Lepanto

di Gaetano Giammarino
Secondo classificato al III Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Mondi Incantati, Novecento GeC, 2003]

Correva l’anno di Grazia 1571, ed io ero il comandante di una delle sei galeazze al seguito dell’ammiraglio Giovanni d’Austria, il quale, impavidamente, ci portava a morte certa contro la flotta degli infedeli. Sapevo che ben pochi, prima di allora, erano scampati alla furia di questi valorosi guerrieri; ma, non so perché, non provavo paura. Forse ciò era dovuto alla mia fede, la quale mi garantiva che non sarei andato a trovare i demoni dell’inferno; non sapevo ancora che essi sarebbero venuti sulla terra a trovare me...

Già da settembre si era saputo che una flotta di circa 150 galee turche veleggiava intorno alla Grecia. La nostra spia, Abdul Jaffah, era stata, un tempo, uno tra i migliori guerrieri che mi fosse capitato di ammirare e, per grazia di Dio onnipotente, aveva abbracciato la giusta fede subito prima di essere preso prigioniero (sebbene volontariamente) durante una sortita cristiana in una imprecisata località della Bulgaria.
Come che sia, egli divenne ben presto una spia per conto del Santo Uffizio dell’Inquisizione, ed un infiltrato presso i Turchi. Fu egli, appunto, a dare la notizia di quella flotta, che ci accingevamo a raggiungere, con il proposito di chiuderla nello stretto di Corinto e distruggerla in combattimento. Eravamo pronti: godevamo di una leggera superiorità numerica, perché potevamo contare su 208 galee, 24 navi da rifornimento, 6 galeazze armate fino ai denti e 14 navi ammiraglie. Come potevamo sospettare ciò che sarebbe successo?
Avevamo calcolato di raggiungere i nemici presso lo stretto di Lepanto, perciò la flotta fu disposta in modo che nessuna nave nemica potesse varcare il muro della prima linea: più di 70 navi costituivano il corpo centrale, ed altrettante erano disposte ad ognuno dei due fianchi, quasi a ridosso della costa, per impedire quella tecnica a tenaglia di cui già Annibale aveva dimostrato l’efficacia a Canne.
Le sei galeazze, fornite dalla Magnifica Repubblica di Venezia, erano equamente distribuite nei tre schieramenti, affinché la loro maggiore stazza e l’armamento potenziato asservissero ai bisogni dell’intera flotta. Erano, infatti, delle navi nuove di zecca, un progetto che io stesso avevo portato più volte nell’ufficio del Doge (dove, fino a qualche tempo prima della battaglia, era stato sempre respinto). Esso consisteva nel potenziamento di una normale galea da guerra: la lunghezza portata a 50 metri; i remi aumentati di numero, fino a 46. Inoltre avevo pensato di sistemare i rematori sottocoperta, in modo che il ponte fosse sgombro: sia per la battaglia, sia per la nutrita artiglieria di cui era mia intenzione fosse dotata la nave. Dopo tutta la mia insistenza e le pressioni, finalmente il progetto fu approvato, e sei galeazze furono costruite, pronte per subire il battesimo di fuoco il 7 di ottobre di quell’anno, testimoni di uno dei più aberranti episodi di tutta la storia dell’umanità.
Il centro dello schieramento era comandato da Marco Antonio Colonna e da Sebastiano Veniero, il primo dei quali sarebbe divenuto, qualche anno più tardi, nemico della nostra gloriosa Repubblica. L’ala destra era tenuta da Gian Andrea Doria, principe di Melfi, a mio avviso il più grande vigliacco che il mare abbia mai conosciuto. Il comando dell’ala sinistra era stato affidato ad Agostino Barbarigo, il mio diretto superiore, il quale mi aveva accordato la sua fiducia rinunciando alla nave ammiraglia e prendendo il comando della galeazza vicina alla mia; chi io sia, preferisco non si sappia, perché non voglio che il mio nome venga associato a ciò che accadde in quel giorno funesto.
Era la notte tra il 6 ed il 7 di ottobre, ed eravamo quasi arrivati allo stretto di Lepanto. Le coste erano visibili, grazie ai fuochi dei pastori, ai pochi villaggi che popolavano la zona, ed allo splendore della luna piena. Non soffiava vento, ma i rematori non furono sollecitati a spingere le navi, affinché fossero riposati in vista della battaglia.
