Desiderio

di Sarah Zama
Secondo classificato al II Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Mondi Incantati, Novecento GeC, 2003]

Emet distolse lo sguardo, dandosi della stupida per l’ennesima volta.
Forse non aveva già abbastanza problemi? Macché! Doveva per forza crearsene altri, fantasticando su uno sconosciuto! Certe volte si faceva venire un nervoso furibondo da sola!
Ecco! Si era pure punta!
Emet si portò il dito alle labbra, succhiando la piccola ferita, e mentre lo faceva alzò il viso per osservare il resto del giardino.
Era una pessima giornata.
Il cielo era basso e grigio, tetro. Però non faceva freddo. Sicuramente era quello il motivo per cui il giardino pubblico era comunque pieno di gente. Non c’era nemmeno una panchina vuota, erano tutte occupate da anziani che conversavano o da mamme più o meno giovani che confezionavano vestitini per il prossimo inverno o che, come Emet, semplicemente ricamavano per distrarsi.
Per cercare di distrarsi.
Molte di quelle donne conversavano fra di loro, sedute fianco a fianco sulla stessa panchina; alcune riuscivano persino a sorridere e scherzare. Emet le guardò con un disgusto misto ad invidia.
I bambini erano tutti intenti a giocare, correvano, gridavano, ridevano. Per lo più erano giovanissimi e non potevano certo capire la situazione.
Emet individuò subito sua figlia Imray che giocava con il consueto gruppetto di amici, poco lontano. Vederla così felice e spensierata era la sua unica gioia, anche se le sembrava sempre che lo stomaco le si annodasse quando la vedeva così allegra.
In tutto il giardino non c’erano giovani uomini... tranne i conquistatori.
Quella constatazione portò di nuovo Emet a voltarsi verso l'uomo che la stava osservando da lontano.
C’era sempre, neanche da sperare che se ne fosse andato!
La guardava con insistenza già da un po’ e questo la metteva a disagio. Sempre di più mano a mano che passavano i minuti.
Che cosa voleva? Cosa?!
Tsz! Andiamo Emet, non fare l’ingenua. Lo sai benissimo cosa vuole!
Lei, in realtà, preferiva non pensarci. Desiderava che quell’uomo se ne andasse al più presto, togliendosi per sempre dalla sua vista e dalla sua vita.
Emet riportò la propria attenzione sul ricamo e riprese il lavoro con rabbia e nervosismo, tanto che quelli che la guardavano da lontano avrebbero di sicuro potuto pensare che stesse distruggendo tutto, piuttosto che ricamare.
Non vedi che stupida sei? si rimproverò, e si impose di calmarsi. Ma non riusciva più a concentrarsi e i pensieri cominciarono a divagare, nutrendosi di se stessi. Cosa pessima! Non doveva cascarci un’altra volta!
Non era molto tempo che l’esercito blu di Gimra era giunto lì. Quando era stato? Tre settimane? Un mese fa? No, di più, sicuramente. Non poteva essere che in un solo mese molti dei loro giovani ufficiali avessero conquistato così tante smorfiosette! Ce ne erano addirittura tre coppie che passeggiavano lì nel parco, mano nella mano come piccioncini.
Emet alzò gli occhi dal lavoro senza alzare il viso ed individuò due giovani che si stavano allontanando da lei. La ragazza era poco più di una bambina. Di vista era nota ad Emet, perché l’aveva incontrata molte volte lì nel parco; il nome, però, le era sconosciuto. Doveva comunque essere abbastanza ricca, a giudicare dagli abiti che indossava. Lui, invece, vestiva l’uniforme blu degli ufficiali di Gimra.
Emet storse la bocca per il disgusto e tornò al suo ricamo, procedendo con studiata lentezza.
Avevano detto: “La guerra è finita. A quale scopo continuare ad odiarci? Lasciamo che i nostri giovani si conoscano e si amino! Saranno loro a costruire un nuovo futuro.”
