La mia bara

di Elvezio Sciallis
Terzo classificato al XIII Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Schegge di Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2007]

La mia bara misura sei passi per quattro.

In uno dei lati più corti c’è una porta di metallo.
Le pareti sono di una pietra nera e vetrosa.
Nel muro opposto alla porta si apre una feritoia, a me irraggiungibile.
Abbandonato per terra, un materasso: poco più che un sacco riempito di stracci.
In un angolo un buco nel pavimento; una manopola aziona un getto d’acqua dal soffitto, perpendicolare all’incavo. Funziona come cloaca e doccia allo stesso tempo e il pensiero mi è insopportabile.

È una cella. Preferisco chiamarla bara.

Non so perché sono qui.
Non posso misurare il tempo o lo spazio. Sono imprigionato in un corpo che non è il mio, disumano.
Membra enormi e pesanti, una carne grigia e dura come il cemento ma friabile: a ogni movimento mi sfaldo, perdo scaglie di pelle. Di quella che forse è pelle. Non ho peli o capelli. Tre dita opponibili alle mani e ai piedi. Due occhi e una bocca, niente naso, niente orecchie. Eppure, avverto ugualmente rumori e odori.
Ho dedotto questi dati toccandomi il volto. Sono quasi privo del senso del tatto e non è stato facile percepire i miei lineamenti.

Uno specchio mi farebbe impazzire.
Non ho raccolto l’acqua nell’incavo delle mani per cercare in essa il tremulo riflesso del mio viso. Mai oserei.
Non ho attributi sessuali.

Non so quanto io sia grande né quanto lo sia la cella, perciò ragiono in termini di passi.

Non ricordo. Rammento poco di quando ero umano. Non so che vita facessi. Non posso nemmeno dire se fossi maschio o femmina, adulto o bambino. Cosa ho fatto per meritare questo?

Attraverso la feritoia cala ciclicamente una luce smorta. Come quella di un sole filtrata da panni sporchi. Poi si fa buio. La temperatura non cambia. O non ne avverto il mutamento. Alle volte, durante la notte, intravedo dalla fessura due piccole lune: una avorio, l’altra rosea. Viaggiano appaiate, il loro chiarore si mescola a formare una debole luminescenza che diffonde nella mia bara un osceno colore carneo.

Poco prima che la luce scompaia arrivano a portarmi da mangiare.
Sembrano simili a me ma sono vestiti in armature nere e rosse, irte di spine. Mi porgono un cucchiaio e una ciotola piena di una zuppa marrone; non ne sento né il sapore né la temperatura. Tornano poco dopo a portare via gli utensili. Non comunicano fra loro né mi rivolgono la parola.

Non so da quanto duri tutto ciò né quanto ancora potrebbe durare.

Ho imparato a non disobbedire o protestare.
All’inizio tentavo improbabili suicidi: scioperi della fame, una volta ho cercato di soffocarmi con il cucchiaio, un’altra mi sono scaraventato contro il muro fino a perdere conoscenza...
Se azzardo qualcosa del genere loro arrivano. Urlano, grugniscono e mi feriscono con lance dalla punta arroventata: il dolore è immenso, insopportabile. In seguito trascorro giorni, quelli che io chiamo giorni, raggomitolato sul materasso, ansimante. Le ferite guariscono senza che nessuno le curi; si forma una crosta che poi si sfalda. Mi sembra d’essere un elefante rugoso, di pietra, una statua infelice della sua immortalità.

Chi ero? Come vivevo? Cosa facevo? Possiedo tutto il linguaggio e dentro la mia mente sperimento occasionali echi e ricordi: bar affollati, strade rumorose, lenzuola stese ad asciugare, bambini che corrono e ridono… Ogni volta che tento di fissare la mia attenzione su queste immagini provo un dolore lancinante alla testa e comincio a perdere sangue, quello che penso sia sangue, dagli occhi, dalla bocca, dall’ano.
Loro, onniscienti e sempre vigili, immonda legione di arghi panottici, arrivano e mi immobilizzano.
Poi mi applicano delle… sanguisughe…
Limacce viscide, grandi come un pugno, carnose e traslucide. Percorrono lentamente il mio corpo, mi perforano la carne, prosciugano le mie energie, assorbono pensieri e ricordi, si impregnano di tentazioni ed emozioni.

Quando le staccano sono orrendamente grasse, perdono un liquido ambrato.
Poi le mangiano.
Se le contendono con violenta bramosia.
Le sbranano di fronte a me emettendo un lungo, disgustoso, gorgoglìo di piacere.
Rimango inerme per giorni, mi imboccano a forza quella putrida brodaglia.

Non comprendo il loro linguaggio; non riesco nemmeno a capire quando ridono, quando sono arrabbiati. Nulla.
Esiste solo il tragitto delle lame di luce provenienti dalla feritoia. Di mattina colpiscono la parete, poi strisciano lungo il pavimento fino a scomparire ben prima che arrivi la notte.
Privato di ogni spinta alla vita, mi impediscono di impazzire appiccicandomi quegli psicopompi bavosi.

Ho raccolto parte della polvere e delle scaglie che perdo. Ho usato questi materiali per segnare il percorso della luce: un esile binario cinereo, una meridiana di scarti e residui.
Ma mentre dormo qualcuno calpesta tutto e io non riesco mai a vegliare per scovare il colpevole.
Allora ho fatto dei piccoli cumuli, ognuno a simbolizzare un giorno. Ne conto ventidue prima che riesca a vedere le lune gemelle nella stessa posizione di prima, di sbieco, dalla feritoia.

Hanno scoperto anche quelli.

Ora, con cadenza irregolare, inondano la mia cella con un forte getto d’acqua che porta via ogni cosa.

Non vogliono che io mi sforzi a ricordare, a pensare a un’identità. Non vogliono nessun tipo di speculazione; parimenti mi impediscono l’oblìo.
Mi hanno tolto tutto a eccezione della cognizione di essere stato privato di tutto.

Prigioniero.
Costretto in una cella disadorna e in un corpo mastodontico, grezzo, odioso. Obbligato a pensare, a soffrire; mai troppo, mai fino all’agognata rivelazione o al desiderato cedimento. Nessuna epifania, nessuna colpa, nessun reato: solo punizione.

Disperato, ho compiuto un atto esecrabile, vergognoso.
Ho raccolto una parte delle mie feci. Ho provato, le dita imbrattate di escrementi, a tracciare qualche frase nella lingua con cui ragiono, ma il mal di testa è stato troppo violento. Non riesco a esprimere i miei pensieri attraverso dei segni.

Le ho nascoste, sotto il materasso. Non ne sento l’odore. Ci si abitua a tutto.
La notte seguente ho tentato di modellare delle forme. Provavo meno dolore.
Ho creato la rozza figura di un uomo. Poi un quadrupede. Ci sono riuscito!
Mi sono sentito vivo per la prima volta da… Da sempre.
Ho dormito con, spero, un sorriso sulle labbra..

L’indomani sono entrati all’improvviso. Erano in tanti, tutti armati. Mai viste così tante guardie.
Mi dicevano cose che non capivo. Ordini non interpretabili e, di conseguenza, impossibili da eseguire.
Mi hanno torturato a lungo con le loro lance incandescenti.
Hanno scovato i miei tesori, dentro il nascondiglio.
Poi mi hanno applicato le sanguisughe.
L’oblìo.

Mi sono svegliato legato a una sedia di pietra, in un salone di cui non riesco a vedere le pareti.
Molte sentinelle mi circondano e altri esseri, vestiti con lunghe cappe e privi di armi, mi si ergono di fronte.
Parlano fra loro. Gesticolano. Mi indicano. Sento tutto, anche senza orecchie, le parole risuonano come una serie di vibrazioni nel cranio.
Alle volte, suppongo, mi rivolgono domande.
Ma non capisco e non so rispondere.
Vengo percosso ripetutamente.

Mi sveglio e perdo conoscenza di continuo. Infine urlo, mi scrollo, cerco di liberarmi.
Vengo colpito alla testa. Sanguino.
Di nuovo il buio.
L’oblìo.


La mia bara misura quattro passi per tre.

La porta di metallo sembra più antica, corrosa dal tempo.
Mi hanno tolto il materasso. Dovrò dormire per terra.
Pareti e pavimento sono di quella strana roccia vetrosa e nera, più irregolare rispetto alla mia precedente sistemazione.
Non c’è più una feritoia, solo una piccola grata sul soffitto che lascia trapelare pochissima luce.
Il foro nell’angolo c’è ancora, ma manca il rubinetto: scende di continuo un esile filo di acqua putrida. Lo scarico di altri prigionieri, immagino.

Ogni giorno vengono a prendermi e mi legano a un giogo collegato a una enorme ruota di pietra, poi mi obbligano a tirare e camminare in tondo.
Come un animale.
È faticoso, ma fermarsi significa essere trafitto dalle lance.
Quando cado per terra, sfinito, mi sbattono il muso dentro una ciotola e aspiro quella sbobba.
Poi mi riconducono dentro.

Perlomeno ora ho qualcosa di preciso e nitido cui pensare e loro non sembrano essersene accorti. Posso stabilire una specie di legame causa - effetto, colpa - punizione, reato - condanna - espiazione.
Di nascosto osservo le macchie di ruggine sulla porta. Le incrostazioni paiono volti, paesaggi, figure: mutano lentamente e io rido o piango a seconda di quel che ci vedo.

È la mia assoluta libertà, il mio personale teatrino delle ombre: questa volta, se starò attento, nessuno riuscirà a togliermelo.

La mia bara misura quattro passi per tre.


Nato nel 1970 ad Alessandria, Elvezio Sciallis vive ora a Milano occupandosi di web editing e scrittura SEO-oriented.
Ha tentato la via della narrativa in alcuni concorsi e con la pubblicazione a pagamento di due antologie personali: “La macchina delle ossa” (Prospettiva, 2001) e “Il dio nell’alcova” (Il Foglio, 2004).
 

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