D’improvviso, da una vedetta giunse il fatidico segnale, accompagnato, quasi subito, da un urlo che ci impedì di pensare razionalmente: “Dio mio, sono il doppio!”
Avremmo potuto, avremmo voluto immaginare che avesse le traveggole ma, in cuor nostro, tutti sapevamo che qualcosa sarebbe andato storto; del resto, mai nessuno aveva vinto una battaglia contro i Turchi.
Sebbene fossimo consci che la nostra presunta superiorità numerica era divenuta, improvvisamente, un semplice desiderio, avanzammo coraggiosamente gridando il motto che io stesso avevo insegnato ai miei sottoposti: Pugnantes moriemur, non fugientes vivemus.
L’alba era prossima, e gli schieramenti erano pronti alla naumachia. Il sole sorse, ed il suo colore rosso vivo dipinse di sangue lo specchio del mare. Prima di tramontare, non avrebbe più avuto necessità di farlo.
Finalmente, riuscimmo ad inquadrare bene i nostri nemici. Vi erano quattro parti: due formazioni di sfondamento ai fianchi, una tenaglia al centro, e dei rinforzi a distanza. Stimai ci fossero almeno 250 navi, ma la speranza di vincere non mi abbandonò. Sapevo di poter perdere, ma non avevo il minimo dubbio che ciò non sarebbe successo, anche se ancora oggi mi domando il perché di tanta sicurezza. Riconobbi il vessillo di Mehemet Shoraq e, nell’ala sinistra del loro schieramento, la bandiera di Ulug- Alì svettava maestosa, come se essa sola avesse potuto batterci con la pura forza di una millenaria dimostrazione di supremazia bellica.
Ma la domanda che mi posi fu questa: chi comanda il centro? Nessun vessillo, nessuno stemma conosciuto ornava le circa 150 galee della formidabile tenaglia, né le due ammiraglie, né le galee di fronte a me, dopo che esse ebbero ammainato il vessillo di Mehemet Shoraq, sostituendolo con dei semplici drappi, completamente neri. Solo dopo seppi chi (o, meglio, cosa) comandasse quelle navi.
Intanto ci preparammo alla battaglia: la prima mossa spettò a noi, mentre i Turchi, tranne quelli della loro ala sinistra, per qualche ragione, invece di combattere si misero ad ammainare tutte le vele ed i velacci. In tutta la mia vita non avevo mai visto una cosa del genere: da quando in qua in battaglia si perde tempo ad ammainare le vele? Ma, mentre pensavo a ciò, un fortissimo vento da occidente sballottò e spinse la nostra flotta verso le fauci di quella temibile macchina da guerra che la flotta turca aveva sempre dimostrato di essere. Un vento improvviso così forte dopo due giorni di bonaccia ed una flotta che l’aveva previsto: i nervi cominciarono a cedere ed i marinai, spaventati, si segnarono con la croce.
A quel punto accadde il peggio: Gian Andrea Doria, il vigliacco, superò lo stretto con tutta la sua ala e permise così ad Ulug- Alì di penetrare nello schieramento, approfittando di una stranissima, ed inquietante, coincidenza: il vento di occidente era cessato, ed ora ne soffiava uno da est. Ai Turchi non servì altro: approfittando dello sbandamento, e della tensione che ci attanagliava, Mehemet Shoraq (o, forse, chi aveva preso il comando dell’ala al suo posto) spinse le galee dell’ala destra turca in un piccolissimo varco, tra le navi e la costa, che la mia ala, non so come, aveva lasciato aperto. Ormai tutto era perso: l’ala destra stava fuggendo, e l’ala sinistra era quasi accerchiata. Solo il centro resisteva all’attacco frontale di quell’orda, numericamente doppia, priva di bandiera.
Stranamente, però, si udivano solo esclamazioni nei vari dialetti latini ed in spagnolo: i Turchi sembravano essere muti, sebbene il clangore dei rostri e delle enormi scimitarre supplisse fin troppo bene a quell’innaturale silenzio.
