marchio della Fratellanza, si tennero ben alla larga, terrorizzati che potessimo essere in caccia di bottino. Mio padre non mi rivolse mai la parola, se non per abbaiarmi contro qualche ordine o per rimproverami qualche negligenza nell’assolvere i miei compiti. Dovevo badare alle bestie, che non patissero la sete o non rischiassero le zampe in qualche spaccatura nel terreno. La Chauve-Soris, un Fratello lungo e magro come un albero di legnoferro, sorvegliava che non facessi errori, e la sera, mentre pulivo le bestie e le legavo perché non fuggissero via, mi raccontava qualche vecchia storia. Ne conosceva un mucchio, perché aveva viaggiato per molti paesi barattando la nostra merce. A lui confidai il mio desiderio di assistere a una di quelle grandi battaglie delle quali si narra intorno ai fuochi da campo.
“Dovresti cercare di somigliare di più al tuo animale totem ed essere più saggio” mi rispose con la sua voce nasale e aspra. “Che guadagno può ricavare un Fratello da una battaglia? Noi torturiamo e uccidiamo esclusivamente per procurarci merce da barattare, e sopravvivere così alla dura vita nel Jardin. L’arte della tortura va eseguita con freddezza  e metodo, senza odio né ferocia né piacere; questo gli anziani devono di certo avertelo insegnato, Le Livre-Loup. Gli altri popoli, invece, mietono stoltamente vite a manciate, godendo del sangue che versano senza ricavarne alcuna utilità. Per questo meritano il nostro disprezzo!”
“Ma noi commerciamo con loro! Stringiamo le loro mani, beviamo il loro liquore, fumiamo il loro tabacco!”
“Si tratta di affari, non possiamo farne a meno; e poi è vero che stringiamo le loro mani, ma è altrettanto vero che subito dopo le sfreghiamo nella sabbia, per ripulirle dal sangue che le macchia!”
Questo e molti discorsi simili ebbi modo di fare con La Chauve-Soris; mio padre, nell’ombra, spesso ascoltava e scuoteva il capo.
Dopo tredici giri di sole, fermammo i cavalli tra le case in rovina del porto di Mahar-Seille; là, sul ponte traballante di un guscio di legno, ci aspettavano i Navigatori del Vento, feroci pirati della Costa dei Berberi, gli unici disposti a portarci sulle loro navi. Mahar-Seille, il porto dagli alti palazzi abbattuti dalla Grande Luce, ora nient’altro che ruderi ricoperti da strane piante rampicanti e velenose, apparteneva a loro, e solo la nostra tribù, tra tutte quelle del Jardin, aveva il diritto di varcarne la soglia. Mi emozionò vedere quella gran massa d’acqua che luccicava al sole come fosse un mantello turchese cosparso di pietre preziose, e al tempo stesso, come ogni altro abitatore del deserto, provai una gran rabbia pensando a quanto fosse gonfia di sale e di mercurio velenoso, imbevibile e dunque inutile. I pirati, accovacciati tra le case diroccate, annidati come topi e carichi di armi, ci scoccarono occhiate colme di rispetto. Ci venne incontro il loro mullah, Le Grand Diable Yusuf El-Nasrani, un colossale berbero dalla faccia bruciata dal sole e ricoperta di vecchie cicatrici. Superava mio padre, già molto alto, dell’intera testa, e aveva uno sguardo che trasudava di un’estrema ferocia e brutalità, ma con noi si comportò con estrema gentilezza. Aveva rispetto di ciò che eravamo e di quel che rappresentavamo. Fu la nostra ombra per tutti i ventisette giri di sole che impiegammo a fendere le spumeggianti acque del mare interno fino alla nostra destinazione, la città di Al-Qahira, la Soggiogatrice; essa aprì per noi il suo labirintico ventre fatto di infiniti budelli intrecciati fra loro come le maglie di una corazza e impregnati dei forti odori delle spezie dei mercanti, del sudore degli schiavi, degli unguenti delle prostitute. Le Grand Diable consegnò noi e il nostro carico a un uomo che lasciava indovinare di sé solo il colore degli occhi e la curvatura del naso, affossando il resto dietro le eleganti pieghe di un drappo blu scuro. Si presentò con un complicato svolazzar di mani e un elaborato cerimoniale, dal quale emerse che era il khavedi della città, incaricato di accogliere i preziosi otri e di non perderli più di vista.
