I tempi cambiano, nonna!

di Giulia Abbate e Elena Di Fazio
Quinto classificato al XV Trofeo RiLL
[racconto presente nell’antologia Cronache da Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2009]


Siamo nei guai. C’è il rischio che tutto crolli, il nostro fragile mondo, le nostre famiglie, il lavoro di anni. Siamo sotto assedio e bisogna combattere fieramente, se non per la vita, almeno per l’onore. Non è carino ammetterlo, ma la colpa è tutta loro, delle nonne.
Andiamo con ordine.

Sapete cosa non rimpiango del Fascismo? Il calendario. Sì, proprio così. Ogni settimana una festa, una ridicola ricorrenza simil contadina, una parata per festeggiare qualche vittoria idiota sulle forze della natura. E noi costretti a celebrarla lì, in pieno deserto. Era un supplizio di Tantalo, che ricordava ai nostri genitori quello che avevano perso spostandosi nella colonia, e a noi bambini, che dovevamo sopportare la loro tristezza deprimente, rovinava ogni divertimento.
Alla mia famiglia andava anche peggio: i figli dei confinati, a loro era permesso qualche malumore, ma noi dovevamo mantenere la facciata dei fieri coloni, fascisti convinti, in prima linea per dare l’esempio. Si può essere tanto cretini? Se la nonna mi sentisse, mentre critico i miei genitori e dico “brutte parole”, mi farebbe una delle sue interminabili ramanzine. Ma in questo momento temo abbia altro per la testa.
Sto divagando. Dicevo: odiavo il Fascismo, noi eravamo fascisti e io odiavo anche questo. La nonna, quando arrivò, iniziò a prendermi in giro, dandomi del bolscevico. Era così dolce con noi! Abbandonati dai nostri genitori costretti a lavorare duramente a fianco dei confinati per la sopravvivenza della colonia, ricominciammo a gustarci l’infanzia solo grazie alle care, dolci nonne, che ci vestivano con premura, ci coccolavano con dolci fatti in casa - solo loro riuscivano a ridare il gusto alle scialbe verdure delle serre! - e la sera ci rimboccavano le coperte, mentre i coloni lasciavano gli attrezzi da lavoro e prendevano le armi per la guardia notturna. Per difenderci da chi, poi? Figurarsi! Nessuno si è mai presentato a rivendicare la proprietà di questo posto orrendo, lontano da tutto, dimenticato dagli uomini - dai fascisti in primis!
Perché questa era la verità, non tardammo a rendercene conto. I fascisti ci avevano abbandonato: magari avevano per le mani la tanto sognata guerra mondiale, magari avevano trovato una colonia ancora più lontana, nella quale spedire frotte di cretini, fossero contestatori rossi o fessi anche troppo neri. Eravamo rimasti soli. Per fortuna erano arrivate le nonne.


Vennero dalla madrepatria, a bordo della nave con i rifornimenti. Noi, bambini, eravamo a scuola e lasciammo l’aula in fila indiana, preceduti dal maestro. La Icaro ormeggiata si ergeva nell’atmosfera incerta della mattina. Non potevamo sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avremmo vista, né che, in fila ordinata nella stiva, ci aspettavano le nonne.
Ogni famiglia ne ricevette una: nel freddo e nella solitudine dei pianori sabbiosi, fu la prima volta da tempo che ricordammo cos’era il calore umano. Ironico, vero?
La nonna ci fu assegnata e la portammo a casa quella sera stessa. I suoi capelli grigi erano setosi come la lana, gli occhi simili a piccole biglie di vetro. Il corpo era di vetro opaco, quasi infrangibile. Sotto la superficie dell’epidermide opalescente si intravedevano fili aggrovigliati, corti circuiti che si illuminavano quando parlava. Si muoveva in modo meno goffo degli uomini meccanici da lavoro, e c’era dolcezza in ogni suo gesto.
Dopo l’arrivo della nonna, le cose divennero più facili per tutti. Presto trovammo le risorse per rivoltarci ai Podestà e mandare avanti la colonia senza ricorrenze, senza parate, senza stupidi orpelli fascisti, senza discriminazioni tra coloni e confinati. Eravamo soli e abbandonati, non più divisi, e ci conquistammo l’autonomia dai rifornimenti a prezzo di sudore e dolorose assenze. Le nonne assistevano in silenzio ai rivolgimenti drammatici, dalle loro poltrone, dalle sedie a dondolo sui patii. Non approvavano, non condannavano. Combattevano il fetore della disperazione a colpi di biscotti e aromi di vaniglia e cioccolato, zucchero, uva passa. E questo ci bastava.


