La letteratura fantasy e le donne (parte seconda)

Un nuovo intervento su mondi fantasy e parità di genere
di Francesca Garello
[pubblicato su RiLL.it nel luglio 2016]

Circa un anno fa mi (e vi) chiedevo come mai chi scrive letteratura fantasy (in particolare le autrici) e crea mondi in cui sono normali cose evidentemente non legate alla verosimiglianza (magia, creature soprannaturali), si sente comunque tenuto a collocare gli eventi in contesti sociali simili a quelli realmente esistenti in passato nel nostro mondo; società in cui cioè il potere è detenuto dagli uomini (i titoli e i possedimenti passano dal padre al maschio primogenito, le regine sono solo consorti dei re e non governano, eccetera) e le donne hanno un ruolo secondario.
Quell’articolo ha avuto molti commenti che ho molto apprezzato e che mi hanno aiutata a ampliare la riflessione andando anche in direzioni che non avevo previsto, soprattutto sull’essenza della letteratura fantasy. A novembre poi, nell’ambito di Lucca Educational ho seguito per RiLL.it un interessante seminario sui generi nella letteratura fantasy, tenuto da Luca Tarenzi e Aislinn, utilissimo per inquadrare alcuni aspetti della questione.
Ringraziando tutti coloro che hanno voluto esprimere il proprio parere (vi riconoscerete di sicuro nelle righe più avanti, anche se non farò nomi), mi sento pronta per una seconda puntata!

Avvertenza: siccome mi sarebbe dispiaciuto non raccogliere i tanti spunti che mi avete dato, l’articolo è venuto un po’ lunghetto. L’ho diviso in paragrafi e ve li riporto qui all’inizio, così sapete a cosa andate incontro e magari potete saltare le parti che vi interessano meno.

1. Due precisazioni iniziali (vi raccomanderei di leggerle!)
2. Stereotipi e libertà creativa
3. Magia e parità
4. Stereotipi al contrario: le Amazzoni
5. Crescita, antitesi e scontro
6. Conclusioni

1. Due precisazioni iniziali
Nelle discussioni seguite al primo articolo ho notato una certa confusione circa i motivi e l’oggetto della mia riflessione. Ciò è dipeso ovviamente da una mia mancanza di chiarezza, quindi ci tengo a iniziare con un paio di precisazioni.

a) Il femminismo
Qualcuno ha interpretato la mia curiosità verso questo tema come legato a rivendicazioni femministe. Probabilmente l’equivoco è nato dall’aver voluto contrapporre la letteratura fantasy e la fantascienza, chiedendomi in modo un po’ semplificato se la prima fosse maschilista e la seconda femminista. Colgo l’occasione per precisare che no, la mia non è una riflessione femminista, anche se certamente è femminile, essendo io una donna. La molla che mi spinge a indagare questo aspetto del fantasy è relativa piuttosto alla libertà creativa all’interno di questo genere letterario. Una curiosità da autrice ma soprattutto da lettrice navigata, di ampia tolleranza (trovo qualcosa di positivo in quasi tutto), ma un po’ stufa di mondi prevedibili.

b) Personaggi vs. Ambientazione
A questa precisazione tengo particolarmente.
Il mio discorso NON riguarda i singoli personaggi femminili della letteratura fantasy. Molti commenti dicevano, in modo più o meno acceso: forse che Galadriel o Eowin sono personaggi piatti e sbiaditi? E le magnifiche protagoniste di Licia Troisi? E le donne magistralmente tratteggiate dalla Bradley? E le toste Amazzoni di Zuddas?
Assicuro che queste eroine mi sono tutte piaciute. Ma sono appunto singoli personaggi che compaiono in mondi in cui le donne hanno un ruolo molto tradizionale (delle Amazzoni parliamo più avanti).

Altri hanno fatto riferimento a alcuni autori e relative ambientazioni, per esempio le opere di David Eggins, il ciclo di Darkover di Bradley, il ciclo di "Dune" di Frank Herbert, la serie dei draghi di Michael Swanwick, i libri di Andrzej Sapkowski, eccetera.

Anche, qui, forse non mi sono spiegata: nel ciclo dei Belgariad scritto da Eggins (se era questa a cui il commento si riferiva) i personaggi in gioco sono quasi tutti uomini, il protagonista è un giovane ragazzo, i re sono maschi e le regine escono dalla sala del trono quando si discutono problemi politici. D’accordo, tra i personaggi principali c’è la maga Polgara (potentissima e semidivina, si dice abbia più di quattromila anni ecc.) ma, a parte il fatto che è appunto un singolo personaggio, è comunque quella che all’ora di cena prepara da mangiare per tutti (con le pignatte, non con la magia), e nessuno le dà una mano.

