Zed

di Maria Francesca Zini
Quarto classificato al XIV Trofeo RiLL
[racconto presente nell’antologia Fuga da Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2008]


Fu nella sera scura e nebbiosa del primo giorno di vigilia che Marta, tornando a casa per la vecchia via sopra le mura, incontrò Giacomo l’araldo. Erano vecchi conoscenti che si vedevano ormai di rado, perciò si soffermarono a salutarsi, scambiandosi le frasi cortesi d’uso in quel periodo dell’anno. Fu solo verso la fine della conversazione che l’uomo, il volto squadrato sotto il cappuccio, l’aria innocente, le disse: “A proposito, ho sentito dire che tuo cugino Zed è tornato in città.”
Marta sorrise, cercando di mostrarsi tranquilla e lietamente sorpresa. “Mi fa piacere saperlo” rispose. Poi, poiché ogni altra cosa era gia stata detta, salutò di nuovo con un cenno della testa. “Buona preparazione” si congedò, e riprese la sua strada. Di tutto ciò che era stato detto in quei minuti solo quell’ultima frase continuava a risuonarle in mente, ricostruendo davanti ai suoi occhi il viso quasi dimenticato di Zed. Ci sono cose che vanno e cose che non passano, cose che continuano a tornare. Zed era in città e avrebbe potuto incontrarlo, adesso, ad ogni angolo di strada.
È diversa una città quando ad ogni svolta puoi aspettarti un incontro. Marta procedette nel buio e contro il vento, passando da un alone all’altro delle gialle lanterne che faticavano a fendere l’aria nebbiosa. Piazzette lastricate, ponti sui canali. Quando giunse alla porta di casa, in uno dei vicoli del terzo Santiere, trovò il legno della porta e i muri della casa ricoperti, fino a trenta centimetri di altezza, di caratteri riccioluti e liquidi dipinti in un verde profondo. La Prima Processione era passata quel pomeriggio, salmodiando e lasciando su ogni strada del Santiere il suo messaggio di sventura. Marta chinò la testa, e alzò istintivamente la mano destra a tracciare i segni sul volto e sulla gola. Entrò nel buio riscaldato dalla stufa lasciata accesa fin dalla mattina, e sospirò profondamente. “Zed”, si consentì di mormorare. E reclinò la testa, abbandonandosi all’indietro, come se quel nome le avesse tolto anche l’ultima forza.


La mattina dopo si recò al mercato. La piazzetta quadrata era affollata di persone pesantemente vestite, che affrontavano il gelo e il grigio del mattino per valutare con occhi acuti e mani arrossate gli oggetti e le vivande delle bancarelle stracolme. Era tempo, e tutti dovevano prepararsi. Ogni persona incontrata era un saluto, un fermarsi, un dare e ricevere notizie talvolta recenti talvolta riguardanti un anno intero. Marta non poteva fare a meno di guardarsi intorno, di provare una stretta alla bocca dello stomaco ogni volta che il suo sguardo si soffermava su un gruppo di persone conosciute. Fra i visi poteva spuntare all’improvviso quello di Zed, largo e liscio, il sorriso beffardo sotto le fini sopracciglia arcuate, il cappuccio del mantello un po’ gettato all’indietro nonostante il freddo. Ogni frase scambiata sembrava un preludio alle sole frasi che Marta attendeva: “Ho visto Zed”, “Ho incontrato tuo cugino”. Ma l’unica persona che fece davvero quel nome fu sua madre, quando Marta la incontrò presso la bancarella dei meloni d’inverno, verdi e brinati, posti in piramide sul legno umido. Sua madre aveva il volto severo e corrucciato, e la sporta gia pesante di spesa. “Stai preparando?”, le chiese. “Sì”, disse Marta. “Ho ancora molto da fare.”
“Non sono sicura di questi meloni” disse sua madre, saggiando con le mani bianche la pelle rugosa e spessa dei frutti invernali. “Mi ha detto Liviana che Zed è tornato, tu lo hai visto?”
Marta non resistette più. Il suo sguardo si alzò all’improvviso verso il punto che fino ad allora aveva accuratamente evitato: l’angolo oscuro, fra la bottega del cestaio e il pescivendolo, in cui la piazza si inabissava nel vicolo. Lì, dopo dieci passi, una svolta a destra, un arco. Sotto l’arco una porta, sopra l’arco la finestra della camera di Zed. Sarebbe stato semplice fare quei passi, fermarsi sotto l’arco, bussare alla porta, spingerla, salire le scale di corsa e precipitarsi nella stanza con il basso tetto a travicelli dove Zed forse suonava il flauto, forse leggeva e fumava vicino alla finestra. Lui si sarebbe voltato e l’avrebbe salutata con il riso nella voce. Le avrebbe offerto il tè, scuro e fumante nella lucida porcellana bianca, e avrebbero parlato e riso, felici di essere di nuovo insieme, così come era accaduto tante volte prima. Consapevoli che questa volta era diverso, questa volta era definitivo.
“No”, disse Marta scuotendo il capo. “Non l’ho visto. Starà facendo visita ai parenti, forse. È molto tempo che non è in città.”
“Forse” sospirò la madre. “Andrai alla funzione, questo pomeriggio?”
“Credo di sì” Marta la salutò, e si affrettò per i suoi acquisti. Si faceva tardi. Non credeva più che Zed si sarebbe mostrato al mercato, quella mattina.