Davvero belle parole, nulla da ridire su quello! Ottime parole davvero! Specialmente da propinare alla gente di Illasey, quel paesino sperduto sulle montagne dove la guerra era sempre stata solo una cosa lontana ed irreale... almeno per chi non aveva un padre, un figlio, un marito o un fratello che fosse in grado di combattere.
Irreale. Era la parola giusta. Forse perché le ostilità fra Gimra e Munia erano una cosa talmente scontata che nessuno riusciva ad immaginare che un giorno potessero veramente cessare. Nessuno riusciva a ricordare un tempo in cui uno dei due regni non avesse cercato di conquistare l’altro, e nessuno, del resto, aveva mai sentito raccontare di un tempo in cui le cose fossero diverse.
E nonostante questo per più di cinquant’anni la situazione era stata relativamente calma. Troppo tempo, evidentemente, tant’è vero che alla fine il Re Blu di Gimra si era convinto di poter finalmente conquistare Munia.
E ne aveva ben motivo!
Emet sentì una fitta allo stomaco, ma riuscì ancora a controllare la memoria, e scacciò lontano il pensiero che non si era ancora affacciato.
La guerra era iniziata ed era proseguita in modo diverso da come persino i più vecchi la ricordavano, ma lì ad Illasey ogni notizia era arrivata attutita, ovattata, e la vita di vecchi, bambini e donne era proseguita come sempre, anche se con il grande vuoto di tutti quelli che mancavano. Poi un giorno era arrivato quel comandante con un bellissimo sorriso e il suo seguito di ufficiali vestiti di blu e nero, quasi tutti giovani, portando la notizia che la guerra era finita.
Davvero!
Emet si concesse un sorriso amaro.
Allora cos’era quel carro carico di feriti che era giunto la notte precedente, nelle buie ore che precedono l’alba? Quello che lei aveva visto solo per caso, affacciandosi alla finestra?
Almeno una quindicina di giovani uomini dalle orribili ferite, che nessuna arma potrebbe infliggere. Nessuna arma che non fosse la magia!
No, Emet! Non pensarci!
Lei si impose ancora con forza di cacciare il pensiero, ma la sua mente, questa volta, non volle obbedirle. L’immaginazione indugiò sul ricordo di quei corpi straziati, alcuni in modo tale da far dubitare che fossero vivi, e i visi vaghi che Emet aveva intravisto quella notte furono sostituiti da uno ben più familiare ed amato.
Non è stato così per lui! Lui, almeno, non ha sofferto tanto!
Emet si morse un labbro e continuò a ricamare caparbiamente, nonostante la vista le si offuscasse.
Erano venuti sul calare del giorno, in cinque, con i visi tirati per la stanchezza ed il dolore. Lei sapeva che cosa le avrebbero detto, ma aveva rifiutato di crederci, persino nel momento in cui udiva quelle orribili parole.
Un soldato modello, un esempio di coraggio, per questo non aveva avuto paura di combattere contro un drappello di maghi. Ma loro ancora non conoscevano la magia, non il modo inaudito in cui veniva usata in guerra, e l’intero gruppo di cui faceva parte Edrik era stato decimato. Non ne erano rimaste neppure le ceneri... Emet non ricordava se questo gliel’avessero detto o se lei l’avesse udito bisbigliare fra i cinque, ma quelle parole le si erano incise nell’anima in un doloroso istante che non avrebbe dimenticato mai più.
Edrik morto? Scomparso nel nulla come se non fosse mai esistito? Assurdo! Impossibile! Porto in grembo la vita che abbiamo creato insieme e lui non esiste più? Che cosa stanno farneticando questi pazzi?
Questi pensieri pensava il suo cervello, mentre le lacrime, con una volontà propria, si facevano strada dentro di lei, soffocandola quasi quando le annodarono la gola e rendendola cieca quando le sgorgarono dagli occhi.
Che strano!
Che strano che di quel giorno ricordasse solo i cinque uomini in divisa bianca e rossa, sulla porta. Quelle parole che forse non le avevano detto e poi solo le grida, il dolore, i suoi pugni inadeguati che colpivano furiosamente l’uomo che aveva parlato, mentre lei gridava: “Bastardi! Bastardi! E' tutta colpa vostra! Voi l’avete ucciso! Siete stati voi!”
