Inferno

di Guido Alfani
Vincitore del III Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Mondi Incantati, Novecento GeC, 2003]

I due uomini lavoravano di buona lena, battendo con forza un pesante tronco sulla pietra rozzamente squadrata che avevano appena finito di sistemare al suo posto, cercando di farla incastrare nel terreno così che non si scostasse dalle altre. Ma, in realtà, nessuno di loro stava badando a quel che faceva.
Era più di un’ora che manovravano per andare a trovarsi vicino ad un grosso uomo biondo che riusciva a compiere quel lavoro da solo, accompagnando ogni colpo con una bestemmia sommessa. Ora gli erano praticamente di fronte, ma dovevano stare molto attenti a non farsi vedere dai guardiani, a non concedere loro nessun pretesto (non che ne avessero bisogno) per punirli.
Uno dei due, quello basso e quasi calvo, fissava con determinazione la pietra e calava il tronco in silenzio, fornendo in effetti ai colpi quasi tutta la loro forza. Il suo compagno, infatti, un individuo di media statura e dai capelli castani lunghi fino alle spalle, non era molto robusto. Del resto, era proprio lui che avrebbe dovuto parlare, quindi l’altro accettava di lasciarlo libero dalla distrazione del lavoro. L’uomo dai capelli lunghi si sentiva molto nervoso; non voleva essere frustato a morte come il giorno prima, né essere squartato come gli era capitato prima ancora. I demoni non infliggevano mai punizioni leggere; non che all’Inferno ci si potesse aspettare altro.
Alla fine raccolse tutto il suo coraggio e mormorò, nel miscuglio di lingue di varie epoche che tutti loro usavano per capirsi: “Ti vogliamo parlare.”
Il grosso uomo non rispose né diede segno di avere sentito, continuando a calare colpi violenti accompagnati da bestemmie incomprensibili. Voltaire guardò nervosamente il suo compagno, poi tornò a dire: “Ti dobbiamo parlare.”
Anche ora non giunse risposta, così lui, se possibile con voce ancora più bassa, aggiunse: “Forse… forse abbiamo trovato un modo di liberarci da tutto questo.” L’altro continuava a non rispondere, così che pensò non avesse sentito, poi gli sembrò che, tra una bestemmia e l’altra, mormorasse: “E come?”, sempre calando con forza il suo tronco sulle pietre. Voltaire fu colpito dalla sua abilità; lui, al contrario, era convinto di essere stato quanto mai impacciato e tremava al pensiero che un demone potesse averlo visto. Tuttavia, sforzandosi di vincere la paura, continuò: “Ecco, noi non crediamo che debba per forza essere così. Che noi dobbiamo per forza essere puniti per tutta l’eternità, che.. che questo sia davvero l’Inferno…”. Per un attimo, un sorriso balenò sulle labbra dell’uomo biondo, ma Voltaire non era sicuro di averlo visto davvero. Era però sicuro di sapere quel che il suo interlocutore stava pensando; anche per lui era stato difficile accettare l’idea che tutta quella sofferenza non fosse inevitabile, non fosse necessaria, e questo considerando che quell’idea era venuta proprio a lui, ascoltando i racconti di altre anime. Del resto, era naturale, era comprensibile, pensò: è naturale cercare di farsi una ragione di una simile disgrazia. E’ naturale convincersi che la punizione subita sia giusta, perché altrimenti sarebbe ancora più insopportabile…
Forse sarebbe stato difficile tirarlo dalla loro parte, e pericoloso. Ma quella poteva essere la loro unica occasione di liberarsi. “Ti possiamo dare delle prove… possiamo raccontarti delle storie, e capirai che è tutta una finzione…”
