La Terra di Mezzo non è un paese per donne

Chi scrive fantasy non può o non vuole applicare le pari opportunità?
di Francesca Garello
[pubblicato su RiLL.it nel giugno 2015]

Vi faccio una domanda diretta: la fantascienza è femminista e il fantasy maschilista?
Sgombriamo il campo dagli equivoci: non voglio sostenere che gli autori del fantasy o i suoi lettori siano dei beceri conservatori che vogliono rinchiudere le donne in cucina o in camera da letto, né che il fantasy sia un campo di creazione maschile. Al contrario, mi pare che questo genere sia sempre più di pertinenza delle scrittrici donne e il bikini in maglia di ferro di Red Sonja è ormai passato di moda.

Proprio per questo una domanda mi frulla in testa da tempo: perché quando si scrive fantasy (tradizionalmente inteso e semplificando molto), e quindi si immaginano mondi in cui sono possibili assurdità come draghi che sputano fuoco o maghi che si rendono invisibili, perché dunque si ambientano queste storie in società in cui i ruoli di genere sono estremamente rigidi e tradizionali?
Per qualche motivo ci si sente liberi di inventare modalità fantasiose di manipolare le forze della natura o di creare effetti inesistenti nel mondo reale, mentre per l’ambientazione è impossibile staccarsi da un’impostazione medievale “realistica” con maschi a gestire il potere e le donne a faticare il doppio per emergere.

Nessuno ci vieterebbe di immaginare mondi sviluppati basandosi non sulla forza fisica ma sulla forza magica, o sui poteri psionici o quello che vi pare, e per questo le donne potrebbero avere lo stesso ruolo degli uomini. Se con il potere ci si nasce, insomma, poco importa se sei maschio o femmina. Oppure, importa se sei maschio o femmina perchè, mettiamo, nelle femmine la Forza - o quello che è - scorre più potente... E da lì è un attimo inventare un mondo in cui i rapporti di genere sono invertiti, o almeno parificati.

Posso capire lo squilibrio (r)esista in romanzi scritti da uomini, ma perché anche le scrittrici donne ricadono in questo cliché? Non voglio dire sempre, perché non pretendo di aver letto tutto il fantasy esistente (chissà quanta roba mi è sfuggita), ma spesso senz’altro.

Ad integrazione della mia ignoranza esistono comunque parecchi siti dedicati al “fantasy femminista” (basta digitare su Google fantasy + feminism o simili) con elenchi più o meno lunghi di libri apprezzati per i personaggi femminili forti e capaci di farsi largo in mondi ostili ecc., ma dal mio punto di vista cadono tutti in un equivoco: il problema non è che non esistano bei personaggi femminili nel fantasy o storie fantasy in cui le donne sono tratteggiate come personaggi vincenti. Ce ne sono talmente tanti che non è neppure il caso di fare una lista qui.
Ciò che io discuto è il background.
Tutte queste protagoniste si fanno largo nelle varie storie nonostante l’handicap iniziale dovuto al ruolo del loro sesso nella società, e appaiono ancora più eccezionali proprio perché hanno compiuto un’impresa che non ci si aspettava da loro: penso alla tolkieniana Éowyn, che si deve travestire da cavaliere per partecipare alla battaglia per Minas Tirith nella quale ucciderà nientemeno che il Signore dei Nazgûl oppure a Nihal delle Terre del Vento (della nostra Licia Troisi) che per essere ammessa nell’Accademia dei Cavalieri di Makrat deve battere dieci (DIECI!) dei migliori cavalieri e dimostrare di essere degna di diventare un cadetto benché donna (tra l’altro, dopo un simile exploit io l’avrei nominata direttamente istruttore, altro che recluta).

La cosa è tanto più strana se si considera che alcune scrittrici si sono dedicate sia alla fantascienza che al fantasy, spesso sentendosi molto più libere di inventare nella fantascienza, piuttosto che il contrario.

Il caso di Ursula Le Guin è quasi paradigmatico. Nel ciclo fantasy di Earthsea (la trilogia principale è uscita tra il 1968 e il 1972, in Italia pubblicata da Editrice Nord), la magia è suddivisa in due tipi: quello più nobile e potente è praticato dai maschi e viene insegnato in una scuola di magia dove entra il protagonista Ged e naturalmente nessuna donna è ammessa; invece, la magia meno potente e meno strutturata è quella passata da donna a donna senza formalità e destinata a risolvere piccoli inconvenienti della vita quotidiana. A parte la questione della magia, molto rivista dall’autrice in romanzi successivi alla prima trilogia (circa vent’anni posteriori), l’intera opera presenta i personaggi femminili più o meno sempre come vittime di situazioni che non hanno scelto.
La stessa Le Guin è però autrice di uno dei più originali romanzi di fantascienza, "La mano sinistra delle tenebre" (vincitore nel 1969 del premio Hugo e del premio Nebula, in Italia  pubblicato da Editrice Nord, 1984), dove tratteggia con grande coerenza un pianeta in cui gli abitanti sono ermafroditi che, quando viene il momento dell’accoppiamento, possono essere sia maschio che femmina, sicché possono generare figli (essere “padri”) o partorirli (essere “madri”) in una stessa esistenza. La mancanza di tensione e di antitesi dovuta alla presenza di sessi opposti produce una cultura molto diversa dalla nostra (non necessariamente migliore) in cui il ruolo dei sessi non è stereotipato.