Avremmo dovuto immaginare cosa sarebbe successo! Siamo stati troppo ingenui. Eppure, segnali ne abbiamo avuti… quei silenzi, quelle alzate di spalle quando noi, da ragazzini, sfidavamo l’autorità dei nostri genitori, quei dolci incitamenti a vestirci ordinati, a non far crescere i capelli, a non fare uscire le ragazze dopo una certa ora, a non ridere ad alta voce per strada…
Poi, un giorno, mia sorella venne a raccontarmi una cosa.
“Stavo aiutando la nonna a impastare la torta. Parlavamo del più e del meno, delle serre. Poi abbiamo infornato e siamo rimaste in silenzio. All’improvviso, senza una ragione valida, la nonna si è irrigidita e ha alzato il mento.”
E poi l’aveva detto. Così, senza esitazione, con il dolce sguardo indurito da una fierezza illogica. E noi, una volta ancora, avevamo messo la testa nella sabbia: non avevamo avvertito nessuno. D’altra parte, non sapevamo che anche agli altri cose simili accadevano di continuo, e pensavamo che nessuno avrebbe creduto che una nonna, una docile nonnina, avesse pronunciato parole simili:
“Io sono nata fascista… e morirò fascista!”


È accaduto l’impensabile e le cose sono precipitate.
Una nave. Esseri umani. Trentacinque anni dopo il nostro arrivo, trenta dopo l’interruzione di ogni contatto con la madrepatria e il resto del mondo, abbiamo visto una nave avvicinarsi rollando, attraccare in una nuvola bianca. E dalla nave funi, una scala e della gente che ne è uscita con cautela.
Anche noi ci siamo avvicinati guardinghi, nascosti dietro le dune. Quegli uomini sembravano comunicare tra loro in preda a una strana euforia. Possibile non sapessero che eravamo lì? Tirarono fuori dalla nave un’asta con una bandiera ripiegata. Possibile pensassero di essere i primi ad arrivare sulla Luna?
Dai loro enormi scafandri si sarebbe detto che ignorassero l’atmosfera artificiale con cui avevamo avvolto il satellite. Le nostre serre erano schermate, è vero, gli insediamenti mimetizzati, tanto tempo prima, per sfuggire al fuoco di un nemico che non si era mai presentato. E la bandiera fascista l’avevamo strappata, insieme al resto delle insegne.
“È così” mormorò mio cognato accanto a me “pensano di essere soli.”
“Chi sono?”, sussurrò suo fratello da un cratere vicino.
Fu presto detto, e la risposta a quella domanda ci gettò nel panico. Gli uomini spiegarono la bandiera e rivedemmo il simbolo che aveva popolato i nostri incubi infantili.
Erano bolscevichi.


