Che pizza, ragazzi!

Un excursus sui sorprendenti legami fra la pizza e il mondo dei board-games...
di Andrea Angiolino
[pubblicato su RiLL.it nel ... e aggiornato a settembre 2008]


La pizza è duplice e ambiguo simbolo. Rappresenta l’italianità, il genio patrio esportato in tutto il mondo, perfino il tricolore stesso (nella sfumatura pomodoro, mozzarella e basilico). Ma la pizza è anche, paradossalmente, metafora del tedio e della noia: una contraddizione insanabile?

In questa sede intendiamo spezzare una lancia contro quest’ultimo, ingiusto pregiudizio verso l’equilibrato e gustoso alimento. Faremo qui un rapido excursus sul non marginale ruolo che ha la pizza nel mondo ludico: infischiandocene dell’antico e codino precetto secondo cui “non si gioca con il cibo”, vi presenteremo dunque una rapida carrellata di giochi che hanno per protagonista la Margherita e le sue colleghe.

Il più famoso gioco dedicato alla pizza è Mamma Mia (ed. Abacus, 1999, 12 euro circa): un semplice e rapido gioco di carte inventato da Uwe Roesenberg, autore che ha già dato più volte ottima prova di sé. Basti citare Bohnanza, il suo indiscusso capolavoro dedicato alla coltivazione dei fagioli.
In “Mamma mia”, ciascuno dei 2-5 giocatori è un pizzaiolo che deve tentare di completare più pizze possibili per i suoi famelici clienti. Il gioco si basa su un mazzo di carte-ingredienti di cinque tipi: ci sono funghetti, salame, friggitelli (peperoncini verdi), olive e ananas. La presenza di questo frutto esotico denota la matrice forestiera del gioco: i più pudichi giocatori italiani preferiscono glissare e parlare di “formaggio”, aiutati dal’ambiguità degli spicchietti gialli disegnati sulle carte.
Oltre a sei carte ingredienti, all’inizio della partita ogni giocatore riceve otto carte che indicano la composizione di altrettante pizze: la Capricciosa che richiede un ingrediente per tipo, la Golosa che per la quale occorrono 15 ingredienti qualsiasi, la Diavola che necessita di un friggitello e quattro salami… Il giocatore prende una carta-pizza in mano e mette le altre coperte davanti a sé. Il colore del dorso delle carte-pizza consente di riconoscere a quale giocatore appartengono.
Il gioco è assai semplice, ma originale e avvincente. Al proprio turno il giocatore mette nel mazzo comune delle giocate quanti ingredienti vuole, purché dello stesso tipo: per esempio tre funghi, oppure due salami. Poi ripesca a scelta carte ingredienti o carte pizza fino a riavere sette carte in mano. Il cumulo comune degli ingredienti prende a crescere: alla fine del proprio turno, chi ritiene che il mucchio includa ingredienti a sufficienza per una delle carte pizza che ha in mano può mettere anch’essa in cima al mazzo delle giocate.
Terminate le carte ingrediente, il giocatore cui è capitata la carta Mamma mia (raffigurante un robusto cuoco in cannottiera con abbondanti baffoni neri) prende a sfogliare il mazzo, dalle prime carte giocate in poi, e lo suddivide in mazzetti a seconda dell’ingrediente rappresentato. Quando salta fuori una carta-pizza, si vede se ci sono ingredienti sufficienti in tavola: il giocatore interessato può eventualmente integrarli con quelli che gli sono rimasti in mano. Se gli ingredienti bastano, la pizza è completa e gli ingredienti vanno negli scarti; altrimenti il giocatore si riprende la carta-pizza.
Alla fine di tre mani come questa, il gioco è finito: chi ha completato più pizze ha vinto.
In questo gioco la memoria ha la sua importanza, ma anche i “giocatori Rain Man”, in grado di ricordare ad ogni istante tutte le carte giocate, possono avere delle difficoltà: la possibilità che un giocatore integri una pizza o meno con gli ingredienti che ha in mano, consumando o no una bella parte degli ingredienti giocati, fa sì che neanche una conoscenza perfetta di ciò che è stato giocato fino a quel momento possa assicurare la vittoria. Meglio allora giocare un po’ più alla buona, senza tentare di ricordare tutto e lasciandosi trascinare dal meccanismo coinvolgente.
Corre voce, tra i giocatori stranieri, che per divertirsi di più sia bene parlare per tutta la partita con un pesante accento italiano. Noi lo abbiamo fatto, ma tutto sommato non ci è sembrata questa gran trovata: vi suggeriamo piuttosto di parlare con pesante accento dialettale. Dai nostri esperimenti sembra che, chissà perché, il siciliano e soprattutto il napoletano funzionino meglio dell’astigiano e del bergamasco.
Il successo del gioco è stato tale che lo stesso autore ha poi proposto "Sole mio!", gioco affine e indipendente di analogo tema e formato.