La luce iniziò a calare già dopo il secondo rintocco, appena tolto il piatto in cui aveva mangiato pane con olio ed erbe bollite. L’oscurità sembrava salire dai canali, mescolata alla nebbia umida che la faceva ristagnare pastosa presso le lanterne, accese di nuovo fin dalla mattina. I lampionai erano passati presto sotto le finestre, facendo risuonare i secchi di latta e le lunghe canne per l’olio. Marta lasciò le lampade spente in casa mentre impacchettava, riponeva, divideva e controllava, i passi frettolosi fra la dispensa e la camera sulla strada, la stufa che lasciava sfuggire un baluginìo di brace dallo sportello traforato, fino a che non fu troppo buio anche per vedere dove stava mettendo le mani. Allora si lasciò cadere sui cuscini, gli occhi chiusi. Preparare era necessario, e tuttavia in quel momento sembrava futile, un ponte sottile e scivoloso da cui si era destinati inesorabilmente a cadere nell’abisso. Marta allungò le mani, strofinò l’acciarino, appoggiò le dita sul globo della lampada fino a che non divenne incandescente, e allora le ritirò di scatto. Un debole battito venne dalla porta. Marta si ravviò i capelli, si erse nello scialle. Se Zed fosse passato dal Santiere, anche per altre faccende, forse sarebbe passato a salutare. Ma era la vicina, che portava una cesta di mele ancora acerbe, il profumo verde pungente nell’aria fresca della dispensa dove Marta andò a sistemarle. “Me le hanno mandate i miei parenti dalle valli” disse la donna “e sono più di quante ne possa mangiare, finché si conservano.” Chinò la testa, tracciandosi il segno sulla gola: “Ci vediamo alla funzione.”