Ricordando il mio motto, ordinai di spingere la mia galeazza contro le navi che stavano per accerchiare l’ala, ed i miei uomini le bersagliarono con una proluvie di cannonate. Ero certo che ne fossero affondate almeno otto quando, con orrore, vidi che le navi affondate ritornavano a galla ed i loro occupanti riprendevano a combattere come se nulla fosse accaduto! Allora ricordai quello che mi aveva detto un vecchio ufficiale, degradato per la sua pazzia: “Le navi che affondano non dovrebbero riemergere!” Era, questa, l’unica cosa che la sua pazzia gli concedesse di dire da quando, anni prima, aveva sostenuto, e perso, una battaglia navale con un piccolo contingente turco vicino Cipro. Ed io che l’avevo sempre considerato solo un matto ubriacone! Sulla nave eravamo tutti pietrificati, mentre vedevamo ergersi, dai ponti delle galee nemiche, orde di esseri deformi ed orribili, ed un solo grido sembrò sbloccarci: “Demoni! Stiamo combattendo i demoni dell’inferno!” E chi, a quella vista raccapricciante, avrebbe potuto rimanere saldo e non sentire il proprio sangue tramutarsi in ghiaccio e rifiutare di scorrere nelle vene?
Essi erano completamente nudi, con la pelle scura e raggrinzita, occhi rossi e zanne orribili; perverse caricature della forma umana, esseri che la natura mai e poi mai avrebbe potuto partorire.
Ciononostante, quando una di quelle navi nere ci abbordò, l’istinto di sopravvivenza ci spinse a combattere con quanto più vigore potessimo. Di certo quei demoni erano scarsi combattenti, e riuscimmo a trucidarli tutti con la perdita di dieci uomini. Forse la fortuna cominciava a girare a nostro favore?
Entusiasmati, eravamo sul punto di attaccare un’altra nave quando, per la terza volta, l’orrore si impadronì del ponte della galeazza: i demoni stavano risorgendo! Vedemmo con i nostri occhi braccia amputate e teste mozzate riconnettersi a busti deformi come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Stranamente, notai, solo sette demoni rimasero a terra: li riconobbi perché li avevamo uccisi io ed un soldato di Malta, che aveva chiesto ed ottenuto di combattere al mio fianco, avendolo io, tempo addietro, salvato da morte certa in una prigione turca. Mentre la battaglia riprendeva ed infuriava io, come un ebete, stavo fermo a guardare quegli esseri che avevo smembrato, gli unici non ancora risorti. Certamente uno dei demoni ancora vivi (e come posso dire “vivi” senza raccapriccio?) si accorse del mio stato, ed avanzò per uccidermi. Non l’avevo visto, e non me ne accorsi fino al momento in cui sferrò un tremendo fendente contro la mia fragile cotta. Mi vidi morto, quando realizzai che quel guerriero aveva fermato la sua possente arma sul velo da crociato che ricopriva la cotta: lo vidi fissare con orrore il velo, e poi accartocciarsi come una foglia e rimanere a terra, come gli altri sette. Guardai il velo, e vidi che era ancora intatto: completamente bianco, e con una croce rossa al centro.
Qualcosa mi spinse ad urlare una frase da me mai udita, ma che dopo seppi essere stata pronunciata in sogno da Dio all’imperatore Costantino più di 1200 anni prima: In hoc signo, vinces!
Corsi, certo di non poter essere ferito, al centro del ponte, dove un manipolo di eroi resisteva all’attacco, chissà quante volte reiterato. Riuscii, con l’aiuto del maltese, a distruggerli tutti, ma constatai di aver perso altri 40 uomini. Solo allora, vedendo la croce anche sul petto del maltese, realizzai il significato di quella frase che io stesso, inconsciamente, stavo ripetendo a bassa voce: la croce, il segno del Cristo, vince i demoni! Senza perdere tempo, con della vernice segnai una, seppur rozza, croce sulle cotte e sulle spade di tutti gli uomini rimasti e poi, sebbene stessi tremando, sul fianco della nave che ci aveva abbordato. Essa scomparve sott’acqua, per non riemergerne più, veloce come il vento: una nave- demone piena di demoni, ed io l’avevo vinta! In men che non si dica, montammo una croce di legno sulla chiglia della galeazza, ed incidemmo il Sacro Segno su tutte le palle di cannone rimaste, mentre altre navi, vedendoci, ci imitavano, spinte da un desiderio di emulazione che solo il terrore più assoluto può spiegare. Ciò fatto, ci lanciammo all’attacco verso il centro dell’ala nemica, speronando e bombardando tutto ciò che riuscivamo a vedere. E, non appena una nave nemica veniva speronata o colpita da una palla, essa scompariva sott’acqua, portando con sé i suoi occupanti. Ma, questa volta, per sempre.