Ad Anne McCaffrey si deve uno dei cicli che più mi è piaciuto, quello dei Dragonieri di Pern (primo romanzo "Dragonflight", Premio Hugo nel 1968, in Italia pubblicato come "Volo di drago", Fanucci, 1975), che mescola fantasy e fantascienza.
In un pianeta imprecisato con livello tecnologico più o meno medievale (sapremo poi che è stato colonizzato da esploratori terrestri millenni prima) esistono i draghi e alcune persone possono legarsi a loro telepaticamente appena escono dall’uovo e diventarne cavalieri. Nonostante la telepatia non abbia a che fare con muscoli o genere, i “dragonieri” sono maschi, ad eccezione della dama che si lega alla regina-drago (la riproduzione nei draghi funziona un po’ come nelle api o nelle formiche). Tra le corporazioni di artigiani la più importante è quella degli arpisti, musicisti ma anche custodi di antica sapienza. Anche per la musica non è necessaria forza fisica, ma le donne non possono diventare arpiste. Uno dei personaggi più belli è d’altronde quello della giovane Menolly, grande talento musicale che dopo molte avversità (la madre giunge a ricucirle male apposta la mano sinistra ferita perché non possa suonare mai più) riesce a entrare come apprendista della corporazione e diventa infine uno dei suoi più stimati rappresentanti.

Naturalmente non è insolito che un personaggio parta svantaggiato, anzi: dà modo ai lettori di identificarsi e rende la storia più complicata e quindi più interessante. Però se si vuole inserire un personaggio maschile in un contesto che lo svantaggia lo si fa semmai provenire da una classe sociale inferiore, nessuno pensa a collocarlo in un mondo dominato dalle donne.

Conosco una sola eccezione a questa "regola", e ne è autore un uomo: R. A. Salvatore. Nella sua Trilogia degli elfi scuri (Armenia, 2005) il protagonista Drizzt Do'Urden è un drow, razza di elfi malvagi in cui le femmine sono più grosse dei maschi, più cattive e più potenti, magicamente e fisicamente, e gliene fanno passare di tutti i colori finché Drizzt non decide di scappare.
Ma in questo caso secondo me si tratta piuttosto di un rinforzo dello stereotipo perché, mostrando una società di “cattivi” in cui le cose funzionano in un certo modo, implicitamente si sottolinea come il sistema giusto sia l’opposto, quello dei “buoni” (e tra i drow tutto è proprio al contrario: vivono sottoterra, hanno la pelle nera e i capelli bianchi...).

Anche la scrittrice Robin Hobb mette al centro della sua Trilogia dei Lungavista un personaggio maschile, FitzChevalier (il primo romanzo "Assassin's Apprentice" è del 1995, pubblicato in Italia da Fanucci nel 2003). Il suo svantaggio iniziale è dovuto al fatto di essere un bastardo di sangue reale, costretto dal suo status irregolare a intraprendere la carriera di sicario del re. Il mondo in cui si muove mostra qualche innovazione: in alcuni ducati a ereditare titolo e possedimenti sono i primogeniti di entrambi i sessi, e compaiono forti personaggi femminili. Il quadro d’insieme resta però quello standard: la famiglia reale dei Lungavista, cui appartiene FitzChevalier, è composta da un anziano re e tre figli maschi, più o meno in lotta per il potere. Non risulta una regina di proprio diritto nella dinastia, neppure nel passato.

A un certo punto ho pensato che fosse una questione di generazione. Le scrittrici citate sono nate in un’epoca in cui gli stereotipi di genere erano molto forti e, pur facendo di tutto per sottrarvisi, magari ne sono rimaste loro malgrado incastrate. Infatti quella che mostra qualche novità è proprio la Hobb, di una generazione successiva a Le Guin e McCaffrey (per la precisione: Le Guin e McCaffrey sono nate negli anni ’20, la Hobb negli anni ’50, NdP).

E in Italia, mi sono chiesta, come vanno le cose? Ci sono tante autrici di fantasy di varie età, ma per semplificare prendiamone solo tre, di generazioni diverse.