Un gioco più trasgressivo che ha per soggetto il medesimo alimento è Pizza Wars, di James LaFond, pubblicato in Italia dalla Quality Game nella collana “I Giochi del Duemila”: oggi è fuori commercio, ma reperibile sul mercato collezionistico.
“Pizza Wars” ha per tema le incessanti guerre tra i molti popoli di una terra immaginaria: la mitologia che ne è alla base parla di imperi delle olive, orde barbariche di peperoncini verdi, pacifiche popolazioni di funghetti. Il gioco è trasgressivo proprio rispetto all’antico adagio che vieta di giocare con gli alimenti: il campo di battaglia su cui i giocatori si affrontano è in effetti un’autentica pizza bella calda, in cui le truppe-ingredienti vengono mobilitate e mosse da una fetta-regione all’altra tramite stuzzicadenti. I giocatori più abili hanno diritto a mangiare sia gli ingredienti-truppe eliminati al nemico che le fette conquistate.
Il manuale di gioco è agile ed economico: il nome della collana di cui fa parte si richiama non solo al millennio appena iniziato, in segno di modernità, ma anche al prezzo di copertina espresso – sia ben chiaro – in lire e non in Euro. Esso include, oltre alle note storiche, sia un regolamento base che uno avanzato.
Anche stavolta non è priva di conseguenze la radice straniera del gioco, in questo caso americana: la pizza su cui si combatte deve essere piena di tanti ingredienti sparpagliati e soprattutto divisa in fette. Ma per americanizzare in questo senso una pizza nostrana sono sufficienti un barattolo di sottaceti, un buon coltello e mano ferma.

A significare l’italico ardore dei protagonisti del gioco, la pizza è anche direttamente chiamata in causa dal titolo di Pizza’s Day. Si tratta di un wargame tridimensionale di Valerio “Conan” ed Emiliano Laurenzi, apparso sui numeri 3 e 4 del mensile GiocAreA (aprile e giugno 1998). Proprio il 25 aprile di un anno imprecisato, gli alieni decidono di invadere Napoli e devono districarsi fra carabinieri e camorristi, truppe dell’esercito ed ecologisti, tecnici Telecom e pataccari. La rivista riportava anche tutti i soldatini e modellini di carta necessari al gioco.
Questa risposta tutta italiana al kolossal cinematografico statunitense Indipendence Day ha un precedente ispiratore nel racconto-gioco Liberescion Déi, di Angiolino – Barletta - Di Giorgio, pubblicato nel 1997 su un supplemento estivo del settimanale Avvenimenti. Rispetto al wargame, il racconto è una più fedele trascrizione del film americano. Anche il legame con la pizza è più forte: qui il lettore-giocatore può decidere di essere un militare o un reietto alcolizzato e deve riuscire a evitare che gli alieni riescano a rapire proprio la Pizza, portandosela via nello spazio e privandone per sempre l’umanità. Gli appassionati di giochi possono recuperare questo gioiellino della narrazione a bivi anche sul numero 54 del mensile Kaos (ed. Nexus) e su questo stesso sito.

Infine, citiamo i Pizzapuzzle. Si tratta di una collana di puzzle tondi che hanno per soggetto pizze a vari gusti: quattro stagioni, margherita, ortolana e frutti di mare. Ciascuno è disponibile in diametro di 10 centimetri (25 pezzi), 20 centimetri (88 pezzi) e 40 centimetri (322 pezzi). Ce n’è per tutti i gusti: l’editore è la CCP di Sesto San Giovanni.

Se poi si cerca nei negozi stranieri, si posson oscoprire vari altri giochi in scatola che hanno per protagonista la pizza: la caccia agli ingredienti è il tema più gettonato, ma non mancano idee più originali come Der schiefe Turm von Pizza o "la torre pendente di pizza", di Kemal Zhang (Yun Games, 2008): è l'ultimo arrivato della famiglia, un gioco di equilibrio che prevede vacillanti pile di pizze lignee.

Questo è quanto offre il mondo del gioco a chi intende riscoprire senza preconcetti l’alimento principe della ristorazione veloce all’italiana: speriamo di avervi dimostrato che ogni sua associazione con il concetto di noia è del tutto arbitraria e ingiusta. Se da oggi, in caso di improvvisa assenza di divertimento, vi ritroverete a dire “Che barba!” e non più “Che pizza!”, vorrà dire che avremo raggiunto il nostro scopo.



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