Restammo a lungo a spiarli. Quando fummo certi che non avevano intenzione di spingersi in un’esplorazione, lasciammo due uomini di vedetta e tornammo all’insediamento. Più silenziosamente possibile, senza campane, senza altoparlanti, senza annunci, ci riunimmo in assemblea.
La speranza di veder apparire altri esseri umani nella colonia era ormai un sogno sbiadito e la sua improvvisa realizzazione ci gettò nel panico. Qualcuno giurava che erano arrivati per invaderci; in qualcun altro, i vecchi barlumi di odio verso il nemico comunista provocarono immediata repulsione; per gli altri, come me e mia sorella, quei visitatori rappresentavano la risposta alle preghiere più disperate e insieme la materializzazione di un incubo.
Così, confusi, ma anche carichi di nuova speranza, dopo un’intera vita a fare i conti con l’assenza di una via d’uscita, nessuno di noi ebbe l’accortezza - o la preveggenza, forse - di far caso alle nonne, ai loro occhi che brillavano dietro le finestre al passaggio degli stranieri venuti da lontano.
Quegli occhi, solitamente dolci e pieni d’affetto, erano cupi come il fondo di un cratere.


Quando accadde la prima volta non ero presente. Non era lì neppure mio cognato, ma il figlio del carpentiere ci raccontò tutto per filo e per segno.
Due bolscevichi si erano spinti in avanscoperta e, quando furono ragionevolmente lontani dai compagni, i nostri si fecero vedere e li condussero all’insediamento. Tentarono di comunicare con loro, li convinsero a fatica a liberarsi degli scafandri. Arrivarono nella piazza davanti alla scuola e chiamarono la vecchia maestra in pensione, che parlava un po’ di francese. Uno degli stranieri lo parlava a sua volta e i due riuscirono a instaurare una parvenza di conversazione. E cosa ne uscì! Quando me lo riferirono, credetti in un equivoco causato dalla scarsa padronanza della lingua, ma ora che tutto è finito non riesco a smettere di pensarci.
Secondo il bolscevico, la guerra c’era stata, ed era pure finita! Ma il nemico americano, preda del più sfrenato capitalismo, minacciava il mondo con la sua arroganza atomica. Il sovietico disse che avrebbero cercato di conquistare anche la Luna, anche se per il momento erano spaventosamente indietro, e che dovevamo tenere in serbo le armi per quel giorno.
Non ebbe tempo di dire molto altro, purtroppo.


Una delle nonne si avvicinò con un vassoio di paste fresche. Chi era presente raccontò che i circuiti sotto le fibre della pelle si illuminavano a intermittenza di riflessi purpurei, mai scorti prima. Porse le paste al bolscevico in segno di ospitalità e questi ne accettò una. Non appena ne ingoiò la crema, cadde al suolo in preda alle convulsioni. La nonna gettò via il vassoio, si chinò sul suo corpo esanime e gli torse la testa... un giro a destra, uno a sinistra, un altro giro, un altro... fino a staccarla. Poi, sollevata la testa del poveretto verso gli astanti, prese a cantare:

Per i figli, pei nipoti,
ci battiam su tutti i fronti
solo agli ultimi orizzonti
la vittoria in armi sta!


