Le difficoltà nello scrivere racconti

di Antonella Mecenero
[pubblicato su RiLL.it nell'aprile 2017]

Antonella Mecenero, pluripremiata autrice del Trofeo RiLL (e a cui RiLL ha dedicato l'antologia personale La Spada, il Cuore, lo Zaffiro) ci parla delle difficoltà e degli elementi per lei centrali nello scrivere un racconto.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato nel blog di Antonella Mecenero.


Torna ciclica la domanda se sia più facile scrivere racconti o romanzi.

Io non lo so se sia più facile o più difficile scrivere racconti o romanzi.
Al contrario del sentire comune, io ho più difficoltà a pubblicare romanzi. Ho pubblicato due romanzi, invece di racconti ne ho pubblicati, vediamo... cinque sherlockiani, due su Giallo Mondadori, quattro sulle antologia della serie Delitti di Lago, dieci nell'antologia La Spada, il Cuore e lo Zaffiro, uno su Kultural, più quelli preparati per la radio, per un sito con cui collaboravo, per un'associazione di cui facevo parte. Insomma ho decisamente più esperienza di racconti editi che di romanzi (gli inediti contano fino a un certo punto, non avendo avuto riscontri esterni; mi piace pensare di avere dei capolavori nel cassetto, ma ho il sospetto che sia più sogno che realtà).
Quali sono le difficoltà specifiche che riscontro nelle scrivere racconti?

Avere ben chiari i propri obiettivi narrativi
In un racconto non ci può entrare tutto. Un romanzo può essere un calderone di tematiche. Nei due romanzi che ho pubblicato ho messo dentro più cose di quante avessi previsto. E va bene. Il romanzo è il regno del molteplice.
Un racconto non può esserlo, rischia di essere inconcludente. Non posso permettere che in un racconto un personaggio secondario acquisisca troppo peso: in un romanzo sarebbe magari una ricchezza, in un racconto lo farebbe deragliare.
Quindi bisogna avere le idee chiare su cosa si voglia raccontare. Quale sia il cuore emotivo del nostro narrare.
Non solo chiederci chi sia il protagonista, ma perché proprio lui. Non solo che cosa dobbiamo far succedere, ma perché vogliamo che quei fatti accadano. Qual è il nostro intento? Come deve uscirne il lettore?

Sto finendo di sistemare un racconto per un concorso. Forse non è il racconto giusto per quel concorso (chi mai può dirlo), ma credo sia uno dei miei migliori racconti. Alla fine il lettore deve avere le lacrime agli occhi e ragionare sul proprio concetto di eroismo. Non so se è quello che accadrà al lettore, ma è quello che voglio che accada.
Nel racconto il sentimento dominante è la malinconia. Il protagonista (e qui sta il difficile) non è chi compie l'azione, ma il morto su cui si indaga e riga dopo riga, nel ricostruire la sua storia, il lettore deve veder crescere la propria ammirazione per questo personaggio che pian piano si "mangia" il racconto e lascia i vivi in secondo piano.
Questi sono i miei obiettivi, che ci sia riuscita è un altro discorso, ma, secondo me, una delle cose più difficili e importanti dello scrivere un racconto è definirli prima.
La brevità obbliga alla chiarezza d'intenti.

Circoscrivere la trama e fare in modo che funzioni alla perfezione
Un romanzo può avere una lunghezza tendente a più infinito. Può arrivare alle migliaia di pagine o addirittura essere diviso in tomi da centinaia o da migliaia di pagine. Un autore può iniziare senza conoscere con precisione la mole finale della sua opera; può sapere che, rispetto ai suoi standard, sarà "breve" o "lungo", ma senza quantificare meglio questo sentire.
Un racconto è per sua natura breve. Diciamo sotto le 100.000/150.000 battute (no, secondo me 100.000 battute non sono un romanzo). Quindi bisogna decidere innanzi tutto cosa NON raccontare.

Ho pubblicato parecchi racconti, ma ce ne sono infiniti altri che stanno nei miei cassetti, per i più vari motivi. Uno che non è rientrato nell'antologia La Spada, il Cuore e lo Zaffiro doveva intitolarsi "Tre cavalli sordi". Il titolo mi piaceva parecchio. La storia si svolgeva durante una gara equestre. La protagonista a un certo punto scopriva che uno dei concorrenti montava un cavallo sordo, addestrato in modo particolare e il rendersi conto che quello non era l'unico cavallo addestrato in quel modo le dava degli indizi per capire i legami tra i loro possessori.
Il problema era che la storia era quella della protagonista, non quella dei cavalieri dei cavalli sordi, né tanto meno dei cavalli. E non importava quanto bella fosse la storia dei cavalli, la vicenda doveva essere circoscritta. Doveva ambientarsi all'interno della gara, che era importante, perché parteciparvi era il sogno della protagonista da quando era bambina. E solo uno dei cavalli sordi partecipava alla gara. Il secondo cavallo ci entrava di striscio. Il terzo e il suo cavaliere sono stati del tutto tagliati dalla versione definitiva. E il titolo è stato cambiato.
Il racconto nella mia testa è nato dalla storia dei cavalli, ma nel momento in cui ho deciso che la protagonista sarebbe stata l'unica donna a partecipare alla gara ho capito anche di dover tagliare qualsiasi svolta narrativa che non la riguardasse direttamente.
In un romanzo si può trovare spazio per tutto e per tutti, in un racconto no.
(se vi siete incuriositi riguardo al racconto di cui parla Antonella, potete ora leggerlo nel suo blog: s'intitola "Treccia d'amore", e vede fra i protagonisti anche Amrod, personaggio ben noto ai lettori dell'antologia RiLLica La Spada, il Cuore e lo Zaffiro, NdP)

D'altro canto la trama circoscritta di un racconto deve funzionare alla perfezione. Lo scricchiolio di trama che in un romanzo passa inosservato in un racconto si impone come un elefante rosa all'occhio del lettore.