Il tempio era pieno, le teste chine nella luce ondeggiante delle fiaccole appese alle colonne, il fumo mescolato con i vapori dell’incenso. Marta era in ritardo, aveva perso tempo a pettinarsi, a ricostruire la sua immagine davanti allo specchio dell’armadio, cercando di essere bella senza mostrarne l’intenzione. Zed avrebbe partecipato senza dubbio alla funzione, ma non era sicuro che si recasse nel tempio del suo Santiere. E tuttavia vi era venuto, già altre volte: Marta rivedeva la sua schiena china nelle panche a destra, nel gruppo dei giovani, il suo capo che si voltava appena durante la funzione, per accennarle un sorriso sopra la spalla. Ma non ebbe tempo di guardarsi intorno: la celebrazione era già iniziata, e lei sgattaiolò a inginocchiarsi nelle file di mezzo, dove le donne le fecero posto spostando le pieghe voluminose dei mantelli. L’officiante pronunciava le parole di rito, la voce quasi dimessa nell’atmosfera fredda e solenne. Marta guardò la nicchia oscura che si apriva nel muro di fondo dell’abside. Buio nel buio, polvere di pietra morta. Un nodo le strinse lo stomaco. Mancavano due giorni.
Le parole conclusive le giunsero alle orecchie mentre già le donne attorno a lei accennavano a rialzarsi, le mani impegnate nel segno. I saluti furono sussurrati e frettolosi, ci vediamo domani, buona serata, buona preparazione. Marta poté finalmente alzare lo sguardo intorno, ai gruppetti che sfilavano lungo le panche, l’uomo alto che rimaneva a parlare un momento con il sacerdote. Uscì. Sul sagrato altri gruppi, altri saluti. Zed non c’era. Marta si recò da sua madre, i piedi lenti sul selciato dalle grandi pietre e sui gradini dei ponti, gli occhi all’inseguimento dei passanti che in quell’ora numerosi tornavano alle loro case, le braccia ingombre di pacchi e ceste, i volti seri. Sua madre stava ricevendo due visitatori, un’anziana coppia di parenti che interrogarono Marta quasi lietamente, come stai, cosa stai facendo. Zed non fu nominato né Marta poté trovare motivo di farlo: i due appartenevano ad un altro ramo della sua famiglia, e forse neanche si ricordavano di lui. Li salutò e si diresse, più frettolosamente, verso casa, lungo le strade ormai vuote. La Processione era già passata: i segni verdi sopra la sua porta erano giunti fin quasi all’altezza del davanzale della finestra. Marta entrò e accese solo una candela, fioca e confortante, finché non la spense prima di entrare nel letto. Sognò di annegare, lentamente, in un fiume di profonde acque verdi.


Il giorno seguente si costruirono le pire. A Marta giunsero le grida dalla strada, dopo le prime ore del mattino trascorse in un immobile e vaporoso silenzio. Poi la musica dei violini e della fisarmonica irruppe, violenta sotto l’immobile quiete del cielo color ardesia, ostinata nella luce sepolcrale. Marta mise il mantello e i guanti e uscì, dirigendosi alla piazza sulla riva, trascinandosi dietro un vecchio cofano in cui fino alla scorsa estate aveva riposto le coperte di casa. Il palo centrale della pira era già attorniato dai primi legni e le persone giungevano dai vicoli e dai portoni, recando vecchie casse, pezzi di trave, porte, tavoli, sedie impagliate, tende tarlate. Gli uomini e i ragazzi e le ragazze più giovani facevano a pezzi gli oggetti, riducendoli in schegge ed assi che potevano essere montate con regolarità attorno al palo. Sulla pira veniva di volta in volta versato olio, perché di lì al giorno dopo la legna non si inumidisse o si bagnasse troppo. Gli uomini anziani lavoravano con serietà concentrata, dirigendo le operazioni di montaggio, mentre i giovani nonostante tutto ridevano, si mostravano a vicenda le cose più strane o più vecchie, si tiravano addosso gli stracci ritrovati sul fondo dei cassetti che svuotavano. Qualcuno, dimentico, si metteva addirittura a danzare, giusto qualche salto, alla musica dei tre suonatori che serissimi stavano in un angolo. Marta tremava dal freddo e dall’agitazione, mentre aiutava a trasportare roba vicino alla pira, chiacchierando vivacemente con amici e conoscenti. I suoi occhi continuavano a saettare verso le strade da cui giungeva gente da sola o a gruppetti, il cuore che balzava ogni volta che vicino a un vecchio amico vedeva avanzare una figura non subito riconosciuta. Zed era venuto già altre volte a montare la pira là dove era lei. Marta ricordò quella volta in cui, nonostante i guanti, si era ferita. Era giovane, allora, quasi quanto la ragazzina che ora davanti a lei non riusciva a trattenere ogni tanto una risata. Quel giorno la punta scabra di un’assicella spezzata era penetrata nella lana dei suoi guanti e le aveva lacerato il palmo, lasciando minuscole schegge pungenti e dolorose dentro la pelle. Marta le aveva succhiate fuori una ad una, mordendosi piano il palmo con i denti e, quando Zed si era avvicinato, chiedendo scherzoso perché non si dava da fare, per tutta risposta gli aveva messo la mano sotto il viso, dita aperte e palma in su, esposta, offesa e un po’ tremante nel gelido vento invernale. Zed le aveva guardato la mano per un lungo momento, e poi aveva distolto gli occhi lentamente e con evidente fatica. E lei aveva sentito traboccarle dentro un quieto e sgomento trionfo, perché la luce di quello sguardo era stata innegabile, tangibile e dolce quanto una carezza.