Emet si coprì la bocca tremante con una mano e serrò gli occhi, ma la mente non le restituì il ricordo di Beris, la vecchia nutrice che aveva fatto nascere Edrik, mentre la trascinava via, le sue parole di conforto, le grida con cui aveva cercato di scuoterla nei giorni seguenti, la forza che aveva usato per costringerla a mangiare, a riprendersi, se non per se stessa almeno per il bambino.
Emet non si ricordava niente di tutto ciò, tranne quello che poi Beris le aveva raccontato.
Ricordava solo la disperazione, il buio, l’odio per il bambino che stava per nascere senza alcun diritto, come se fosse stato lui a sottrarle la vita di suo padre.
Basta ora!
Basta!
Emet si asciugò velocemente le lacrime ribelli che erano trapelate attraverso gli occhi chiusi, e tornò al suo ricamo, imponendosi di non pensare a quegli avvenimenti ormai morti.
Prima però, senza che lo volesse, i suoi occhi guizzarono verso lo sconosciuto sotto l'albero.
Non voglio che mi veda piangere. Non sono una sciocca ragazzina che si fa conquistare dalla galanteria di uno sconosciuto affascinante!
L’uomo non si era mosso.
No, probabilmente non si era accorto di niente, era troppo lontano. Lei stessa riusciva a malapena a distinguerne la sagoma e i colori della divisa. Non riusciva nemmeno a vedere se fosse giovane o vecchio.
Sospirò, scacciando il passato con quel sospiro.
Sì, “loro” dovevano essere arrivati più o meno un mese prima, portando la notizia della fine della guerra e l’offerta dell’unione e della pace. E allora, nella piccola e tranquilla Illasey, dove le notizie arrivavano con gran fatica su per la difficile stradina che si inerpicava sul fianco della montagna, si era scatenata ogni sorta di supposizione.
Forse era vero che il Re Rosso di Munia era riuscito a sfuggire all’esercito Blu e ora stava organizzando la resistenza, o forse era vero che il Re era stato fatto prigioniero e la casa reale di Munia era caduta. Emet certamente non sapeva quale fosse la verità, dopotutto non era indispensabile che fosse il Re ad organizzare la guerriglia che ora colpiva con tanta violenza i Blu, con la magia che loro avevano usato per primi.
La cosa sicura, comunque, e lei l’aveva sotto gli occhi persino in quel momento, era che i Blu contrattaccavano in modo più fine e subdolo, penetrando nello stesso tessuto sociale di Munia, sposando le mogli, le figlie, le vedove di coloro che erano troppo lontani e forse non sarebbero tornati mai più.
Oh, “loro” sapevano come usare il fascino per conquistare le stupide ragazzine o le donne sole, magari con troppi figli a cui badare, e se in quel modo non riuscivano...
Emet tremò involontariamente.
Nessuno aveva il coraggio di dirlo apertamente, loro erano solo donne che certo non potevano fare affidamento sulla protezione di vecchi e bambini. Se la dovevano cavare da sole, con il proprio coraggio e la propria forza d’animo... e a volte, per alimentarle, preferivano non sapere la verità.
Ma certo nessuna di loro poteva ignorare le grida che a volte provenivano da qualche casa isolata, i lunghi periodi in cui qualcuna non si faceva vedere e poi ricompariva, con il trucco forse un po’ troppo pesante sulla faccia, lo sguardo basso, il vestito bene abbottonato.
Alcune poi, non ricomparivano più.
Emet fremette per lo sdegno, la rabbia, la paura.
Il Comandante Blu aveva il pugno di ferro con gli “indisciplinati”, o almeno mostrava di averlo.
Aveva già cacciato alcuni tipacci da Illasey, e addirittura ne aveva puniti altri pubblicamente. Aveva fatto le proprie scuse a troppe donne, chiedendo di capire, se non perdonare, questi giovani che erano impazziti dopo tanti mesi di guerra.