Quanto al ciclo di Darkover, è senz’altro pieno zeppo di magnifici personaggi femminili. Ma, a parte il fatto che non tutti concorderanno sul fatto che rientri nel genere fantasy, di certo Darkover non è un pianeta per donne (proprio no!), e infatti questi bei personaggi spendono molte pagine a lamentarsi della loro posizione e dei problemi che ne derivano.

Andrzej Sapkowski, ahimè, non l’ho letto. È nella lista delle vacanze, ma la lista è lunga e le vacanze corte. Speriamo bene!
Altri cicli mi pare esulino un po’ dal nostro contesto: "Dune" è solitamente considerato fantascienza, i draghi di Swanwick mi sembra facciano parte più del filone di China Miéville, comunque lo si voglia chiamare (new weird? steampunk? steamfantasy?). Varrebbe la pena di parlare anche di questi, ma ci vorrebbe troppo spazio e magari ne discutiamo un’altra volta.

Concludendo la premessa, nonostante nel fantasy esistano tante protagoniste sfaccettate, profondamente complesse e forti, non è di queste che voglio parlare. A me interessa il contesto sociale.

2. Stereotipi e libertà creativa
Nel primo articolo ipotizzavo che forse il genere fantasy, per essere veramente tale, debba avere un’ambientazione mutuata dal reale Medioevo nord-europeo ed è per questo che gli autori non si sentono incoraggiati a inventare società che siano troppo diverse da quanto storicamente accertato. Più di una persona però mi ha fatto notare che il “Medioevo” che si ritrova nel fantasy non è specchio di quello reale, bensì piuttosto degli stereotipi su quel periodo che circolano nella cultura popolare. E questi possono essere anche molto lontani dalla verità storica, come hanno puntualizzato due lettori a proposito di vichinghi e scozzesi.

Questa è una notazione estremamente interessante e molto vera, su cui vale la pena di soffermarsi. Il fatto che la cultura di riferimento sia inesatta determina ovviamente un’imprecisa rielaborazione del modello.
Questo può forse infastidirci se ci avviciniamo a questo genere narrativo dal punto di vista storico. Ma perché dovremmo farlo? Mica stiamo leggendo un manuale di Storia. Si tratta di storie inventate, ambientate in un “mondo secondario” per dirla con Tolkien, mica nel nostro.

L’allontanarsi dalla correttezza storica, anzi, potrebbe rendere il fantasy più libero all’inserimento di elementi nuovi, che storicamente non sarebbero giustificati. Se il tradimento è già stato consumato all’origine, prendendo a modello un Medioevo rimaneggiato, che male c’è nel rimaneggiarlo un altro po’?
Qualcuno potrebbe obbiettare che, per un mondo inventato, il fatto che sia “realistico” è un pregio. Ma se è inventato non deve essere “realistico”, semmai “coerente”. Questo sì è importante, come messo in evidenza sempre da Tolkien il quale chiama questo aspetto l’intima consistenza della realtà, per cui se si vuole inserire in un “mondo secondario” un elemento davvero insolito come un sole verde (o la parità dei sessi, aggiungo io) va benissimo, purchè non sia una pennellata di stravaganza (o una forzatura di un’autrice esageratamente femminista) ma abbia un senso all’interno di quel mondo.

Proprio l’allontanamento da un modello medievale più o meno corretto sembra oggi offrire ambientazioni più paritarie per le donne. Da più parti mi è stato infatti suggerito di guardare all’urban fantasy come il genere (o sotto-genere) in cui gli elementi femminile e maschile hanno trovato un equilibrio, non solo in termini di personaggi protagonisti. La ragione di ciò è stata fornita da Luca Tarenzi nel corso del seminario di Lucca: in un mondo in cui si brandiscono pistole e non spadone a due mani è più facile la creazione di società in cui le funzioni dei due sessi sono equiparate, essendoci meno bisogno di pura forza fisica.

L’idea è interessante anche se non mi convince del tutto, dato che secondo me la differenza di contesto sociale nell’urban fantasy e similia è dovuta più che alla tecnologia al fatto che il sotto-genere si è sviluppato di recente, in anni in cui le donne assumevano un ruolo più paritario nella società e alla maggiore presenza di autrici (e autori, ovviamente) cresciute in questa generale atmosfera. Comunque accetto volentieri l’interpretazione di Tarenzi che è sicuramente più esperto di me in materia. E questo apre un nuovo fronte di ragionamento: il ruolo della magia.

3. Magia e parità
In una discussione sul ciclo dei Dragonieri di Pern qualcuno ha affermato che è la magia l’elemento identificativo di un’ambientazione fantasy. Mi sembra un punto di vista condivisibile. Il fattore magico è essenziale in questo genere letterario e anzi si potrebbe dire, semplificando, che la magia è nell’ambientazione fantasy quello che la tecnologia è nella fantascienza, cioè consente ai protagonisti manipolazioni dell’ambiente e della natura che contribuiscono a determinare l’essenza della trama.