La luce scemò di nuovo, ancora più rapidamente che nelle sere precedenti. Marta si avviò con gli altri, voci quasi allegre lungo i vicoli affondati nel buio, tonfo di remi nell’acqua delle barche che si avvicinavano verso il tempio. Zed non sarebbe venuto quella sera, si va alla funzione con coloro con cui si è costruita la pira, e questo la lasciò concentrata sulle parole dell’officiante, le stesse, quasi impersonali, che sembravano risuonare nel fondo cupo e cavo della nicchia oscura e vuota in fondo al tempio. Solo una sera. Marta chinò la testa sulle mani, la paura che le scorreva lenta e formicolante nelle vene. Ma all’uscita la febbre la riprese, e scappò dalla conversazione degli amici, ho fretta, devo andare a prendere ancora alcune cose. Non resistette, questa volta, e si avviò veloce, quasi fuggitiva, verso la piazza del mercato, dove i bancarellai finivano di smontare. Il giorno dopo nessuno avrebbe esposto, e nessuno acquistato. Marta si immerse nel vicolo, e i suoi passi si fecero più lenti. Andando dritto aveva ancora davanti a sé la bottega della cereria, un pretesto forse plausibile per il suo tragitto. Passò accanto alla via dell’arco, rallentando quanto possibile. Non poteva girare - non c’era scusa e c’era solo un motivo - ma voltò la testa, tentando di intravedere la finestra sopra l’arco. Ma la luce delle lanterne e la nebbia ne confusero il baluginìo, e non avrebbe saputo dire se la lampada, in quella stanza, fosse accesa.
Tornò a casa. La Terza Processione, l’ultima, non era ancora passata. Si chiuse la porta alle spalle, serrata.


Passò di notte, e stavolta Marta la sentì, i lenti campanelli, il lugubre salmodiare, il fruscio del sottile pennello che finiva di coprire di simboli verdi la porta e il muro della sua casa. Rimase sveglia ad occhi sbarrati, lo stomaco in cui si contorceva un serpe incattivito. Poi i rumori si allontanarono e lei rimase a guardare il buio, ora paradossalmente più tranquilla. Sapeva che la sua porta era come sigillata, che non ne sarebbe più uscita fino alla prossima notte, per l’ultima funzione.
Non c’era altro da fare che attendere. Marta tracciò il segno, poi si rigirò nel letto, ancora comodo, ancora caldo, e dopo un poco si riaddormentò.