Un uomo che sapeva usare benissimo le parole, il Comandante Blu, ma certo non poteva nascondere la vera natura dei suoi uomini.
Animali, ecco cos’erano!
Bestie che non avevano più niente di umano!
E non era forse vero che in quell’autunno erano morti più bambini di quanto fosse mai accaduto in quattro anni?
Le mani di Emet divennero pesanti.
No! Questo lei non l’avrebbe mai creduto! Nessuno, per quanto bestiale, inumano, crudele, sarebbe mai arrivato a tanto! Nessuno! Nessuno! Nessuno! Nemmeno i Blu!
Con gli occhi spalancati sul ricamo dimenticato e il cuore che le martellava nel petto, Emet non poté impedirsi di sobbalzare quando sentì un lieve tocco sul ginocchio e si voltò di scatto, col viso certo troppo sconvolto, facendo morire sul nascere le parole della bambina.
Imray non era un’ingenua, anche se aveva solo quattro anni: ammutolì e i suoi occhi si oscurarono di preoccupazione quando vide il volto di sua madre.
Maledetta imbecille! si rimproverò aspramente Emet,
Guarda cosa stai facendo TU a tua figlia!
Si impose di sorridere, cosa che non le fu difficile trattandosi di Imray, e la bambina tornò subito serena.
“Guarda, ho raccolto dei fiori per te” le disse, porgendole un mazzetto di tardivi fiori autunnali.
Emet li accettò con un sorriso genuino.
“Che gentile signorina” disse, con la voce che riservava solo a sua figlia.
“Li metteremo sulla tavola, quella dove mangiamo” progettò Imray, appoggiandosi alle ginocchia di sua madre. “Così porteranno fortuna alla nostra casa.”
Emet accarezzò i riccioli ribelli che attorniavano la testolina della figlia, “Ci porteranno fortuna sicuramente” sorrise… ma ci credeva veramente? Aveva disperatamente bisogno di credere in qualcosa.
Sua figlia era felice e fiduciosa.
Se lo immaginava lei, o Imray era la copia esatta di suo padre?
Anche Edrik aveva avuto occhi lucidi, color nocciola, con lo stesso taglio un po’ esotico. Gli zigomi erano fatti allo stesso modo e quando sorrideva gli si formavano due fossette appena visibili sulle guance, identiche a quelle di Imray. E anche lui aveva avuto capelli così ricci, anche se non altrettanto ribelli.
No, non era vero che Edrik era scomparso come se non fosse mai esistito ed Emet l’aveva capito quando, dopo un primo rifiuto, aveva accettato di prendere Imray fra le braccia, dopo che Beris l’aveva lavata e fasciata.
Edrik, perdona il mio egoismo e la mia stupidità, ovunque tu sia ora pregò ancora una volta, e il sorriso raggiante di Imray parve quasi una risposta.
Emet la lasciò tornare dai suoi amici, che giocavano ora poco distanti, sul prato, e lo sguardo le cadde fortuitamente sullo sconosciuto sotto l’albero lontano e, quando vide che lui seguiva con un lieve movimento della testa lo spostamento di Imray, il cuore le si ghiacciò nel petto.
Non fare la stupida! Dopo quattro anni di stenti è naturale che i bambini siano i primi a cedere. Nessuno li ha uccisi! perché in quel momento non riusciva a convincersi?
Non sono un bocconcino appetibile, io. Non sono ricca, non sono nobile e neppure Edrik lo era. Non ho denaro e neppure un titolo da poter trasferire a un figlio. Non sono particolarmente bella. Non ho nulla di nulla, tranne una stupida immaginazione che lavora troppo!
E tuttavia il cuore non smise di martellarle il petto e la memoria non ci pensava nemmeno a seppellire neppure una delle storie (non vere! non vere!) che aveva sentito. Immobilizzata dalla propria stessa paura, Emet non seppe reagire per diversi attimi, quindi, messa in moto da un’improvvisa frenesia, ripose telaio, ago e filo nel proprio cestino, senza alcuna premura per i fiori che vi aveva già adagiato, e contemporaneamente chiamò la figlia.