Ho molto amato Venere Privata di Scerbanenco, ma in quel romanzo c'è una delle svolte di trama più deboli che io abbia mai visto in un giallo. Il protagonista trova una rubrica della morta. Lui non è un poliziotto, è un medico radiato dall'albo appena uscito di galera che si impiccia in fatti che non gli competono. È nel migliore dei casi un tipo ambiguo, almeno a primo impatto. Sceglie un numero a caso, quello di una donna. È la testimone chiave, ha letto gli articoli riguardanti il processo per cui il protagonista è stato incarcerato (processo che si è svolto anni prima), riconosce immediatamente il nome di lui, lo collega agli articoli e decide di fidarsi ciecamente. Il tutto nel giro di una telefonata.
Ma Scerbanenco sa scrivere, ha creato una certa atmosfera, strizza anche l'occhio al lettore chiedendogli perdono e poi lei, la ragazza, Livia, è un personaggio così bello che pur di averlo in scena accettiamo anche questo ingresso grossolano.
In un racconto questa cosa NON SI PUÒ FARE.
Anche se non è un giallo, un racconto deve scorrere liscio e perfetto.
Se il lettore dubita della coerenza interna di un avvenimento esce immediatamente dal racconto a livello emotivo. Non c'è stato tempo per creare quel patto duraturo di sospensione dell'incredulità, l'autore non ha un credito di credibilità da spendere.
Scerbanenco si permette uno scivolone dopo più di cento pagine. Ormai o abbiamo abbandonato il romanzo o ci siamo affezionati al protagonista e vogliamo sapere come andrà a finire la vicenda. Livia entra in scena male ma non abbandoniamo la lettura per quello, perché l'autore ha lavorato così bene prima che gli possiamo perdonare un errore. L'autore di un racconto non ha lavorato abbastanza per farsi perdonare quindi non può permettersi di sbagliare.

Scegliere che cosa approfondire e cosa lasciare sullo sfondo
Quanti personaggi possiamo approfondire in un romanzo? Tutti quelli che vogliamo.
Quanti, in un racconto? Uno? Due?
Pochissimi racconti scavano davvero la psicologia di più di tre personaggi.
Questo, attenzione, non rende scrivere racconti più facile, ma più difficile.
È più difficile preparare una piccola valigia per un lungo viaggio, piuttosto che una grande.
Anche quando abbiamo definito i nostri obbiettivi e la trama del racconto dobbiamo ancora scegliere. Immaginate. Sapete dove volete andare in vacanza e cosa volete fare, ma potete portare sono due paia di scarpe. Se le sbagliate saranno dolori.
Tanti racconti amatoriali, secondo me, cercano di fare tutto, essere né più né meno che dei romanzi bonsai. Il rischio è che ci sia tutto, ma trattato con superficialità.

Per la mia esperienza, in un racconto riesco ad approfondire non più di due personaggi. Gli altri rimangono sullo sfondo. E una sola tematica. Non più di due ambientazioni, tre se una è solo accennata.
Mi sembra sempre di dover cucinare per un ospite importante potendo contare solo su tre ingredienti. Se li ho scelti bene e li so trattare, però, possono bastare.

Ma alla fine, difficile o no che sia, tutti possono scrivere racconti?
Certo, ma dipende come e con quale velleità.
Il racconto è come i cento metri rispetto alla maratona. Non tutti possono correre una maratona. Bisogna controllare cuore e muscoli e anche mettere in conto il tempo per allenarsi. A nessuno che sia sano di mente verrebbe mai l'idea di improvvisare una maratona, alzarsi dal divano per la prima volta e correre tutto d'un fiato quarantadue e passa km.
Cento metri li possono fare tutti senza ammazzarsi e senza riportare gravi danni. Ma non tutti possono competere alle Olimpiadi per i cento metri. Bolt non è meno campione perché non corre le maratone, anzi.
Tutti possono scrivere racconti, ma scrivere racconti davvero belli è difficile.
Scrivere racconti memorabili è difficilissimo.

Non so se sia più difficile che scrivere grandi romanzi, purtroppo non scrivo cose memorabili, ma so per certo che i racconti di Borges o di Carver o di Buzzati o della Munro una volta letti non te li dimentichi più. E no, non è facile scrivere racconti del genere, così come non è facile diventare dei bravi centometristi.
Anche se, ovviamente, se non si è mai corso, è più facile farlo per centro metri piuttosto che per quarantadue chilometri.

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