La via nascosta - le donne nel fantasy oltre canoni e stereotipi

Il resoconto del seminario di Francesca Garello a Lucca Comics & Games 2018
di Livia Alegi
[pubblicato su RiLL.it nel gennaio 2019]

Nell’ambito di Lucca Educational 2018, Francesca Garello ha curato un seminario intitolato “La via nascosta - le donne nel fantasy oltre canone e stereotipo”. Si tratta di un tema che Francesca, pluri-vincitrice del Trofeo RiLL e curatrice di numerosi progetti letterari, conosce molto bene: sul ruolo delle donne nella letteratura fantasy ha anche scritto due articoli su RiLL.it (qui il primo, qui il secondo), entrambi assai commentati dai nostri lettori. Il seminario a Lucca Educational corona questo percorso di studio/analisi, e con piacere ce lo facciamo raccontare da un’inviata molto speciale…


Lucca Educational offre ogni anno seminari unici e stimolanti, ma quello di Francesca Garello è stato particolarmente importante per me, perché Francesca Garello è mia madre!
In questo resoconto non c’è alcun pregiudizio: penso realmente che sia stato un seminario interessante e che abbia offerto un punto di vista particolare. Sono felice di avere ora l’occasione di poter portare ad altri quanto presentato a Lucca, perché penso che da questo tipo di spunti si possa riflettere molto.

Come dice il titolo, l’incontro si è concentrato sulla figura femminile nel fantasy, ma non analizzando la presenza più o meno abbondante di personaggi femminili in questo genere letterario, né la loro centralità e importanza nella trama. La premessa infatti era un’altra: se nel fantasy accettiamo cose chiaramente fuori dal normale come draghi e magia, come mai poi queste storie sono ambientate in società di tipo tradizionale, o comunque di ispirazione medievale, in cui le donne hanno un posto secondario?
Il punto centrale di interesse era l’ambiente sociale e non i singoli personaggi.

Lo scopo di queste analisi era infatti di capire se esiste un modo per creare qualcosa di nuovo nell’ambientazione di un romanzo fantasy, pur rispettando le caratteristiche che siamo abituati ad associare a questo genere letterario.

Oltre a ciò, c’era anche il desiderio di sfatare il mito della letteratura fantasy come letteratura di sola evasione, inutile a suscitare riflessioni su temi attuali come questioni di genere, discriminazione razziale, diseguaglianze sociali. Nelle scuole viene spesso utilizzato qualche brano di fantascienza per discutere di questi argomenti, mentre il fantasy nella migliore delle ipotesi viene considerato rilevante solo per la trattazione di temi etici generici, tipo conflitto Bene/Male, o in qualche caso religiosi (soprattutto utilizzando Tolkien e C.S. Lewis). Nella peggiore delle ipotesi viene ricondotto a tematiche di destra o tacciato di maschilismo, e quindi rifiutato dai docenti come inadatto a scopi formativi.

Il fantasy, però, non è estraneo a tematiche “forti”. L’incontro è stato infatti aperto da una citazione dal saggio sulle fiabe del nume tutelare del fantasy, il professor Tolkien:

Ci sono profondi aspetti “d’evasione” che sono sempre comparsi nelle favole e nelle leggende. […] Ci sono fame, sete, povertà, dolore, angustia, ingiustizia, morte. […] Ci sono antiche limitazioni, dalle quali le fiabe offrono una sorta di evasione, e vecchie ambizioni e vecchi desideri cui esse offrono una sorta di soddisfazione e di consolazione.

Nella letteratura fantastica, dunque, sono inclusi temi eterni dell’esperienza umana, e il genere può offrire rivalsa a “antiche limitazioni”, nelle quali possiamo includere la discriminazione, e soddisfazione a “vecchi desideri e ambizioni” come, per noi donne, il desiderio di parità di genere.

Il seminario si è poi articolato in due parti: la prima, più teorica e intitolata “Canone e stereotipo”, ha esplorato il significato della letteratura fantasy e i suoi elementi caratteristici, per capire se siano proprio questi a spingere verso ambientazioni in cui le dinamiche di genere debbano essere tradizionali. La seconda, “Andare oltre”, ha cercato di suggerire alternative realistiche, basate cioè su esempi o situazioni della storia o della vita reale in cui i ruoli di genere siano diversi e tuttavia adatti a essere “trasformati” in elementi di narrativa fantasy. Infine, abbiamo avuto anche una piccola “Appendice” sull’iconografia delle donne nel fantasy.