Imray, che aveva appena raggiunto i suoi amici, alzò il viso con sguardo interrogativo e rimase sorpresa nel vedere che la madre si stava aggiustando il mantello sulle spalle.
“Andiamo a casa” disse Emet, con voce nervosa. “Su, vieni!”
Imray parve indecisa, ma poi raggiunse la madre. Emet la prese in braccio, drappeggiandole le spalle con un lembo del proprio mantello, recuperò il cestino dalla panca ed infine lanciò un’occhiata allo sconosciuto. Che non era più sotto l’albero, ma la stava raggiungendo con passo veloce!
Emet sentì una costrizione al petto che fece più frequente il suo respiro ma, non volendo attirare l’attenzione di nessuno, si incamminò il più tranquillamente possibile.
“Che cosa succede, mamma?”
Imray era inquieta ed Emet le diede un bacio sulla fronte.
“Nulla, tesoro.”
Ma la bambina non si tranquillizzò, gli occhi erano preoccupati, le sopracciglia contratte. Accettò il bacio della madre, poi le abbracciò il collo, poggiandole il capo sulla spalla.
No, non era un’ingenua, anche se aveva solo quattro anni!
Con le orecchie tese all’inverosimile, Emet colse subito il passo veloce dello sconosciuto che la raggiungeva. Istintivamente affondò la mano nel cestino da lavoro, cercando le appuntite forbici per la stoffa. Le trovò immediatamente e strinse forte l’impugnatura.
Se mi tocca, gliele pianto dritte nella pancia!
“Milady.”
Emet si voltò di scatto con il viso certamente alterato, stringendo convulsamente le forbici, ma l’uomo non l’aveva nemmeno sfiorata; era rimasto a qualche passo da lei, con il fiatone.
Aveva corso!
Era giovane, più o meno la stessa età che avrebbe avuto Edrik, se fosse stato ancora vivo. Aveva un viso cordiale e aperto, due occhi luminosi e amichevoli e un mezzo sorriso sulle labbra dischiuse.
Una maschera, sicuramente!
Emet lo fissò severamente e l’uomo la guardò a sua volta, apparentemente a disagio, come se si aspettasse che Emet gli rivolgesse almeno un saluto.
Visto che lei non fiatava, alla fine disse: “Scusate se vi ho seguita.”
Emet strinse più forte il manico delle forbici nascoste nel cestino, sotto il mantello.
“Non volevo importunarvi.”
Imray alzò il viso verso quell’uomo sconosciuto.
“Volevo chiedervi solo un favore.”
Mi dispiace tantissimo per voi, ma questa sera sono molto impegnata. Anche domani sera, a dire la verità, e tutte le sere a venire. Non credo proprio che riuscirete a trovare un argomento valido alla vostra compagnia!
“Dite!” rispose seccamente.
Il soldato non parve accorgersi dell’astio nella sua voce, oppure scelse di ignorarlo. Parve invece rasserenarsi nel constatare che lei aveva risposto e, inaspettatamente, alzò una mano verso Imray.
Emet si irrigidì tanto che lui non poté non notarlo. Infatti egli non arrivò a toccare la bambina, ma ne sfiorò appena i riccioli, sempre sorridendo.
“Nel mio paese anch’io ho una bambina con questi stessi riccioli” disse, ed Emet sentì il cuore farsi di piombo nel suo petto.
Quando spostò lo sguardo su di lei l’uomo si accorse della rigidità del suo viso e certo fraintese quell’espressione, perché esitò, come intimorito. Emet quasi si aspettò che a quel punto se ne andasse, invece proseguì: “Vorrei solo che voi mi deste una ciocca dei suoi capelli... se non vi dispiace troppo.”
Emet non riuscì a non fissarlo dritto in faccia, anche se non era conveniente che una donna sola guardasse a quel modo uno sconosciuto, e in pubblico, per giunta.
Anche lui la guardava, ma Emet seppe all’improvviso che vedeva un’altra donna, con un’altra bambina in braccio.