La sua voce non aveva la fermezza che aveva desiderato darle, e il pensiero di star rovinando tutto cominciava ad ingigantire la sua paura, quando il suo compagno lo interruppe, e disse: “Io ho reso grande la mia città. Ho conquistato terre che nessuno era nemmeno sicuro esistessero, ho sottomesso popolazioni ritenute indomabili… al nostro confronto erano dei giganti, come te… i Belgi, gli Aquitani, i Celti, i Britanni… e questo era ritenuto da tutti un grande merito. Nelle nostre leggende, gli dèi premiavano i grandi condottieri, i grandi eroi, a volte concedevano loro persino l’immortalità. Io credevo poco agli dèi, è vero, ma come me buona parte dei Romani, e di certo non mi sarei aspettato di finire dove sono finito…” sulle sue labbra, che erano rimaste quasi immobili mentre parlava, si dipinse un sorriso amaro, che però sparì quasi subito “…non in un aldilà popolato da demoni cinesi, non nel regno di Chuan Lun, il re Yama, come si faceva chiamare. Non riuscivo neppure a capire cosa volessero da me, quei demoni chiusi in strane armature da cui mi condussero una volta catturatomi, e loro non capivano una parola di quel che dicevo, finché non chiamarono un traduttore, un dannato come noi, di una razza che non avevo mai visto prima d’allora, con quegli strani occhi da cinese. Parlava latino a stento, ma finalmente capii cosa volevano. Volevano che gli raccontassi tutta la mia vita! C’erano lì almeno dieci scribi, per trascrivere tutto, per registrare ogni mio peccato e per poi decidere che pena infliggermi… Neanche nei più famigerati uffici romani avevo conosciuto una burocrazia così ottusa. Riuscii a stento a trattenermi dal ridere, ma quelli se ne accorsero, mi spellarono vivo e gettarono il mio corpo ancora palpitante nella pece bollente. E fu il giorno dopo, quando mi risvegliai e me li ritrovai attorno, già tutti pronti con i loro strani stili in mano, che scopri che non potevo morire: ero già morto…”
Voltaire lo interruppe: “Raccontagli degli altri re, Cesare, e fai in fretta: se ci dovessero scoprire…”
Cesare lo guardò torvamente, poi vide tutta la sua paura, e continuò: ”Il mio compagno ha ragione; cercherò di fare in fretta. Dopo alcuni anni che ero lì… ero condannato ad assistere a spettacoli tenuti da demoni che rappresentavano quelle che ritenevano fossero le mie malefatte; un vero divertimento, te lo assicuro… bene, quella parte di territorio, in cui quasi tutti i dannati provenivano dall’Italia o dalle regioni vicine, fu conquistato da Ade. Non credo che tu sappia chi era, comunque è il nome greco di Plutone, il dio dell’oltretomba in cui credeva la mia gente. Fu sotto di lui che iniziò per me la vera sofferenza… ma questo non è importante: la cosa essenziale è che un dannato mi raccontò che Ade aveva sconfitto alcuni decenni prima Plutone, dopo che questi era stato indebolito dall’attacco del re Yama… Capisci? Ade e Plutone avrebbero dovuto essere lo stesso dio, capisci? E dopo poco tempo cominciarono ad arrivare, sempre più numerosi, questi Cristiani, e parevano molto insoddisfatti… sono convinto che alcuni di loro fossero addirittura delusi delle pene che subivano, le ritenessero troppo leggere. E per ultimo comparve Satana, che conquistò tutto il regno di Ade, ricacciò lontano Chuan Lun e ora ci infligge le pene più atroci che io, in tutti questi secoli, abbia conosciuto.”
Si interruppe. Il suo compagno continuò al posto suo: “E i carceri? Quei carceri enormi che ci fanno costruire? Chi ci tengono dentro? Te lo sei mai chiesto?”
Dalla sua voce ora era scomparsa la paura. In effetti, sembrava in preda ad uno stato di esaltazione. Il gigante biondo continuava a lavorare e bestemmiare, ma erano sicuri che stesse ascoltando con attenzione. Voltaire proseguì.
“Io credo che ci tengano chi ha scoperto la verità. Non possono costruire abbastanza carceri per tenerci tutti dentro, e poi gli serve il nostro lavoro, come ora, per costruire questa strada militare… però vogliono evitare che la verità si diffonda tra le anime. Che esse scoprano che i demoni sono solo altre anime, esattamente come loro! E così Ade, Plutone, Satana e tutti gli altri dèi dell’Inferno… tutta una finzione!”
