La costruzione di mondi nel Fantasy

Il report del seminario di Steven Erikson a Lucca Comics & Games 2016
di Giorgia Cappelletti
[pubblicato su RiLL.it nel novembre 2016]

Nell’ambito di Lucca Educational 2016, lo scrittore canadese Steven Erikson (famoso per la serie di romanzi nel mondo di Malazan, edita in Italia da Armenia) ha tenuto un seminario intitolato “World-building in Fantasy - The Minefield of Assumptions”, che ha velocissimamente esaurito i posti disponibili. Ma la nostra Giorgia Cappelletti era lì per RiLL.it, e ci racconta questo incontro…

Una premessa: Steven Erikson è un archeologo.
Probabilmente molti di voi, più preparati di me, stanno pensando “embè?”. Io invece sono approdata al suo seminario beatamente ignara di questo e sono caduta dalle nuvole sentendolo parlare di geomorfologia e metallurgia dell’Età del Bronzo.
Altra premessa, necessaria a spiegare il mio entusiasmo: sono archeologa anch’io. Se non lo siete, non avete mai seguito con interesse Piero Angela & figlio, non vi emozionate davanti alle lame di selce e rimanete freddi perfino alla vista della maschera di Tutankhamon (eddai, su. È d’oro!)... allora OK, ignorate questa premessa.

Erikson è entrato in argomento senza preamboli, specificando che fantascienza e fantasy sono due ambiti ben diversi.
Il fantasy non si occupa di scienza e tecnica, ma si pone un unico scopo: suscitare il sense of wonder. L’argomento centrale rimane l’uomo. Si tratta di usare l’ambientazione fantastica come un dress, un rivestimento, un escamotage per parlare della condizione umana.
Un esempio, fornito dallo stesso Erikson: se voglio parlare delle relazioni all’interno di una famiglia, del conflitto generazionale o di genere, oppure della lotta di classe, non importa che i miei protagonisti siano uomini o hobbit. Sto parlando sempre e comunque di cultura delle relazioni umane.

Definito l’ambito di pertinenza del fantasy e i suoi obiettivi, Erikson è passato a parlare del rapporto degli autori con il pubblico.
Da quando molti scrittori hanno blog personali e dialogano con i loro lettori, gli equilibri sono cambiati. Possono nascere polemiche accese, come quella che riguarda la cosiddetta “cultura dello stupro” nella saga Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A song of ice and fire) di George R. R. Martin.
L’opinione di Erikson al riguardo è chiara. Lui ritiene che un autore sia responsabile di tutto ciò che scrive: da quello che succede nelle sue storie a ciò che i singoli personaggi pensano, fanno e dicono.
Diversi autori fantasy sostengono che uno scrittore sia libero di trattare qualunque argomento, anche scabroso (violenza sessuale, sociopatia, ecc.), senza doverne subire la responsabilità, secondo il principio “è pura fantasia, quindi quello stupro e quella violenza non sono mai avvenuti.”
Erikson lo considera un punto di vista semplicistico e irrealistico, perché ciò che si scrive avrà sempre un’influenza sui lettori. Anche il fantasy, quindi, può avere effetti sul mondo reale.
Dunque lo scrittore, che è assolutamente libero ma anche responsabile di ciò che scrive, dev’essere pronto a difendere le proprie scelte.
Secondo Erikson, George Martin esce dal seminato quando si difende dalle critiche affermando che “nel Medioevo succedeva così”, e questo per due motivi: intanto perché il Medioevo non è stato affatto l’epoca buia di stupri e violenze che Martin dipinge; in secondo luogo perché le vicende del Trono di Spade non sono ambientate nel Medioevo, ma in un mondo fantastico.
Lo scrittore non deve sentirsi costretto ad assecondare le aspettative del pubblico (che, appunto, tende a immaginarsi il Medioevo come un’epoca cupa e violenta) e non deve giustificarsi cercando parallelismi storici. Il fantasy non è storia, è un mondo a sé stante.