Ma se ciò è vero, e rifacendoci a quanto sostenuto da Tarenzi, per quale motivo nel fantasy tradizionale la magia non determina un diverso ruolo sociale delle donne come invece la tecnologia nell’urban fantasy? Se sei in grado di lanciare una palla di fuoco, che importa se non riesci a sollevare una spada a due mani?

Un tentativo di risposta è quello di un commentatore che ha osservato come un sistema di magia tanto profondamente integrato nell’ambientazione da determinare specifiche e innovative caratteristiche sociali necessita di un livello di abilità dello scrittore tale da renderlo di difficile applicabilità. Semplificando: mica tutti sono capaci!
Per citare ancora Tolkien: “Costruire un Mondo Secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, imponendo Credenza Secondaria [cioè inducendo il lettore a considerare credibile il mondo inventato dall’autore, nda] richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente esigerà una particolare abilità [dell’autore], una sorta di facoltà magica.” (da “Sulle fiabe”, “On Fairy-Stories”, 1939).

Concordo completamente.
Scrivere il fantasy, inventare mondi fantastici alternativi e originali, non è facile come sembra. Una certa cattiva reputazione è forse dovuta al fatto che, come mi è stato fatto notare più di una volta da scrittori di fantascienza, mentre chi scrive sci-fi è costretto a giustificare in modo (quasi) scientifico qualunque effetto “strano” metta nelle sue storie (per esempio l’invisibilità), l’autore fantasy può cavarsela semplicemente dicendo “è magia”. E questo ha determinato di sicuro una certa quantità di romanzi fantasy piuttosto sciatti, in cui quello del contesto sociale è proprio l’ultimo dei problemi.

Senza volermi addentrare nel campo minato del talento, mi pare comunque che esista qualche esempio di magia di tipo nuovo ben integrata in una società, ma anche in questi casi l’ambiente sociale non è particolarmente innovativo.
Non mi resta che concludere che la magia potrebbe in teoria costituire il mezzo attraverso cui creare una società diversa (e non dico migliore, attenzione) nella quale ambientare storie fantasy, ma in pratica non è sufficiente.

4. Stereotipi al contrario: le Amazzoni
Visto che abbiamo citato il ciclo di Darkover, è naturale affrontare l’argomento delle Amazzoni o di società tutte femminili, menzionato da diverse persone.
Le Amazzoni, lo dico subito, non possono rappresentare un esempio di contesto sociale equilibrato. In origine il mito nasce in rafforzamento dell’ordine costituito, e le varie rappresentazioni di “Amazzonomachìe”, cioè battaglie tra Greci e Amazzoni (ce n’è una anche sul Partenone, lato ovest), simboleggiano la supremazia dei valori portati dai primi: ordine vs. caos, legge vs. anarchia, civiltà vs. barbarie. Cioè le Amazzoni (donne barbare), vengono definite rispetto a ciò che non sono (maschi civilizzati) e rinforzano lo stereotipo presentando l’opposto come sbagliato (e infatti vengono sempre sconfitte!)

La stessa cosa succede nei libri della Bradley, che in Darkover ha inserito a un certo punto l’Ordine delle Libere Amazzoni, un gruppo di donne che si ribella allo stato di pesante sottomissione in cui la società darkoviana le tiene. Il romanzo più famoso con questi personaggi è “La catena spezzata”, (“The Shattered Chain”, 1976) ma esistono moltissimi racconti, anche a firma di altre autrici e fan della serie, in Italia pubblicati in un’apposita raccolta, “Le Libere Amazzoni di Darkover” (Editrice Nord, 2004) di cui consiglio moltissimo la prefazione della stessa Bradley.

Come quelle greche, le Amazzoni di Darkover simboleggiano valori in contrapposizione a quelli dominanti, anche se in questo caso per contrasto positivo. Il giuramento che prestano è altamente simbolico, perché elenca tutta una serie di cose che loro non faranno (sposare un uomo con il rito delle “catenas” che legano i polsi, dare figli alla casata perché obbligate, ecc ecc.). L’altro nome con cui l’ordine si definisce è, non a caso, “le Rinunciatarie”. Non creano una società paritaria e diversa, ma un’altra altrettanto segregazionista in senso opposto, le cui aderenti sono vincolate in modo altrettanto stringente, anche se per scelta autonoma. E la stessa Bradley, nella prefazione citata, avverte: “sono convinta che la creazione di una società dove tutti i cromosomi Y siano convenientemente scomparsi o estinti, sia una scappatoia”.