In quel momento, mi trovavo ai confini della colonia con un gruppo di concittadini. C’era anche uno dei maestri della scuola, perché avevamo bisogno di qualcuno di buona cultura che ci aiutasse a pensare bene.
“Non possiamo fidarci di questi stranieri!”, diceva il figlio del fabbro, agitando la piccozza.
“Potrebbero ricondurci sulla Terra” osservarono le due sarte, convenendo tra loro. “Se avessero voluto ucciderci, lo avrebbero già fatto.”
Il maestro si lucidò gli occhiali con la manica e li sistemò sul naso. “Potrebbero non essere chi dicono di essere” sentenziò.
Lo osservammo in silenzio per qualche istante, aspettando che proseguisse.
“Potrebbero essere uomini lunari” continuò infatti. “Si fingono terrestri per guadagnare la nostra fiducia.”
I presenti si guardarono tra loro, perplessi ma affascinati dall’ipotesi.
Sollevai timidamente la mano. “Perché degli uomini lunari dovrebbero ricorrere a un piano tanto fumoso?”
Il maestro mi rivolse un’occhiata compassionevole. “Vogliono coglierci di sorpresa, è ovvio.”
“Dobbiamo ricacciarli da dove sono venuti!”, gridò il meccanico.
Ci fu una discussione animata. La maggior parte dei convenuti era indecisa tra accettare che i bolscevichi ci conducessero sulla Terra a bordo della loro nave, e dargliele di santa ragione finché non avessero confessato i loro reali scopi.
Finimmo col metterlo ai voti e, malgrado le premesse, quasi tutti scelsero la prima opzione. Decine di anni di solitudine, lontani dalla nostra terra natia, furono più forti del timore. Le nebbie che avvolgevano i nostri ricordi infantili ci parlavano di onde marine, nuvole e salici piangenti... resistere alle sirene del passato era impossibile.
Stabilimmo che sarebbe partito solo chi lo desiderava, e che gli altri avrebbero lasciato fare. Avremmo indetto un consiglio cittadino e raccolto le firme di chi voleva lasciare la colonia. Poteva essere l’occasione per rimettere in piedi le vie di comunicazione e mandare altri rifornimenti, altre macchine, persino gente nuova. Prima che il figlio del carpentiere giungesse gridando, e mandasse in pezzi ogni speranza, avevamo trovato una rapida intesa.


Raggiungemmo correndo la piazza della scuola, sconvolti dal racconto degli ultimi, tragici sviluppi della vicenda. L’altro straniero aveva tentato la fuga, presumibilmente per avvisare i compagni della disgrazia, ma era stato bloccato perché non desse l’allarme. Quando arrivammo, la nonna continuava a marciare in cerchio attorno alla folla, la testa del bolscevico ancora in mano, a cantare quei versi indimenticabili:

Con romanica virtù
metteremo Giuda al muro;
con il Duce in testa a noi
diveniamo tutti eroi
e la morte a tu per tu!


Cosa fare, come comportarci? Cosa era accaduto a quella dolce vecchina, da indurla a macchiarsi di un omicidio a sangue freddo?
Il bolscevico sopravvissuto, immobilizzato dalla stretta di due uomini, gridava frasi incomprensibili nella sua lingua barbara, intervallate da minacce in francese. L’anziana maestra era troppo scossa per riuscire a comprenderle e tradurle.
Ci guardammo tra noi, incerti sul da farsi. Senza bisogno di parole, quasi senza capire quello che facevamo, prendemmo l’amara decisione: armati di piccozza, tre dei nostri si avvicinarono alla nonnina, che ancora recitava i suoi canti fascisti, e la colpirono ripetutamente finché non cadde al suolo... rotta.
Fu una scena orribile. Scoppiammo in lacrime e molti si coprirono il volto per non vedere. Ma, all’improvviso, il bolscevico approfittò del momento di disordine generale per liberarsi dalla presa e darsi alla fuga: correndo a più non posso, sfuggì con un’agilità inaspettata ai tentativi di fermarlo, sollevando con gli scarponi nuvole di polvere bianca.
Risuonò uno schianto. Il bolscevico mosse ancora qualche passo, poi stramazzò senza un lamento.
Un silenzio agghiacciato scese su di noi come un velo metallico. Un fucile? Chi era stato? Chi aveva sparato? Scambiandoci occhiate confuse, ci rendemmo conto che nessuno di noi aveva con sé armi da fuoco.
Fu allora che ci accorgemmo di lei: dietro le tende di una finestra, scostate appena per permetterle di prendere la mira, c’era un’altra nonna, il fucile fumante ancora poggiato sul davanzale tra i vasetti di basilico e il pizzo della tenda. Si sporse dalla finestra, distese il braccio in un ferreo saluto romano e iniziò a cantare:

Il legionario è ancora a guerreggiar,
ci siamo fatta la pellaccia dura
coi bolscevichi e i Giuda d’oltremar!


