Le stelle d'inverno

di Massimiliano Malerba
Quarto classificato al XV Trofeo RiLL
[racconto presente nell’antologia Cronache da Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2009]



Vengono.
Continuano ad arrivare. Vengono su dall’inverno, calano da chissà dove.
Vengono dal freddo, dal vuoto, da posti lontani.
Vengono sempre e continuamente. E sbattono sulla spiaggia. Arrivano davanti a casa mia, a morire.
Arrivano già morti.
È stato Lucibene a vederli per primo. Il vecchio Lucibene abita sul mare, a un chilometro da casa mia. Dietro l’uliveto di famiglia. Sta sul mare, come me. Passa intere giornate da solo, intere nottate da solo a camminare lento nei sandali di pelle logori, col suo bastone nero. Viene da me percorrendo lento questo chilometro che ci divide e ogni tanto ci mettiamo a chiacchierare nella rena scura, lungo la palizzata che dà sulla baia. Io gli offro un vinello e qualche taralluccio. Lui mi parla della sua famiglia. Continua a parlarmi della sua famiglia. Di sua figlia che è a Londra a studiare. Di sua moglie che è sottoterra da venticinque anni. Dell’altra sua figlia che è sposata e vive a Trieste.
Così io e Lucibene ci troviamo, nelle sere lunghe d’inverno. Quando il sole se ne va, giusto un poco dopo, lui appare e porta il suo sorriso ocra, come la terra dell’uliveto, i denti sporchi e alternati a neri buchi, spalanche oscure sull’antro nero dell’ugola, e qua e là un innesto d’oro.
Viene Lucibene col giubbotto di pelle e sotto il suo sorriso grande e sincero mostra una camicia a fiori aderente e una canottiera stretta sui fasci di lipidi ammassati attorno al suo ventre, inserita ben bene nella cintura di canapa chiara; arriva e mi saluta nel suo accento di Gallipoli, soave ma ristretto, raggrinzito, come un vino al tannino.
E quando arriva, Lucibene, io gli offro un bicchiere di vino e quindi ci mettiamo sulla palizzata con due sedie di vimini a dire sciocchezze, a ridere o a piangere, a prendere il vento della sera in faccia; e lui mi parla di sua figlia.
Anzi, delle sue figlie, e di sua moglie che marcisce nella terra nera, mi parla.
È fissato, Lucibene, con questa storia delle fattezze della moglie che si concedono in pasto ai vermi: vorrebbe che lei fosse rimasta così com’era quando sparì. Mi chiede sempre quanto ci mette una faccia umana a sparire in bocca ai lombrichi, di notte nella terra.
Io non rispondo mai.
Fu lui, una sera, a vederli per primo. Venne a chiamarmi e insieme ci dirigemmo trafelati verso casa sua, sulla statale. Percorremmo settecento metri quasi fino al bivio. Di là scendemmo verso il mare, lungo il muretto di sassi vivi che circonda l’uliveto. Nel viottolo dove la terra diventa sabbia, e il muro dirada, la baia si apre un poco e ci si trova in un lungo tratto di spiaggia. D’estate, di giorno è pieno di gente e di turisti. Di notte qualche coppia ci va a fare l’amore. Quella sera, però, non c’era nessuno.
Allora Lucibene mi prese per il braccio e mi trascinò sul limitare del mare: vicino alla battigia, presso il terrapieno di sabbia scavato dalle onde della mareggiata. Era in preda all’affanno.
Era inverno, come ora. Faceva molto freddo. Il mare ululava, ancora spazzato dai venti australi; la marea stava salendo, ancora una volta strisciando sui ciottoli e le pietruzze scintillanti. Ricordo che guardai istintivamente verso l’alto tenendo il braccio di Lucibene e deglutii di fronte alla volta stellata, standomene qualche secondo col naso nella brezza a guardare quel milione di luci ammiccanti e mute.
Trasparente era l’aria, dopo il temporale: scorgevo Cassiopea e il Perseo che salivano nel cielo limpido e scuro.
Allora lui mi strattonò e mi indicò un punto nella sabbia. Scorsi una figura sballottata dalla risacca. Era un corpo. Veniva risucchiato dall’onda che si contraeva, quindi nuovamente sbattuto sul terrapieno dall’onda successiva; e, così facendo, si rigirava. Ci avvicinammo. Doveva essere morto da diverso tempo, ormai. Lo stato di avanzata decomposizione faceva sì che emanasse un odore di rancido, di cibo andato a male, di vomito. Era mezzo mangiato dai pesci. Brandelli di stoffa lo cingevano. Lucibene si avvicinò e mi indicò quello che forse doveva essere il capo, poi gli arti multipli, scomposti e riversi nell’acqua notturna salata e riverberante del mare. Esaminai il corpo antropomorfo e mi resi conto che un arto sembrava staccato, piegato in una strana posizione, innaturale. La figura era assolutamente impossibile. Il gorgheggio del mare era assordante, tutto intorno il vento soffiava, e le stelle brillavano come tanti fuochi accesi sopra di noi, da qualcuno, oltre le montagne in lontananza.
Allora mi accorsi che non era umano. Anzi, non era nemmeno di questa Terra.
All’alba, io e Lucibene tornammo là. Non avevo dormito molto. Ero stato a pensare. Dedussi dal suo aspetto che neanche lui avesse riposato granché. Trovammo i resti del naufrago e li portammo verso la statale: poi, nell’orto di Lucibene, scavammo una grande buca e lo sotterrammo per bene. Avevo un fazzoletto sul viso per non rimettere.
Non ne parlammo più, e tanto meno ne facemmo cenno alcuno ad altre persone.
Lucibene sapeva mantenere un segreto.
Dopo due settimane ne arrivò un secondo. Approdò vicino al molo di alaggio, un po’ più giù di dove sto io. Lo trovammo riverso sullo scivolo di cemento armato, dove scendono a mare le barche. Vicino alle reti. Puzzava più delle reti e dei pesci morti dentro di esse.
Questo era come il primo, ma sembrava più composto, meno offeso dalle onde e dal tempo. Giaceva supino e potemmo guardarlo bene. Lo toccai col bastone di Lucibene e ne saggiai la consistenza irreale, la cedevolezza fuori dai canoni anatomici normali. Tanto che la pelle non resistette e il bastone affondò nelle carni. La pelle era chiara, levigata, di colore latteo, attraversata da striature sottili e venature colore smeraldo. Nodosità ossee non corrispondenti a nessuna anatomia conosciuta spuntavano sotto le grinze della pelle accartocciata, come puntelli di un tendone. Ebbi il coraggio di guardare la sua faccia: qualcosa che non dimenticherò mai. Parlava di sofferenza, di tumori gravidi e opalescenti cresciuti nel tessuto stesso dei sogni, infranti ormai definitivamente tra le braccia della marea montante.
Ci facemmo forza, e sotterrammo anche lui nella terra rossa sotto gli alberi.
Poi continuarono a venire. Ora sono sette anni.
Vengono da lontano, dall’inverno. Lucibene dice che vengono da molto distante, da posti che non possiamo conoscere, che non conosceremo mai. Dice che vengono dalle Stelle.
Da dove vengano non lo so, ma continuano ad arrivare e finora, in tutti questi anni, non ne ho visto giungere uno vivo.
Naufragano e poi atterrano sulla riva nera della baia, di solito di notte, quasi sempre trasportati da una mareggiata dopo il cattivo tempo. Arrivano ad intervalli regolari. Li troviamo morti riversi sul bagnasciuga, in stato di decomposizione, circondati da alghe e sporcizia, pezzi di plastica e ghiaia e meduse spappolate. Arrivano e si arenano come traghetti senza equipaggio.
Quando c’è un temporale, e poi appaiono le stelle, d’inverno, e quindi il maltempo si placa un poco; ma il mare continua a urlare di rabbia, e sbatte forte con rumore di cofano chiuso e di vetri rotti sulle rocce, ecco, allora io so che stanno per arrivare. E alle volte arrivano a due, a tre; a cinque. E spesso sono diversi dal primo, hanno forme differenti. A volte mi fanno davvero paura. Anche se ho settantacinque anni, e ne ho viste di cose su questa terra mia, lo stesso quelli mi fanno paura.
Sono sette anni e io e Lucibene continuiamo a bere il vino e chiacchierare. E aspettiamo. Ma arrivano tutti sempre già morti.