La triestina Fabiana Redivo è più o meno coetanea della Hobb. La sua saga incentrata sul mago Derbeer (primo romanzo "Il figlio delle tempeste", Fanucci 2000) si svolge in un mondo dominato dai quattro elementi e abitato da quattro popoli, non sempre in pace tra loro. Di questi, solo uno ha una regina (la prima in più di 3000 anni) e il suo ruolo non è facile: mentre si avvicina una guerra e lei pensa a organizzare le difese, il primo ministro si mostra dubbioso sul fatto che i generali del suo stesso esercito si piegheranno a ricevere ordini da una donna.
Non incoraggiante.

Saltiamo una generazione e arriviamo alla nostra “reginetta” del fantasy, Licia Troisi, che ha una formazione scientifica e potrebbe essersi scontrata in prima persona con gli stereotipi di genere.
Anche lei però non introduce alcuna innovazione: non soltanto Nihal, la protagonista della trilogia "Cronache del mondo emerso" (Mondandori, 2004-2005) ha i suoi problemi a farsi largo come guerriera in un mondo di maschi, ma nella seconda trilogia "Guerre del mondo emerso" (Mondadori, 2006-2007) la protagonista Dubhe, ladra e abile sicaria, nell’infanzia si distingue dalle altre bambine poichè non condivide i loro normali interessi cioè “bambole, giochi o cose come l’amore”.
(qui di lato: Nihal delle Terre del Vento, illustrazione di Paolo Barbieri, NdP)

Va molto peggio, addirittura, nelle nuove generazioni: la giovanissima Chiara Strazzulla, che aveva diciassette anni quando pubblicò "Gli eroi del crepuscolo" (Einaudi, 2008), immagina un mondo popolato da creature perfette e immortali (molto simili agli elfi di Tolkien) in cui le femmine stanno a casa e badano alla famiglia e dal fidanzamento al matrimonio devono girare velate. Quanto alla storia: i protagonisti sono due adolescenti maschi che, con alcuni compagni, partono per salvare una bionda principessa rapita dal Signore del Male.
Il che mi ispira, se mi consentite, una riflessione amara al di là del fantasy: se una diciassettenne non riesce a immaginare nulla di diverso per il sesso di cui lei stessa fa parte, pur con la completa libertà di uno scenario inventato, forse il futuro che ci aspetta è proprio oscuro. La resistenza è inutile, siamo state assimilate.

Ma voglio essere propositiva e cercare di individuare i motivi di questa insistenza nell’usare ambientazioni medieval-tradizionali basate su società maschili(ste):

1. si tratta di elementi fondanti del genere: un’ambientazione veramente fantasy deve contenere particolari realistici che la connettano al Medioevo nord-europeo, altrimenti non è fantasy (incidentalmente, questo spiegherebbe perché il cosiddetto “fantasy mediterraneo” non abbia mai preso piede).

2. il pubblico non gradirebbe un sovvertimento delle regole del fantasy (vedi punto 1). Quindi:
a) le case editrici non pubblicano romanzi con ambientazioni diverse perché temono di non poterli vendere bene e perciò
b) le autrici (e gli autori) non si sentono di rischiare che una propria opera non sia pubblicata per via di una deviazione dal canone, e se ne astengono.

2bis. il pubblico in realtà potrebbe gradire un’innovazione, ma sono le case editrici che remano contro, con conseguente corollario di a) e b) come sopra.

3. il fantasy è il mondo del probabile: si ispira al passato, ricalca situazioni conosciute che potrebbero accadere in un mondo esistente con le opportune variazioni magiche; la fantascienza è il mondo del possibile, guarda al futuro, in cui nessuno è stato e dove possiamo collocare tutto quello che oggi non esiste e che magari vorremmo avere. Prova di ciò è l’abbondante ondata di fantascienza femminista che si sviluppò negli anni ‘70 del Novecento, parallelamente alla diffusione del femminismo propriamente detto.

Non ho idea di quale di queste motivazioni sia quella giusta, anche se sospetto che le più probabili siano la 1 e la 3.

Io mi riconosco nella 2bis, perciò resto in attesa di un fantasy che mi sorprenda con un’ambientazione inaspettata, in cui i ruoli di genere siano diversi da quelli finora visti. Diversi non vuol dire migliori, ovviamente. Non pretendo un mondo in perfetto equilibrio (sai che strazio, narrativamente parlando), ma un mondo in cui non succedano le cose che già conosco.
Se già esiste e io me lo sono perso, per favore segnalatemelo!

(i numerosissimi commenti a questo articolo hanno spinto Francesca Garello a ritornare sul tema, proseguendo le sue riflessioni su mondi fantasy e parità di genere; anche questo secondo articolo è on line su RiLL.it)

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