Parlando degli aspetti pratici della creazione di un mondo fantasy, Erikson ha introdotto in primis il tema della magia.
Quando uno scrittore progetta il suo mondo, deve pensare bene al funzionamento e all’origine della magia: è un fattore genetico o una pratica che si può apprendere? Quanto è potente? Quali sono i suoi limiti? È riservata a specifiche classi sociali o disponibile a tutti?
Il tipo di magia che esiste nel tuo mondo dipende strettamente dalla società e dalla cultura che tu hai costruito. E così si torna alle relazioni umane.

Erikson sconsiglia agli aspiranti autori di gettarsi in una storia senza averla minimamente progettata. Se si comincia a scrivere partendo da un’idea vaga e si procede a casaccio, inventando lì per lì, è molto facile che il risultato sia di basso livello.
Il suo consiglio, invece, è di documentarsi, leggendo libri sui rapporti sociali, la sociopolitica e la storia, per imparare il più possibile sul funzionamento dei rapporti umani.

Qui si scende nello specifico (e l’archeologa che è in me esulta).
Erikson sostiene che molti autori scelgano ambientazioni medievaleggianti perché danno per scontato che l’assenza di progresso tecnologico "congeli" le società che descrivono.
È un errore: l’assenza o carenza di progresso tecnologico non impedisce lo sviluppo intellettuale e sociale delle civiltà umane!
Questo aspetto non andrebbe mai dimenticato. Le società cambiano ed evolvono; non si può pensare che il Neolitico sia identico all’Età del Bronzo (piccola ola per l’Erikson archeologo, prego).

Erikson raccomanda una volta di più di documentarsi approfonditamente su ciò che si scrive. Anche gli aspetti tecnici non vanno sottovalutati: se voglio rappresentare una popolazione che usa armi di bronzo, dovrò informarmi sul processo di fabbricazione delle lame in bronzo.
I dettagli tecnici che imparerò non andranno necessariamente riportati nel mio libro, ma è essenziale che io li conosca.
Esistono ottimi video in rete per ricostruire i processi tecnici (es. la forgiatura di una spada nell’Età del Bronzo), ma Erikson sottolinea che per studiare la storia sociale restano fondamentali i libri di testo.

Veniamo alle domande del pubblico.

Quando un’aspirante scrittrice gli ha domandato come faccia a creare personaggi con una propria voce e personalità, personaggi che non finiscano per rispecchiare il suo carattere, Erikson ha risposto semplicemente che, per calarsi nei panni di personaggi che hanno punti di vista diversi, “si legge”. Poi è importante parlare con la gente, ascoltandone gli accenti, le opinioni e i modi di esprimersi.
Erikson, archeologo di formazione, ha spiegato che per lui l’archeologia è una disciplina di grande ispirazione, soprattutto nel suo tentativo di ricostruire i paesaggi antichi (questa è la geomorfologia di cui parlavo nella premessa). Il paesaggio infatti influenza profondamente lo stile di vita e lo sviluppo di una popolazione. Erikson ha studiato in particolare le civiltà precolombiane e, quando scrive, si ispira spesso alla loro storia.
Anche il mondo reale e la politica sono buone fonti di ispirazione.

Alla domanda "Come si porta a termine un romanzo, senza farsi spaventare da tutto quello che manca ancora da scrivere?", il Nostro ha risposto che il trucco è procedere per sezioni, come se si stessero scrivendo dei racconti.
In un racconto non si possono usare troppe parole, né troppi personaggi; le azioni dei personaggi devono essere sensate e mirate. Benché la storia emerga dai personaggi, infatti, deve esistere un overplot, una trama di fondo da rispettare (e che i personaggi stessi dovranno rispettare).
Le storie, ha aggiunto Erikson, sono composte da due parti: exposition e dialogue. L’exposition comprende tutto ciò che non è dialogo, mentre il dialogue è quello che dicono i personaggi. Ogni sezione-racconto deve contenere entrambi gli elementi, ma l’opera complessiva presenterà proporzionalmente più exposition.

Per rispondere a un’ultima curiosità del pubblico, Erikson ha rivelato di scrivere circa quattro ore al giorno e di produrre più o meno un libro all’anno (undici negli ultimi dieci anni, secondo un calcolo approssimativo fatto lì per lì).

Non ci resta che imitarlo. Oppure darsi all’archeologia, per iniziare...