Questa sera, io e Lucibene siamo di nuovo insieme. C’è stato un temporale. Sappiamo che presto assisteremo a un altro naufragio e dovremo passare la notte a lavorare col badile nel retro di casa sua o sul limitare della spiaggia vicino agli scogli, per scavare le fosse.
Allora, ci godiamo questo breve lampo di sole mentre tramonta. E poi arriva la notte.
Lucibene ha la sua camicia a fiori e un cappotto di lana. E parla di sua moglie. E mi chiede se lei, a quest’ora, dopo tutti questi anni, è ancora guardabile e bella come era quando lui l’ha conosciuta.
E io non rispondo.
E poi lui mi chiede se sua moglie si è decomposta proprio come questi qui che arrivano e muoiono sulle nostre spiagge. E io non rispondo mai.
Anche se stiamo in silenzio nel vento sotto le stelle d’inverno, io e lui sappiamo che sta per succedere ancora e allora un fremito, un’impazienza oscura e aliena ci brilla dentro; un orgasmico tremolio, una paura di cose lontane e diverse, di “altro” e “altrove”, si impadronisce di noi. Sappiamo che arriveranno, senza sapere da dove. Sappiamo che si sono imbarcati in qualche porto dell’Universo, di notte, la loro notte, per recarsi in qualche posto distante, staccandosi dalle loro case e dalla loro gente; per emigrare. Per scappare. Hanno affrontato un lungo viaggio, senza sapere che non hanno nessuna possibilità di cavarsela. Ma partono lo stesso.
E allora beviamo il vino e ci mangiamo i taralli dolci inzuppandoli nel bicchiere di vetro opaco.
E parliamo e ridiamo. Lucibene mi racconta nel suo accento di Gallipoli un sacco di cose che gli sono successe e io che già le ho sentite tutte annuisco come fosse la prima volta, e gli sorrido anche se non sono affatto tranquillo, perché un brivido mi scuote, un’inquietudine nera che sento scivolare dentro, lungo le gambe e nelle arterie, fin sopra al cuore. E so che stanno per venire ancora.
Poi, lentamente, ci infiliamo il cappotto e io aiuto il mio amico a vestirsi e a mettersi la sciarpa e il cappello; e ci dirigiamo verso il mare.
Arriviamo sul confine tra la terra e l’acqua e ci togliamo le scarpe per sentire la sabbia fredda che ci brucia i piedi. Camminiamo un poco sottobraccio, con la mesta malinconia che il vino nello stomaco ci ha attaccato addosso. E guardiamo il mare.
Poi, come sempre, sale il Cefeo, e io mi fermo a guardare gli astri, la punteggiata di lumi ardenti nella notte, i fuochi blu, rossi, arancione, gialli, verdi, delle stelle d’inverno.
Stasera, in particolare, sono più nervoso del solito. Quanti ne troveremo? Quanto dovremo scavare ancora? Quando smetteranno di venire?
Io ora penso che Lucibene ha ragione: arrivano da molto lontano, da luoghi che noi non possiamo neanche immaginare.
E vengono, credo, per cercare qualcosa, o qualcuno. Forse per accoppiarsi, come cetacei azzurri e malinconici di un pianeta fuori dalle acque territoriali terrestri. Forse per mangiare, o forse per sfuggire ad una guerra che li strazia sul loro mondo e che noi non conosceremo mai.
Cercano nella pattumiera del Cosmo. Vagano alla ricerca di stracci, tra un mondo e l’altro, girando i cieli come fossero vicoli di un’immensa baraccopoli celeste.
Vengono e poi, io e Lucibene non sappiamo come, né perché, non sopravvivono.
Arrivano morti e già mangiati dal nero seppia del mare, dalla notte immensa e vuota, e dai pesci.
Mi chiedo se pensino a qualcosa, o a qualcuno. Se pensino e basta, mi chiedo. O se, sospinti dall’istinto, percorrano il fiume della via Lattea, simili a salmoni, spinti nelle viscere da impulsi ancestrali che non possono contrastare, per tornare a una sorgente, a un nido originario che non hanno dimenticato. Mi chiedo se abbiano amici con cui dividere un liquido rosso e qualche frutto della terra, o se abbiano dei compagni che hanno lasciato a casa e che li attendono invano.
Mi chiedo cosa sanno di noi.
Ma non ho risposte e così non mi resta che camminare di notte, d’inverno, col mio amico lungo la spiaggia.