Forse anche quella donna l’aveva visto tornare una sera, con il viso tirato, su cui era stampata la verità alla quale non avrebbe mai voluto credere. E forse anche loro non si erano scambiati inutili parole e più tardi, mentre insieme preparavano tutto ciò che gli sarebbe servito, in fondo a un baule avevano trovato quella stupidissima girandola di carta che lui le aveva regalato quella volta che erano stati al lago, prima di sposarsi.
Lei l’aveva fatta girare ancora, e insieme avevano riso, ricordando quel giorno.
E allora, forse, anche loro si erano guardati negli occhi e il sorriso era improvvisamente morto sulle loro labbra.
Tornerò, lo prometto.
E lei l’aveva abbracciato, cercando disperatamente di crederci, sentendo le sue braccia che la stringevano fortissimo e il viso reclinato sulla sua spalla, per nascondere la paura del futuro, il timore di non rivederla mai più.
Emet si sentì vacillare e a lungo non fu in grado di emettere una sola sillaba. Un nodo orribile le stringeva la gola, tanto dolorosamente che le appannò persino gli occhi.
Si accorse infine che il viso dell’uomo si era fatto preoccupato e lui alzò le braccia come se fosse pronto a sorreggerla.
“Certo...” balbettò Emet, e le parve di soffocare “certo Milord, ne sarò felice.”
Il viso di lui si distese immediatamente e la mano scivolò sul pugnale che portava alla cintura.
“Vi prego, Milord” intervenne allora Emet. “Non con quello” e gli porse le forbici dalla parte del manico.
Il soldato le accettò e tagliò una piccola ciocca dei capelli di Imray, scambiandosi un sorriso con lei.
“Non so come ringraziarvi, Milady” disse poi ad Emet, restituendole le forbici. “Forse mi porterà fortuna.”
Emet riuscì a sorridere: “Ne sono certa, Milord.”
D’impulso la donna baciò la figlia sulla tempia, ma la bimba stava porgendo una mano al soldato.
“Ciao, Milord” lo salutò e lui le prese la mano, stando al gioco: “Ciao, signorina”. Poi ad Emet, con più formalità: “Signora.”
E tornò sui propri passi, diretto di nuovo verso l’albero lontano, vicino al quale Emet l’aveva visto poco prima.
Lei, invece, rimase immobile a lungo e quando finalmente riuscì a muovere il primo passo le parve che tutto il suo corpo si fosse trasformato in pesantissima pietra.
“Mamma.”
Di nuovo Imray le abbracciò il collo, avvicinando il proprio viso al suo.
“Mamma, perché piangi?”
Emet si coprì il viso con una mano, senza rispondere alla figlia.
Decine, centinaia di notti aveva pianto per se stessa e per il proprio destino, ma non quel giorno.
Quel giorno pianse per il soldato che non conosceva, per una donna lontana che conosceva ancora meno e per una bambina con gli stessi riccioli di sua figlia.

Sarah Zama è nata nel 1972 a Isola della Scala (Verona), dove attualmente risiede.
Diplomata ragioniera, ha fatto moltissimi lavori, di solito a contatto col pubblico, anche all’estero (a Dublino, in particolare).
Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e, nel corso degli anni ’90, ha collaborato come disegnatrice con diverse riviste amatoriali italiane che si occupano di Fantastico (Terminus, La Torre del crepuscolo…). Negli anni più recenti la sua attività di illustratrice si è svolta soprattutto all’estero, per conto di riviste fantastiche di diversi paesi (Canada, Inghilterra, Irlanda, USA). Collabora (anche come autrice) all’e-zine statunitense Kisses for Kids
. Nel 2002 e 2003 la British Fantasy Society l’ha segnalata come Migliore Artista dell’anno (British Fantasy Award), e ha inserito sue opere nelle proprie antologie annuali (Dark Horizons).
In ambito letterario, ha partecipato a svariati concorsi letterari (è arrivata seconda al II Premio Howard Club, nel 1996, e fra i cinque finalisti del Premio Battello a Vapore, nel 1999) e suoi racconti sono stati inseriti in cinque antologie.

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