L’altro sembrò colpito, e parve farsi più attento.
“Io credo” continuò Voltaire “che buona parte della gente si aspetti di essere dannata. E molti altri la ritengono una possibilità concreta, e il tutto è peggiorato negli ultimi secoli… e credo che molti fossero delusi di ciò che trovavano qui; che, nonostante tutto, si cercassero di convincere che questa era già una terribile punizione. E, ad un certo punto, qualche individuo più crudele degli altri ha colto l’occasione, e ha creato per queste anime insoddisfatte l’Inferno. Ed ha scelto alcuni compagni, hanno costruito armature che impedissero di vedere chi fossero veramente, e si sono finti demoni. Poi, è stato facile per loro creare degli imperi! Le anime erano così arrendevoli… ritenevano la dominazione dei demoni inevitabile. Capisci? Questo Inferno ce lo siamo creato noi!”
Dicendo questo, la sua voce si era alzata. Quando se ne accorse, tacque nervosamente, resistendo alla tentazione di guardarsi attorno, e si sforzò di dar l’impressione di lavorare con impegno. Il gigante biondo iniziò allora a parlare, sorprendendolo.
“Io ero un grande guerriero tra la mia gente. Comandavo le navi del mio clan, e le nostre razzie erano temute in tutti i mari che avevamo esplorato. Alla mia morte, sette delle mie schiave si offrirono spontaneamente di salire con me sulla pira funeraria, per seguirmi nell’aldilà. Me l’ha raccontato un antico compagno che ho incontrato quaggiù alcuni anni fa. Era molto sorpreso di vedermi. Era certo, e lo ero anch’io, che sarei dovuto andare nel Valhalla, per banchettare e bere idromele fino alla fine del mondo con gli altri grandi guerrieri della mia gente. Ed ora sono qui, punito per cose che non avrei mai pensato fossero delle colpe. Io credo a tutto quel che avete detto; ma cosa possiamo fare?”
Gli altri due si guardarono, poi Cesare iniziò: “Abbiamo sentito delle guardie dire che domattina Satana verrà di persona ad ispezionare i lavori. Se noi riuscissimo a togliergli l’elmo, così che tutti possano vedere che è uno di noi, credo che potremmo provocare una ribellione. Siamo molto più numerosi dei demoni, e dovremmo riuscire facilmente a sopraffarli…”
Aspettò una risposta. Poi l’altro disse: “D’accordo. Qual è il vostro piano?”
Voltaire sospirò di sollievo, quindi mormorò: “Quando Satana arriverà, col suo carro, faremo in modo di fermarlo… qualcuno si butterà davanti ai cavalli per spaventarli… lo farà Cesare…”
“Come? Avevamo deciso che l’avresti fatto tu!” sibilò Cesare.
“Io… io non so se ne avrei la forza”, disse Voltaire arrossendo.
In effetti, in quel momento si vergognava molto. Gli altri capirono che stava dicendo la verità, così Cesare si limitò ad imprecare a bassa voce.
Voltaire continuò: “Nella confusione, è probabile che sia possibile avvicinarsi al carro. E allora, un uomo di grande forza, come te, potrebbe strappargli l’elmo.”
Respirò, fissandolo, desiderando con tutte le sue forze che li aiutasse.
“Mi sembra estremamente pericoloso, disse l’altro, ma cosa abbiamo da perdere?”