Anche stanotte, io e Lucibene abbiamo mangiato e passato qualche ora in allegria; e pazienza se poi lui ha insistito con questa storia della moglie: lo fa sempre. Camminiamo e lui mi tiene il braccio, siamo anche un po’ ubriachi ed è un piacere scivolare lungo l’argine sabbioso e sentire gli spruzzi gelidi sulla pelle insieme a lui. E guardare Perseo che sorge con il suo doppio ammasso stellare.
E anche questa notte, anche questa notte so che ne troveremo qualcuno, forse, mezzo infossato nella sabbia e gonfio di acqua di mare, mezzo sepolto nell’incavo salmastro scavato dalle onde sul terrapieno pietroso, con la faccia affondata nella ghiaia, col cuore fermo e le membra scomposte.
E allora con grande fatica io e Lucibene lo prenderemo per gli arti cheratinosi dell’esoscheletro, tenendolo per le mani dalle molte dita, gelatinose e opache, e come genitori premurosi gli scaveremo la fossa.
E poi, all’alba, sfiniti, ce ne torneremo nelle nostre stanze ammuffite, al caldo, con la stufa accesa e il giornale sul tavolo. E il caldo salvifico e sanguigno delle coperte di lana grezza sulla pelle ci farà sentire a casa nostra, e per qualche ora il dolore se ne andrà.
E ci addormenteremo una volta ancora, mentre fuori le stelle d’inverno cominceranno a impallidire.



Massimiliano Malerba è nato nel 1971 ad Arpino (Frosinone).
Ingegnere aerospaziale, attualmente vive a Roma, dove lavora nel campo dell’Air Transport Industry.
Da sempre affascinato dalla letteratura fantastica e fantascientifica, da alcuni anni scrive racconti, con i quali è stato premiato in diversi concorsi. Ha vinto il XVII Trofeo RiLL con “Il Funzionario” nel 2011, ottenendo in altre edizioni importanti piazzamenti (secondo nel 2015, terzo nel 2014 e quarto nel 2009, con “Le stelle d’inverno”). È stato fra gli autori premiati di SFIDA, altro concorso bandito da RiLL, nel 2011 (con “Nella notte assetata”), 2013 (con “La conquista”), 2015 (con “Cesare deve morire”) e
2016 (con “RE Mida”), tutti usciti nelle rispettive antologie "Mondi Incantati".
Nel novembre 2013 RiLL ha curato l’antologia “L’ostinato silenzio delle stelle” (ed. Wild Boar), che propone nove suoi racconti, di cui sei inediti.




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