Il giorno dopo era il più lungo, il più solitario. Marta si alzò presto, e tentò di imporsi una ferrea disciplina di incombenze, nelle stanze in cui ormai nemmeno le lampade accese mettevano luce sufficiente. Non aprì le imposte fino a mezzogiorno: e quando lo fece, fu per scrutare un cielo livido e plumbeo, in cui parevano ancora tralucere le stelle. Conosceva quel cielo. Chiuse le imposte, e cercò di cancellare i suoi pensieri come si cancella il gesso dalla lavagna.
Il tempo non passava mai. Marta quasi si assopì, nel primo pomeriggio, sui cuscini del divano. Riaprì gli occhi al brontolio della stufa, in cui un ramo era crollato in brace e cenere sul fondo del fornello. Non aveva voglia di muoversi, ma era tempo di prepararsi. Il vestito era pronto, ma lo spazzolò nuovamente, si pettinò i capelli a lungo, indugiò nel massaggiarsi le tempie e il viso perché la pelle fosse più rosea. Altro non si poteva fare. Le erbe bollite, pronte per essere mangiate, erano in un piatto coperto in dispensa, ma la sola idea le dette nausea. Attese, camminando per la stanza, fino a che, all’improvviso, non udì il suono che aspettava. Un sibilo potente, una serie di piccoli scoppi, l’odore di fumo che pervadeva l’aria.
Le pire bruciavano, per invocare la luce.
Tutta la pazienza, tutta la sonnolenza del giorno evaporarono all’istante. Marta protese una mano tremante verso la porta, la spalancò con una spinta. Uscì in strada, si voltò verso i battenti coperti di segni verdi, li chiuse in fretta e s’incamminò verso il tempio, cercando di non correre. Tutte le lanterne erano spente nella notte profonda e le uniche luci erano quella oscillante dei falò nelle piazze e quella immobile, remota, delle stelle. Non si può anticipare l’ora, non si può sapere in anticipo ciò che porterà. Ma nonostante questo Marta era al tempio un poco prima del necessario, e non era sola.
Si inginocchiò in una delle panche, non troppo avanti, non troppo indietro. Vicino a lei, gli altri già giunti rimanevano immoti, solo qualche saluto a voce molto bassa. Faceva freddo, spifferi di vento soffiavano nella pietra della navata, ma l’aria si addolcì un poco quando la gente, presto, iniziò ad affollarsi. Tutti erano presenti quella sera, in quel momento tutti i templi di tutti i Santieri di tutte le isole si stavano riempiendo di persone. Marta alzò la testa, cercando fra le figure che entravano il volto di Zed, pronta, contro ogni ragionevolezza, a vederlo subito, a riconoscerlo subito, a invitarlo con un cenno esplicito della testa a sedere accanto a lei. Desiderava in quel momento più di ogni altra cosa averlo al fianco, col sorriso composto di quando assisteva alle cerimonie, il calore fuggevole del suo corpo che filtrava a lei attraverso la spessa stoffa del mantello, nei contatti casuali di due che siedono accanto.
Ma il sacerdote si fece davanti a loro prima che Zed arrivasse, e dietro a lui, verdevestita, scampanellante, entrò la processione dei salmodianti. L’incenso pervase le narici, le note lente e gravi della litania fecero tremare sconsolato il cuore di Marta. I salmodianti spensero una ad una le candele dell’abside, fino a che le uniche fievoli luci non furono quelle delle due torce vicino all’entrata. Ogni volta che una delle porte si apriva, per un ritardatario affannato o impudente, la loro luce ondeggiava sugli archi delle navate. Marta fissava l’oscurità della nicchia vuota in fondo all’abside, l’agitazione dentro di lei che cresceva in gelido presagio. Ed ugualmente, ad ogni ondeggiare della torcia, ad ogni spiffero dalla porta che le colpiva le spalle, non poteva fare a meno di girare leggermente la testa, perché ogni volta poteva essere Zed.
Il canto luttuoso giunse infine al suo apice. L’officiante si inchinò di fronte al vano oscuro all’apice del tempio, il luogo dove la luce si era spenta. Si sedette nella prima fila, con gli altri. La sua voce risuonò più stanca che solenne, mentre pronunciava a voce alta le ultime parole. “L’ora è questa. Non possiamo che attendere.”
Una vitrea immobilità si impossessò di Marta, che rimase con gli occhi sbarrati, a fissare come tutti l’oscurità. La porta si aprì un’ultima volta, proprio in quell’istante, la fiamma delle torce vacillò così forte che parve volersi spengere. Poi la porta si chiuse e Marta seppe che Zed era lì, alle sue spalle, e fissava con occhi intenti proprio la sua figura inginocchiata.