La prima parte è stata aperta da due citazioni di Ursula Le Guin sulla difficoltà di scrivere il fantasy senza cadere negli stereotipi, per dimostrare che il problema è reale anche per una grande scrittrice. Le Guin ha detto, riferendosi alla saga di Earthsea (Terramare):
Quando ho cominciato a scrivere gli uomini erano al centro della narrativa fantasy. E a causa della mia formazione culturale mi era impossibile immaginare una donna mago.
In Earthsea, infatti, il protagonista è un ragazzo che intraprende il difficile cammino per diventare mago e che il romanzo segue nel suo percorso di formazione.

L’altra citazione, anche più interessante perché in fondo conferma il pregiudizio che divide fantascienza da fantasy, è:
Mentre nella fantascienza distruggevo il ‘gender’, nel fantasy ero più tradizionalista.

La Le Guin è infatti l’autrice di un grande romanzo di fantascienza, “La mano sinistra delle tenebre”, che si svolge in un pianeta dove la distinzione tra i sessi non è fissa e gli abitanti possono essere a volte maschi a volte femmine, quindi in una stessa vita padri e/o madri.

La discussione è quindi scesa nel vivo. Il problema è infatti capire cosa intendiamo quando diciamo “fantasy”. Il genere è diviso in tanti sottogeneri che è persino difficile capire in cosa siano diversi fra loro alcuni di essi.
Le caratteristiche fondamentali del fantasy, al di là di contenuti e struttura, possono essere ricondotte a questi elementi:

•    La storia si ambienta in un mondo che ha già dietro di sé una storia molto antica (sotto forma di leggende o miti e relative profezie)
•    Una geografia molto dettagliata, tanto da aver bisogno spesso di una cartografia specifica (le famose cartine all’inizio del libro!)
•    Una struttura politica basata su un sistema non democratico, che può essere una monarchia (spesso assoluta e sempre ereditaria) o, se portata all’estremo, una tirannide
•    Una struttura sociale con gruppi ben definiti (aristocrazia vs. popolo), in cui le divisioni sono rigide (sistema feudale)
•    Un livello tecnologico preindustriale, in cui la forza fisica sia necessaria e prevalente
•    E soprattutto la presenza della magia

(nella foto, Francesca Garello che parla appunto delle caratteristiche fondamentali del fantasy, usando una slide)

Se mettiamo insieme queste caratteristiche, in effetti otteniamo un’ambientazione medievaleggiante, che è anche quella più frequentemente usata nel fantasy.

Ma anche qui è bene capire: di che Medioevo parliamo?
Francesca Garello ci ha ricordato che dall’800 in poi, quando nasce quella che poi si trasformerà nella letteratura fantasy, l’idea di Medioevo si intreccia con luoghi comuni della cultura popolare e si allontana dalla realtà storica. Alcuni esempi tratti dalla pittura pre-raffaellita, poi dal cinema (“Braveheart” di Mel Gibson), cartoni animati (il giapponese “Vicki il vichingo”) e giochi di ruolo (Dungeons & Dragons) ci mostrano come la verità storica sia stata messa spesso da parte, a favore di elementi che colpivano di più l’immaginario collettivo o che erano più esteticamente funzionali alla narrazione. Per esempio, la pratica di dipingersi la faccia di azzurro era tipica dei Pitti, avversari degli antichi romani in Scozia, ma non degli scozzesi medievali di cui narra il film di Mel Gibson, però è perfetta per il cinema e il regista non si è sentito vincolato al realismo storico.

Quando ci rapportiamo al fantasy, abbiamo insomma a che fare con un Medioevo immaginario, nel quale possiamo anche sentirci liberi di inserire elementi inventati, visto che è già stato parecchio rimaneggiato.
L’importante, quindi, non è essere realistici, ma coerenti. Il riferimento è di nuovo a Tolkien e al suo esempio sul sole verde (citato in “Sulle fiabe”, “On Fairy-Stories”, 1939, NdP): si possono inserire elementi fantastici anche molto estremi in un’ambientazione narrativa, purché essi siano giustificati nel contesto, facciano parte della “intima consistenza della realtà”.

Ed è su questa base che Garello ha cercato di suggerire modi per creare ambientazioni fantasy coerenti, basate su elementi reali ma rielaborati in modo che possano generare un ambiente sociale diverso e maggiormente inclusivo per il genere femminile.