All’incirca a mezzogiorno avevamo distrutto tutta l’ala destra nemica, in cui, con stupore, avevamo trovato anche navi di uomini, i quali, avendoci visto vincere i loro demoni, si arresero a noi. Di quali misteri erano a conoscenza quei Turchi, quali nefandezze avevano dovuto compiere per ottenere l’appoggio del Signore degli Inferi in battaglia?
Speravo di trovare la risposta a queste domande nei diari di bordo, ma non ne trovai alcuno. Solo nella cabina del comandante di un’ammiraglia trovai un libro, scritto in caratteri arabi, che con orrore vidi essere stato rilegato con pelle umana. Conosco un po’ di arabo, e riuscii a leggerne il titolo: Necronomicon. La testa mi girava, e le mie gambe cedettero: il più malvagio testo tra quelli al servizio delle Forze del Male era tra le mie mani. Con quale coraggio avrei potuto aprirlo e leggere i segreti che esso, per eoni, aveva custodito? Né potevo buttarlo, perché sarebbe potuto cadere in chissà quali mani.
Decisi di rimandare le decisioni a dopo la battaglia, che ancora infuriava. Ma, mentre stavo riponendo il libro sotto la mia cotta, avvertii un bruciore insopportabile alla mano destra. “Il libro non vuole toccare la croce!”: questo fu il mio ultimo pensiero prima di svenire.
Mi riebbi una settimana dopo (così mi dissero), in una villa che riconobbi essere casa mia, ancora dolorante al braccio destro e febbricitante. Qualcuno, lì vicino, mi disse che la battaglia era stata vinta, e che il mio coraggio sarebbe stato premiato. Dopodiché, svenni di nuovo.
Ci volle un’altra settimana perché riprendessi, definitivamente, i sensi. Ero completamente lucido, ma il braccio destro continuava a farmi male. Provai a muoverlo, per vedere cosa fosse successo, ma non ci riuscii. Decisi allora di afferrarlo col braccio sinistro ma dovetti accorgermi di un particolare inquietante: non avevo più il braccio destro! In un attimo ricordai tutto: i demoni, il libro, ed il dolore. Seppi che Abdul Jaffah era fuggito, e che i Turchi avevano mandato ambasciatori a Roma per trattare la pace. Chiesi ai miei compagni di battaglia dove avessero messo il libro, ma nessuno di essi sembrò averlo mai visto: tutti dissero di avermi trovato a terra, svenuto e privo del braccio, e di aver notato un mucchietto di cenere vicino a dove quest’ultimo avrebbe dovuto essere. Io solo so cosa, in realtà, fosse quella cenere.
Sento di non poter tenere solo per me questa storia, ma non ho il coraggio, come nessuno del resto, di parlarne. Perciò ho scritto questo diario (che ho intenzione di nascondere); ma ti prego, chiunque tu sia: se hai trovato queste carte, devi bruciarle.
Io non ne ho la forza, ma tu abbi la pietà di farlo, affinché nessun uomo, in futuro, abbia mai da temere allorché qualcuno, ignaro, pronuncerà quella parola che non oso più sentire: Lepanto, o, come ho sentito dai Turchi, Atlantis...

Gaetano Giammarino è nato a Melfi (Potenza) nel 1978, e vive a Rionero in Vulture, sempre in provincia di Potenza, con i genitori ed un fratello.
Laureando in Chimica presso l’Università degli Studi della Basilicata, è un appassionato lettore, specialmente di Tolkien. Tra gli altri suoi interessi anche la strategia e la tattica militare.
Scrive principalmente teatro, e ha scritto, diretto ed interpretato diverse commedie (anche musicali) in ambito locale.
“Lepanto” è il suo primo (e, per ora, anche unico) racconto serio.

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