Benché diverse, le Amazzoni dell’italiano Gianluigi Zuddas ricadono nella stessa categoria: si tratta di un gruppo chiuso, in guerra con popolazioni circostanti che considerano i costumi amazzonici “devianti”. Detto ciò, ho trovato questo ciclo assai piacevole, soprattutto per l’ambientazione non medievaleggiante (il vicino Oriente intorno all’8000 a.C. dove però esistono spade di ferro e si coltivano patate) e lo stile ironico.

5. Crescita, antitesi e scontro
La maggior parte delle lettrici che ha commentato il mio primo articolo si è detta più o meno d’accordo sulla critica alla prevedibilità del genere fantasy circa la parità di genere, sostenendo che per questo trovano questo tipo di letteratura poco stimolante e lo leggono poco, mentre preferiscono generi affini come il citato urban fantasy.

Alcune tuttavia hanno sottolineato come la disuguaglianza di genere nel fantasy può essere utile, perché una lettrice nella sua vita reale si trova ad affrontare simili discriminazioni, quindi si riconosce nel personaggio. Un’altra ha spinto anche più in là questo ragionamento sostenendo che alcune autrici forse scelgono consapevolmente di inserire i propri personaggi in ambientazioni maschiliste, per usare la storia come allegoria della vita vera, per lanciare messaggi su argomenti che hanno a cuore, in pratica seguendo le orme della Bradley e delle sue colleghe (il ciclo di Darkover è evidentemente pieno di riflessioni su temi che, al tempo della stesura iniziale, erano in gran voga nella società contemporanea: la libertà della donna, l’aborto, l’omosessualità ecc).

Sono d’accordo che la letteratura fantasy possa offrire diverse opportunità per chi ha voglia di storie di crescita e emancipazione, ma discuto il fatto che questa crescita per un personaggio femminile debba per forza avvenire attraverso la fatica di combattere contro le limitazioni imposte al proprio sesso.
Alcuni interessanti personaggi maschili crescono attraverso altre difficoltà, per esempio la malattia (Elric di Melnibonè, Raistlin), e il loro sesso non gioca alcun ruolo in questo percorso. I problemi che possono provenire dal contesto in cui agiscono sono semmai dovuti alla classe sociale (povero in un mondo di ricchi, plebeo tra i nobili, illegittimo, ecc).

Un’altra commentatrice ha affermato che il fantasy è fatto di contrapposizioni. Innegabile. La più classica è tra Bene e Male, anche se ormai siamo abituati a personaggi complicati e ci piace che nessuno sia del tutto buono o del tutto cattivo. Tuttavia l’antitesi è parte importante di un buon romanzo, non solo fantasy. I casi che ho citato prima circa la classe e la posizione sociale sono classici esempi di valori in opposizione, e offrono a un autore una solida base su cui sviluppare il suo mondo secondario.
A questo punto forse ha un senso sostenere che anche l’antitesi tra sessi sia parte irrinunciabile di un genere, quello fantasy, che fa dello “scontro” la sua caratteristica fondante.

6. Conclusioni
Chiudiamo con uno schemino, come nella prima puntata.
Abbiamo stabilito che:
a) il fantasy non è necessariamente costretto a rispettare le caratteristiche del Medioevo storico, essendosi già allontanato dal modello reale;
b) nella creazione di mondi secondari è importante mantenere una coerenza interna, e se si è abbastanza bravi si può giustificare qualunque stranezza (il sole verde, la parità dei sessi ecc.), e quindi:
c) un sistema di magia innovativo e ben annidato nel tessuto narrativo potrebbe consentire queste “stranezze creative” e creare un contesto sociale in cui inserire una differente (più paritaria) relazione tra i sessi.

Resta quindi la domanda: perché ciò non accade?
Una risposta semplice (che mi è già stata suggerita) è: perché non gliene importa niente a nessuno tranne che a te!
Il che ovviamente può anche essere vero.
Ma magari è ancora più semplice: perché nessuno pensa che valga la pena di farlo.

Vi lascio con un ultimo dubbio: non è che magari il fantasy è ormai così codificato che gli scrittori/ scrittrici che desiderano fare la fatica di sperimentare si buttano su altri generi fantastici, che danno l’impressione di essere ancora “aperti” e esercitano meno costrizioni (anche involontarie) su autori e autrici?

Ci sarebbe da affrontare ancora un punto piuttosto importante che è stato menzionato in più di un commento, e cioè che ruolo abbia l’editoria di settore circa il mantenimento di stereotipi nella letteratura fantasy. Questo però non è un argomento da poco.
Magari ne faremo una terza puntata dimostrandoci così rispettosi di uno dei pilastri di questo genere letterario, cioè la suddivisione in trilogie!

argomento: