Io metto lettere nero su bianco. Niente altro.

Il report del seminario di Andrzej Sapkowski a Lucca Comics & Games 2015
di Giorgia Cappelletti
[pubblicato su RiLL.it nel novembre 2015]


Nell’ambito di Lucca Educational 2015, il celebre scrittore polacco Andrzej Sapkowski ha tenuto un seminario intitolato “Viaggiare nei mondi del fantastico”. Giorgia Cappelletti, autrice quinta classificata al XXI Trofeo RiLL, ci racconta questo incontro…


Il primo impatto con Andrzej Sapkowski è sempre un po’ spiazzante: sincero al punto da risultare brusco, concreto al limite del cinismo (ma ci tiene a specificare che lui, nella vita reale, è un tipo da baci e abbracci, e niente affatto dark-minded. Gli crederemo sulla parola).
Ad esempio, non perde occasione per ammonire i lettori a non chiedergli spiegazioni riguardo alle sue storie, perché “è tutto nel libro, e i miei libri sono sufficientemente chiari. Quindi non chiedetemi informazioni. Mai.”
(niente paura: gliele abbiamo chieste lo stesso!)

Alla prima domanda, posta da Giorgia di Tolle (Editrice Nord), riguardo all’importanza dell’ambientazione nel fantasy, Sapkowski si rivolge direttamente al pubblico, chiedendo: “Ma voi avete davvero bisogno di una mappa?”
Secondo lui, costruire mondi è un’attività adatta a chi ha molta pazienza, molto tempo da perdere e nessun bisogno di guadagnare. Sapkowski non lavora alla creazione di un mondo; è il mondo che si crea da sé mentre lui scrive. A contare davvero sono soltanto la trama e i personaggi, tutto il resto passa in secondo piano.
Si arriva così a parlare di Geralt e Ciri.

Sapkowski spiega che Geralt agisce secondo una sua etica. Per quanto denaro possano offrirgli, non ucciderebbe mai un mostro innocuo, uno che non costituisca un reale pericolo per gli altri, perché è un tipo onesto. Ciri, invece, si trova ad essere contemporaneamente una ragazza normale e una sorta di Santo Graal. In The Lady of the Lake (in italiano: La signora del lago, Editrice Nord, 2015), dovrà attraversare diversi mondi, uno più pericoloso dell’altro.
È una sorta di rito di passaggio, spiega Sapkowski: il passaggio nel fuoco, la prova che permette al personaggio di affrontare i propri lati oscuri per uscirne più forte e consapevole, nella miglior tradizione del romanzo di formazione.
Quando gli viene chiesto perché abbia scelto quell’argomento - domanda proibita – risponde: “Pensavo che sarebbe stato interessante per i miei lettori. Io non faccio filosofia, non voglio trasmettere messaggi. Sono uno scrittore e cerco solo di intrattenere il lettore”.

Sapkowski aggiunge che la scrittura per lui è un business, proprio come fabbricare scarpe, perciò non gli capita mai di commuoversi, ridere o piangere mentre scrive i suoi romanzi. Allo stesso modo, si preoccupa di nominare correttamente le piante e i fiori che compaiono nelle sue storie per rendere il tutto più realistico e compiacere così il lettore.
“Dopo tanti racconti brevi in cui Geralt non fa che uccidere mostri e incassare la ricompensa, ho voluto inventare una storia più complessa e interessante. Così ho deciso di fargli affrontare una nuova sfida, quella di salvare qualcuno. Non chiedetemi perché. Sono io a decidere.”

Gli viene poi domandato perché abbia scelto un punto di vista insolito come quello di un chirurgo. La risposta è prevedibile: “Non chiedetemi perché. Io so di aver fatto nel modo giusto. Sono io a sapere come deve funzionare, sono uno specialista.”

La conversazione scivola sull’uso degli stereotipi nel fantasy. Sapkowski dice che da un certo punto di vista sono utili, perché fanno presa sul lettore, ma sono anche pericolosi perché attirano critiche. L’unica soluzione è seguire l’istinto e affidarsi al proprio talento.
“Io seguo gli stereotipi, ma a modo mio.”
Uno dei temi ricorrenti nel fantasy, ad esempio, è la grande battaglia del Bene contro il Male. È uno stereotipo che funziona, quindi nel romanzo ci dev’essere sempre una grande battaglia.

Inoltre Sapkowski ha spesso reinterpretato i motivi delle fiabe tradizionali.
Nel primo racconto dove compare Geralt, scritto per un concorso letterario, la situazione di partenza era classica (castello medievale, mostro da sconfiggere ecc.), ma la soluzione escogitata dai personaggi - quella di assumere un professionista, appunto The Witcher - era del tutto originale. Sapkowski ammette di aver esaminato razionalmente le proprie possibilità di vittoria in quel concorso e di aver ricercato qualcosa di particolare che potesse colpire l’attenzione (e, in effetti, si classificò al terzo posto).

Discutendo a proposito dell’ambientazione, lo scrittore polacco osserva che il 99% dei romanzi fantasy inizia in un sereno mondo rurale dove tutti lavorano la terra e vivono in pace. Solo in un secondo momento arriva l’Ombra. Lui, invece, sente di condividere con George R. R. Martin una visione più pessimistica della vita: il mondo è pieno di cose brutte e non aspetta soltanto di accoglierti per renderti bello e ricco.
Sapkowski ci racconta di aver chiesto a Martin perché mai continui a uccidere personaggi che piacciono al pubblico e che, quindi, farebbe meglio a tenere in vita. Martin gli ha risposto che così è più interessante. Ovviamente scatta subito la domanda: “Hai intenzione di uccidere Geralt?”
“Io non sono George R. R. Martin!”, risponde lui.

Parlando delle caratteristiche del genere, Sapkowski afferma che, quando si scrive o si legge fantasy, si deve crederci al 100%. Bisogna accettare l’improbabile, come l’esistenza di nani e mostri. Nel momento in cui l’autore crea, tutto ciò che scrive diventa reale.

All’inevitabile domanda sull’ispirazione (parola che Sapkowski odia), la risposta è lapidaria: serve il talento. Se non ce l’hai, puoi diventare cuoco e cucinare spaghetti alla bolognese (risposta testuale!, NdP), o fare qualunque altra cosa, ma non scrivere. Il talento da solo, però, non basta; serve anche la tecnica, e bisogna conoscere bene la propria lingua e la propria cultura.

Per quanto riguarda il videogioco The Witcher, Sapkowski afferma di non averci mai giocato e sottolinea che i libri non hanno nulla da spartire con film e videogiochi. Solo lo scrittore conosce i suoi personaggi e può parlarne con competenza di causa. “Io metto lettere nero su bianco. Niente altro. No-other-media.”

Terminiamo con un paio di domande a botta e risposta:
“Chi sono le vere vittime nei tuoi libri?”
“Tutti.”
“E chi sono gli eroi?”
“Quelli morti.”
“Vorresti Geralt come amico?”
“No.”
Per essere un autore che non ama dare spiegazioni, ce ne ha fornite parecchie.

(nella foto: Andrzej Sapkowski con una delle sue fan, Livia Alegi, all'uscita del seminario; foto di Francesca Garello)
(ovviamente, ci rammarichiamo di non disporre di una foto della brava Giorgia Cappelletti con l'autore polacco... ma la ringraziamo di nuovo per l'ottimo report!)

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