Le nonne! Le nonne hanno completato il disastro.
Mentre noi eravamo rimasti a fissare raggelati la scena del massacro - la prima nonna che sventolava il fucile, la seconda, rotta, con la testa mozzata del sovietico tra le mani - tutte le altre non erano rimaste con le mani in mano. Siamo ridotti a fare mere supposizioni, ma non posso immaginare il terrore degli uomini rimasti sulla nave nel veder calare su di loro uno squadrone di nonne, magari a passo di marcia, magari cantando i loro inni con le stesse tiepide, sottili vocine con cui avevano sussurrato tante ninne nanne per i loro nipotini.
Di quegli uomini non trovammo più traccia. La nave sparì nel nulla. Non un bullone, non una prova a carico delle nonne - né a discarico, del resto. E se molti di noi, comprese le nonne, sono sicuri che non accadrà nulla, che i bolscevichi sulla Terra hanno pensato a un’avaria durante il lungo viaggio spaziale, il timore che ritornino a vendicarsi, numerosi e feroci come un tempo, ci ha cambiati per sempre. Abbiamo ripreso i turni di guardia, e la fabbricazione di munizioni è triplicata. Durante le assemblee domenicali preghiamo insieme e, a volte, gridiamo pieni di rabbia contro i nemici lontani, invisibili. Stiamo organizzando una battuta di caccia agli uomini lunari, per verificare anche la peggiore delle ipotesi ed eventualmente metterli a ferro e fuoco.
Le nonne giurano che difenderanno i loro bimbi fino alla morte. Gli inni fascisti, affermano ridendo, appartengono al passato: perché darsene pensiero?
“Sono anziana, caro” mi ha detto la nonna, porgendomi una fetta di crostata fumante. “È passato tanto di quel tempo! Sono cose vecchie, tesoro, mangia, o si raffredda.”
Ha riso un’altra volta, la pelle di cristallo, i denti rotondi come perle. E nonostante la mia inquietudine, e il ricordo sempre più pallido del profilo lontano dei pini silvestri, devo ammettere che la crostata era davvero la fine del mondo.


Giulia Abbate è nata a Roma, ma attualmente vive a Milano, insieme a suo marito, due bimbe e una gatta.
Editor e coach di scrittura, è co-fondatrice di Studio83, agenzia di servizi editoriali e associazione di sostegno agli autori esordienti.
Ha pubblicato l’antologia di racconti di fantascienza “Lezioni sul Domani”, scritta insieme a Elena Di Fazio (CastelloVolante Editore, 2011), nel quale è incluso anche “I tempi cambiano, nonna!”, quinto classificato al XV Trofeo RiLL. Con “Frammento n. 83” è stata fra gli autori vincitori di SFIDA 2014, altro concorso bandito da RiLL.
Suoi racconti di fantascienza sono usciti in numerose antologie, e ha firmato recensioni per portali on line dedicati alla letteratura di genere.
Nel 2016 ha pubblicato  "Nelson" (Delos Digital), romanzo di fantascienza di ambientazione marinaresca; del 2017 è "Stelle umane", antologia personale di racconti fantascientifici e fantastici.
Il suo sito personale è
www.giulia-abbate.it


Elena Di Fazio è nata a Roma, ma da alcuni anni risiede in Romagna.
Laureata in Teorie della Comunicazione e da sempre appassionata di fantascienza, ha all’attivo racconti di genere presenti in diverse antologie (tra le altre, “Le variazioni Gernsback” e “Ma gli androidi mangiano spaghetti elettrici?”, entrambi edite da Della Vigna nel 2015), oltre a una raccolta personale scritta a quattro mani con Giulia Abbate (“Lezioni sul domani”, CastelloVolante Editore, 2011).
È co-fondatrice (sempre con la socia/ amica/ collega Giulia Abbate) di Studio83, agenzia di servizi editoriali e associazione di sostegno agli autori esordienti.


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