Ogni anno, nei giorni del solstizio d’inverno, dalle acque e dalle paludi che circondano le isole, demoni e spiriti calano sulla città. Alcuni si dissolvono non appena scorgono le luci delle finestre fra i canali, non appena odono i campanelli della verde processione che percorre e ripercorre vicoli e ponti. Altri ridono sguaiati, beffandosi degli incantesimi degli uomini. Il loro alito gelido spegne le fiamme nei tabernacoli dei templi, e il loro volto muta, trasformandosi in quello di persone amate e partite, in amori antichi svaniti anzitempo, mai compiuti o solo sognati. Con quei volti si aggirano per le strade mentre la gente prepara la festa del solstizio, conscia che questa potrebbe non giungere mai. Ognuno di quegli spiriti maligni è legato a un abitante dell’arcipelago, uomini e donne che devono chiudere gli occhi e il cuore al desiderio che li divora. Perché se uno solo dei demoni viene riconosciuto dalla persona cui è vincolato, e accolto come colui di cui ha assunto il viso, il nome e la storia, allora in quel momento l’oscurità avrà vinto la battaglia. Le fiamme nelle nicchie in fondo all’abside dei templi non si riaccenderanno più, e le tenebre avvolgeranno le isole per sempre.


Marta fissava l’abside buia. Doveva voltarsi. Doveva voltarsi adesso.
Ci fu un suono, come un sospiro profondo.
Una luce bianca e ardente si accese all’improvviso nella nicchia, illuminando come un lampo i visi attoniti degli astanti e riducendosi poi, quasi subito, a una piccola, dolce fiammella che spandeva un breve alone sulla pietra attorno a sé.
La folla esplose. Urla, risa, la vicina di Marta si voltò per avvolgerla in un abbraccio entusiastico. I cantori della processione gettarono in aria le vesti verdi, e le loro voci, alte ed esultanti, guidarono ben presto le grida di festa ad unirsi in un canto gioioso e corale. Marta si voltò.
Il battente della porta, appena richiuso, oscillava ancora. Lì vicino non c’era nessuno.


La mattina dopo la folla trionfante irruppe sulla piazza grande, picche lance e forconi nelle mani alzate, per celebrare la cacciata delle ombre dalla città. Marta osservava la scena dai margini della piazza, assieme ad altre donne. Gli uomini picchiarono rumorosamente le armi contro le porte, tirarono sassi, e parecchi vetri andarono in frantumi. Alcuni fra gli uomini salirono nelle case, per affacciarsi poi alle finestre ed urlare “Se ne è andato! Non è qua!”. Fu solo allora che Marta, con le altre, gettò via il mantello verde scuro e con grida di giubilo corse al centro della piazza. Abbracciò gli amici fra salti e giravolte, baciò tutti i visi che le vennero davanti, bevve, ballò, andò al grande pranzo della festa che fin dalla notte sua madre e le altre parenti stavano preparando. Il sole calò presto, anche quel giorno, ma la sua luce era dolce, pensò Marta, mentre stanca, sazia e un poco ubriaca lo guardava tramontare oltre i tetti scintillanti, il suo ultimo fulgore riflesso nelle acque della laguna. Uno degli amici le venne accanto appoggiandole una mano sulla spalla, e lei si rilassò e si lasciò abbracciare. “Siamo ancora qua” disse lui, accarezzandole piano i capelli dietro la nuca.
Sì, pensò Marta. Una di queste volte succederà, il buio rimarrà, e avremo tutta una notte, una notte molto lunga, per impazzire e morire. Ma non stavolta. Pensò a Zed, ancora una volta lontano, la barca che scivolava sulla distesa delle acque morte, la sua figura solitaria che svaniva nella nebbia. “Sì” disse. “Siamo qui.”


Maria Francesca Zini è nata nel 1970 a Pisa, dove vive con suo marito e i suoi figli, Michele e Maddalena.
Laureata in Chimica, ha lavorato a lungo in campo informatico e, più di recente, come insegnante.
Grande appassionata di letteratura (fantastica e non), ha letto “Il Signore degli Anelli” almeno una decina di volte e non prevede di smettere di rileggerlo.
Ha partecipato più volte al Trofeo RiLL, classificandosi al quarto posto nel 2006 (con “I consulenti dell’architetto”) e nel 2008 (con “Zed”). Con il racconto “Trasformazione” (pubblicato nell'antologia "Il Carnevale dell'Uomo Cervo e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni") è stata fra i vincitori dell’edizione 2012 di SFIDA, altro concorso bandito da RiLL.


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