L’alba del giorno seguente, scortati da una decina di cocchi da guerra, attraversammo una squallida pianura disseminata di cespugli spinosi, portando il carico fino ad un’immensa città estinta, costruita in pietra grigia sgretolata dal tempo. All’ombra delle rovine di immensi templi di forma bizzarramente piramidale, migliaia di soldati affilavano silenti le loro lame. Poderose e colossali, sparse tra le loro file irregolari, spiccavano le Imiktar, alte quanto il pennone di una nave berbera, le famose macchine da guerra alle quali i nostri otri dovevano donare il soffio della vita. Costruite in legno e ferro, avevano le sembianze chimeriche di un mostruoso ibrido con corpo di leone, volto di donna e un accenno di ali d’uccello. Il khavedi ci spiegò che erano in grado di camminare, facendo leva sulle potenti zampe, e di schiacciare così uomini e bestie, oppure vomitare su di loro nugoli di frecce e getti di fuoco greco. Le loro poderose schiene, infatti, erano in grado di ospitare arcieri e frombolieri all’interno di decine di piccole nicchie scavate nel legno, e le tozze ali non servivano certo a far volare quei mostri, ma a proteggere i soldati dai lanci nemici. Le Imiktar erano formidabili macchine da guerra, rese ancor più impressionanti dagli orribili lamenti che fuoriuscivano dalle loro gole lignee, e che altro non erano che le strazianti urla di agonia contenute negli otri. Ad ogni poderoso passo delle zampe si accompagnava un ululato stordente e terribile, che ghiacciava il sangue nelle vene.
Guardando quelle macchine e le fitte schiere di fanti che manovravano con ordine sulla prateria frastagliata e accidentata, provai l’acuto desiderio di abbandonare la Fratellanza e i suoi severi codici per consacrarmi alla ben più affascinante arte della guerra.
Quando il destino mi offrì un’occasione, dunque, non la sprecai.
A mio padre venne chiesto di accompagnare le Imiktar fino alle zattere che le avrebbero condotte a Sud, lungo il corso del gran fiume; gli si chiedeva di fare da ostaggio, offrendo la sua vita come garanzia della merce. Noi avremmo dovuto attendere il suo ritorno nel palazzo del khavedi. Approfittando della confusione che ci investì come una tempesta  di sabbia quando l’esercito levò il campo, mi allontanai dai Fratelli e mi nascosi nella pancia di una delle Imiktar. Mi offrì il suo aiuto Hamal, un ragazzo poco più vecchio di me che serviva come fromboliere sul dorso della bestia meccanica, e col quale avevo fatto amicizia visto che conosceva abbastanza bene il Francais, il dialetto che si parla nel Jardin. Nessuno mi notò, e quelli che lo fecero mi ignorarono, troppo occupati a preparare l’imminente battaglia. Quando riemersi dalla pancia del mostro, la notte era fitta e avvolgeva la nostra zattera come un mantello di seta; mio padre, ormai, doveva essere lontano.
Il viaggio sulle placide acque del gran fiume durò quasi una luna; il paesaggio mutò progressivamente dai campi biondi di granaglie a una vegetazione più fitta e confusa che ben presto divenne boscaglia e infine foresta. Hamal mi raccontava molte cose, dettagli di vita umana e animale sulle sponde fangose del gran fiume, ma nulla poteva eguagliare lo spettacolo che mi scorreva davanti, alla luce incandescente del sole africano o a quella più fioca delle torce resinose che di notte aiutavano i marinai a non incagliare le zattere. Mi riferì anche alcune storie abominevoli sul nemico che ci apprestavamo ad affrontare: la nazione N’Goni, composta da un’accozzaglia di cannibali feroci e belluini che avevano compiuto massacri e saccheggi tra le pacifiche popolazioni Tel Kagelmust del Sud; ma quando chiesi maggiori dettagli, o se lui avesse mai visto con i suoi occhi qualche segno di queste devastazioni, non seppe cosa rispondermi.
Quando il letto del fiume si allargò al punto da formare un immenso bacino d’acqua torbida, seppi che eravamo arrivati. Era il lago Kioga, le cui rive pianeggianti ed erbose erano state scelte per affrontare i guerrieri N’Goni. Una gran quantità di soldati venne sbarcata dalle chiatte e si unì ai molti che ci attendevano; ordini vennero sbraitati, ranghi compattati, battaglioni passati in rassegna. Hamal divenne torvo, silenzioso; il tempo della guerra raccontata era ormai alle spalle.

La battaglia cominciò quasi in sordina, come tirata per i capelli e costretta controvoglia, ma una volta iniziata divampò come un terribile incendio devastatore, avvolgendoci inesorabilmente tutti quanti.
Gli eserciti erano rimasti a fronteggiarsi per diverso tempo. I guerrieri N’Goni, che la foresta intorno al lago aveva vomitato fuori per tutta la mattina, erano cresciuti a dismisura in numero, fino a diventare una torma di corpi neri e sudati, che rumoreggiava brandendo asce, scudi e zagaglie; non formavano un regolare schieramento, sembravano piuttosto ammassati a casaccio in grumi che scurivano l’orizzonte. Il nostro esercito, al contrario, si era disposto in tre rettangoli compatti, irti di punte, alle spalle delle Imiktar.
L’attesa logorava i nervi di tutti, e sembrava potesse durare per sempre; finalmente, nel pomeriggio, pungolati da alcuni drappelli dei nostri arcieri, la marea degli N’Goni si scatenò con un assordante rombo, simile a quello di una colossale frana. Aspettammo che le loro lunghe gambe li avessero scagliati in una corsa inarrestabile, poi muovemmo anche noi, le macchine da guerra in testa, in modo tale che lo slancio degli N’Goni si schiantasse contro le zampe lignee delle Imiktar.
Quel che seguì fu una disgustosa carneficina, un pulsare di corpi avvinghiati tra loro che si spezzavano, si mutilavano, si laceravano con furia animalesca. La nostra macchina da guerra ustionò e bruciò vive decine di guerrieri, molti altri li inchiodò al suolo con sciami di frecce scagliate senza alcun bisogno di mirare, tanto era fitta la carne che si agitava ai nostri piedi.
Non era quello che mi aspettavo; non era quello che avrei voluto vedere.
Una nausea inarrestabile cominciò a salirmi dallo stomaco, a me, uno dei Fratelli, addestrato sin da bambino a dispensare infinito dolore agli altri uomini. Ma aveva ragione La Chauve-Soris: non c’era né arte né onore né dignità in ciò che stava accadendo intorno a me, fra l’erba bassa della savana, nella terra ridotta a fanghiglia color porpora. Era sventato e immorale carpire con tanta leggerezza la vita di centinaia di uomini senza ricavarne altro che orrende ferite e devastanti mutilazioni sul proprio corpo; perché chi colpiva veniva subito dopo colpito, chi spezzava veniva poi a sua volta spezzato, e, da dietro, nuove valanghe di uomini freschi e desiderosi di uccidere incalzavano, sostituivano i caduti e cadevano a loro volta.
La nostra Imiktar venne isolata dalla marea montante di corpi neri, sbandammo verso la foresta, venimmo separati dal resto dell’esercito che avanzava fra i cadaveri dei guerrieri N’Goni. Pur stordito da quella infernale confusione, mi sembrò eccessiva l’arrendevolezza con la quale questi ultimi cedevano terreno e si ritiravano verso la foresta. Gli uomini velati, ricoperti di sangue e ferite, non se ne curavano; menando fendenti con le spade ricurve andavano avanti, solo questo contava. Quando infine i guerrieri N’Goni si dispersero tra gli alberi, molti dei Kel Tagelmust li inseguirono sotto le fitte cupole di umido fogliame; solo le Imiktar si arrestarono, non potendo proseguire oltre. Ci unimmo a loro, sicuri che non ci fosse altro da fare che festeggiare il trionfo. Ma non fu così.
Non so esattamente cosa avvenne nella foresta; sentimmo urla lancinanti e rumori di lotta, e intuii che doveva esserci stata un’imboscata e che la ritirata dei guerrieri N’Goni non era stata altro che un’invitante esca. D’improvviso i soldati sopravvissuti all’agguato riemersero dalla foresta strillando qualcosa che non compresi. Hamal, al mio fianco, contrasse le labbra e ripeté quel suono. “Gorillai”, mormorò terrorizzato.
Il nemico tanto spaventoso, e non atteso, eruppe con fragore dal labirinto di tronchi dove si era tenuto nascosto fino ad allora. Si trattava di grosse, orride scimmie alte più di un uomo, dalle braccia lunghissime, sproporzionate, dotate di micidiali artigli che squartavano e laceravano; piccoli esseri dalla statura nanesca le cavalcavano, appesi alle loro schiene con un soppalco di legno che li elevava sopra la testa delle scimmie, e le incitavano, pungolandole con verghe di ferro, e le guidavano con redini di cuoio simili a quelle dei cavalli. Le scimmie si sparpagliarono fra le file dei soldati sbigottiti, atterrandoli, dilaniandoli; alcune di loro si avvinghiarono alle zampe delle Imiktar, che invece di combattere fuggivano disordinatamente, e si arrampicarono con sorprendente agilità fino al dorso delle bestie meccaniche. I frombolieri provarono a respingere quell’orda di mostri, ma ne vennero subito sommersi. I Gorillai li afferravano con le loro braccia smisurate, li schiacciavano contro il petto e poi li scagliavano con violenza al suolo, come fossero rifiuti dei quali liberarsi. Uno di quegli esseri balzò in groppa anche alla nostra macchina da guerra e, guidato dal nano che lo montava, si liberò per prima cosa del conduttore. La Imiktar, priva di guida, si schiantò contro il tronco di un enorme albero, e io, insieme agli altri occupanti del mezzo, venni sbalzato a terra. Rimbalzai duramente sull’erba, e nel turbinio rossastro di denti spezzati e schegge d’osso che mi avvolse, feci in tempo a vedere con orrore la testa di Hamal frantumarsi contro lo spigolo di un sasso; poi svenni.