Il carro era tutto ricoperto di decorazioni che rappresentavano ossa umane, ed ai lati pendevano arti strappati di fresco a qualche disgraziato. Anche le due grandi cavalle nere erano addobbate allo stesso modo. Sul carro, ricoperto da un’imponente armatura rosso fuoco, torreggiava Satana, il re dei dannati. Le anime erano inginocchiate ai lati della strada, lo sguardo fisso a terra, mentre il carro avanzava lentamente. A intervalli regolari erano disposti demoni in terribili armature. All’improvviso, qualcuno saettò verso il carro, cogliendo di sorpresa i demoni vicini. L’uomo basso e quasi calvo agitò le braccia di fronte alle cavalle, facendole quasi impennare, poi gridò: “Ora!”, continuando a distrarre le cavalle, poi ancora: “Ora!”, mentre la disperazione si impadroniva di lui. I demoni iniziarono a correre nella sua direzione, ma erano lenti, impacciati dalle armature. Satana gli stava già promettendo che avrebbe curato personalmente la sua punizione. La disperazione lasciò posto alla rabbia e Cesare, con un’agilità sorprendente, balzò su una delle cavalle e di lì sul carro, avventandosi su Satana e quasi facendolo cadere.
Il demone era molto più alto di lui, e le punte acuminate di cui era cosparsa la sua armatura lo ferivano, ma non vi badò. Era abituato al dolore. Riuscì ad afferrare l’elmo, e cominciò a tirare, mentre l’altro imprecava e cercava di levarselo di dosso. Le anime assistevano allibite. E poi, ci fu qualcun altro sul carro, un gigantesco uomo biondo. Afferrò Cesare e, pur meravigliandosi della sua forza, lo staccò da Satana, gettandolo giù dal carro, quindi gli saltò addosso e lottò brevemente con lui, riducendolo all’impotenza. Poi disse: “Mio Signore, quest’anima dannata complottava contro di Voi. E anche quell’altro” aggiunse, indicando un uomo. Tra la folla di dannati che si scostava da lui, Voltaire si sentì svenire.

Tutte le mattine si risvegliava in quella stanza, vicino all’enorme calderone ricolmo di pece bollente. Poi veniva un demone, lo faceva a pezzi con un’ascia e lo gettava dentro la pece. Non si ricordava da quanto fosse, ma era tanto. Voleva morire. Ma era già morto.
Il demone entrò nella cella. Lui lo fissò con odio, poi, meravigliato, lo vide togliersi l’elmo, da cui uscì una gran massa di lunghi capelli biondi. Cercò di balzargli addosso, ma le catene lo trattenevano contro la parete. “Tu!” sibilò.
“Non essere arrabbiato con me” disse l’altro “niente di personale.”
Cesare lo guardò con ira, poi ostentò il massimo disprezzo. “Fai quel che devi fare” disse, sdegnoso. L’altro rise, facendolo infuriare, poi aggiunse: “Sai, è colpa vostra. Mi avevate convinto; i demoni erano anime come noi. Però il vostro piano era disperato. Troppo rischioso. Io non sono un codardo, ma ho pensato che c’era un modo più sicuro per salvarmi. Se i demoni erano come noi, allora ogni tanto dovevano reclutarne qualche altro. L’impero di Satana si sta espandendo. E se anche Satana era uno di noi, allora forse mi avrebbe ricompensato per il mio aiuto… e, come vedi, l’ha fatto.”
“Sei un verme!” ringhiò Cesare.
“Sì, forse hai ragione. Ma forza: è ora del bagno” disse, indicando il calderone.

Guido Alfani è nato a Castellamonte (Torino) nel 1976 e vive con la moglie a Milano. Qui, dopo essersi laureato in Discipline Economiche e Sociali, ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia Economica e Sociale, ed attualmente è assegnista presso l’Università Bocconi.
Appassionato ed onnivoro lettore, ama molto scrivere. Tra i suoi hobby vi sono anche i giochi di ruolo e i wargames.
Ha vinto la terza e la sesta edizione del Trofeo RiLL, rispettivamente con i racconti “Inferno” e “Il peso degli angeli”. E’ anche arrivato quarto nel 1999 (con “Il Principe e Cenerentola”) e secondo nel 2001 (con "Storia di Draghi e Negromanti").
Oltre al Trofeo RiLL, ha partecipato ad altri premi letterari, con buoni risultati (Lovecraft, Licurgo Cappelletti…).
Suoi racconti sono usciti su numerose antologie e riviste. È inoltre autore di molti articoli di storia economica e sociale e di demografia storica, pubblicati su testate specialistiche.