Ignoro come fece mio padre a raggiungere le rive del lago Kioga così in fretta, arrivando con gli altri Fratelli che la battaglia era da poco terminata; ma era Le Renard, e ugualmente ci riuscì. Tra l’erba rimanevano solo corpi imbrattati di sangue e mutilati; gli eserciti, ritirandosi, non avevano nemmeno raccolto i loro feriti. Mio padre mi trovò in fretta e, con l’occhio esperto del torturatore, si rese subito conto della gravità delle mie ferite. Quel che successe dopo me lo raccontò La Chauve-Soris; io ero preda del misericordioso buio dell’incoscienza. Mio padre sfondò a colpi di spada la pancia dell’Imiktar crollata al suolo lì vicino, e tra le sue viscere meccaniche trovò quel che cercava: gli otri della mia Consècration. Prima di iniziare il viaggio, non visto, li aveva segnati con la pourpre, una pittura che ricaviamo dal sangue delle nostre vittime, e ora era in grado di riconoscerli fra tanti. Il destino, o forse non solo lui, aveva voluto che cavalcassi proprio la Imiktar mossa dagli otri che mi maledicevano. Li allineò davanti a sé e li squarciò uno a uno, mescolando gli anatemi del brujo al vento e contemporaneamente invocando la dea Tin Hinan con una sommessa litania. Le offriva un patto, una vita per una vita. Terminata la preghiera, con la lama uncinata del suo pugnale si aprì il ventre, dove dimorano gli spiriti della vita, e si lasciò morire. Gli altri Fratelli, scuri in volto, mi caricarono sulla barca che li aveva trasportati fin lì, lasciando il cadavere di mio padre agli uccelli rapaci e ai suoi patti con il vento africano.
Accadde che sopravvissi, nonostante le terribili ferite.
Non ho mai saputo se il sacrificio di mio padre mi abbia realmente salvato la vita, allontanando da me la maledizione del brujo, oppure se sia stata tutta una folle coincidenza. La Taupe morì poco dopo il nostro ritorno nel Jardin, colpito da uno strano male ai polmoni; ma anche questa potrebbe essere una semplice combinazione.
Non mi interessa, comunque; preferisco credere piuttosto che sapere.
Ciò che conta è quello che vi ho raccontato questa notte, alla sanguigna luce del fuoco che arde in mezzo a noi; ciò che conta è quello che mi accadde moltissime lune fa tra le umide foreste di Madre Africa.

Luca Barbieri, genovese, classe 1976, sbarca il lunario dividendosi tra le sue diverse attività di scrittore di narrativa horror e fantastica, sceneggiatore di fumetti, saggista e disegnatore. Come hobby passa le sue giornate in un ufficio che divide con una banca ligure e, sinceramente, crede sia un gran bell’hobby; forse, a volte, solo un tantino noioso.
È sedentario al limite della pigrizia; solo la sua grande passione per la moto riesce a portarlo, di tanto in tanto, fuori Genova. Ma non troppo, perché nel serbatoio ha pochissimi litri di autonomia.
Ha pubblicato il saggio “Amore negato” (Ananke, 2005), il romanzo western-horror “Five Fingers” (ed. Il Foglio, 2008), e i saggi “Storia dei pistoleri” (Odoya, 2010), “Storia dei licantropi” (Odoya, 2011), “Guida ai supereroi Marvel” (volumi 1 e 2; ed. Odoya, 2014 e 2015, scritti insieme all’amico Gianluca Ferrari). Dal 2013 collabora con la Sergio Bonelli Editore.
Con “Accadde tra le umide foreste di Madre Africa” ha vinto il Trofeo RiLL nel 2009; inoltre, nel 2008 è stato fra gli autori vincitori di SFIDA, altro concorso bandito da RiLL, con il racconto “Nel ventre formicolante della terra” (poi pubblicato in “Fuga da Mondi Incantati”).