Una chiave per creare novità è un attento uso della magia, elemento fondante del genere fantasy.
La riflessione qui è: se la magia in un mondo fantasy è il corrispettivo della tecnologia in altre ambientazioni (per esempio la fantascienza, ma anche l’urban fantasy), perché non utilizzarla in modo da rendere le dinamiche di potere indipendenti dalla forza e dalla sopraffazione fisica? Insomma: se si può aver ragione di un avversario lanciando una palla di fuoco, il potere non deve essere necessariamente confinato nelle mani di chi ha tanti muscoli da poter usare lo spadone a due mani. Una palla di fuoco la può lanciare anche una donna!

A questo punto è seguita una carrellata di vari romanzi fantasy, antichi e recenti, per evidenziare la trattazione di ambiente sociale, posizione delle donne, sistemi di magia alla luce di quanto detto prima.



La prima parte del seminario si è chiusa con ragionamenti sulla magia, e sempre con la magia si è aperta la sua seconda parte (intitolata, come detto, “Andare oltre”).

Garello è partita da alcuni esempi di “andare oltre”, citando storie in cui i sistemi di magia sono più inaspettati. Nel ciclo Darksword di Weis e Hickman, ad esempio, chi utilizza la forza magica non la può esercitare senza che vi sia un altro individuo, una sorta di “catalizzatore”, che assorba l’energia magica dall’atmosfera per renderla disponibile al primo. Nonostante l’ambientazione sia piuttosto tradizionale, il sistema magico creato dagli autori è notevole: i “catalizzatori”, gli unici che possono estrarre la forza magica dalla natura, non possono utilizzarla in prima persona e hanno il solo scopo di lavorare per produrre potere per altri. Una specie di proletariato della magia, se vogliamo.
Per quanto riguarda sperimentazioni e innovazioni, in alcuni casi sono stati reinventati, o meglio re-immaginati, elementi che sono spesso difficili da vedere in modo diverso da quello a cui siamo abituati. L’esempio citato è quello di “The Mirror Empire” di Kameron Hurley (non tradotto in italiano). Nel mondo in cui è ambientata questa storia le piante sono esseri senzienti e, in alcuni casi, estremamente pericolosi. Se è possibile immaginare piante predatrici, sono così impensabili anche storie fantasy con un ruolo femminile non stereotipico?

Non è solo la letteratura a fornire esempi: a mio parere, gli spunti più interessanti sono quelli tratti dalla storia, cioè situazioni reali che avrebbero potuto evolversi diversamente e produrre società dalle quali prendere ispirazione per romanzi fantastici.
Basti pensare alla popolazione dei Sarmati, cavalieri delle steppe asiatiche nelle cui tombe sono stati scoperti diversi resti femminili con corredi di armi; alle amazzoni del Dahomei, spietate guerriere che nel XVIII secolo costituivano quasi la metà dell’esercito del re di quello stato africano (l’attuale Benin); o più semplicemente alle società preistoriche dei cacciatori-raccoglitori, in cui gran parte del nutrimento era prodotto dalle donne.
L’esempio dei Mosuo, gruppo etnico cinese che vive alle pendici dell’Himalaya, mi è parso particolarmente interessante. In questa società matrilineare le donne sono le padrone della casa e gestiscono l’amministrazione domestica, i lavori agricoli e l’istruzione dei bambini; inoltre le proprietà vengono ereditate dalle donne della famiglia e non dagli uomini. Questi sono solitamente impegnati nel commercio e sono dunque lontani da casa per lunghi periodi. Non esiste il matrimonio tradizionale: quando un uomo e una donna si amano lo fanno restando ciascuno nel proprio ambito familiare. Se nascono bambini, questi crescono nella famiglia della madre, e il padre è solo un “visitatore”. Nonostante la società Mosuo non possa essere definita matriarcale, in quanto le donne non hanno potere politico né religioso (che restano nelle mani degli uomini), è un ottimo esempio di come basti una piccola differenza rispetto alla società “tradizionale” a cui siamo abituati per immaginare un mondo diverso.

Un ulteriore spunto indicato nel seminario è offerto dalla biologia: si potrebbe immaginare che il dimorfismo sessuale, cioè la differenza nella struttura fisica dei due sessi, abbia avuto sulle società umane degli effetti diversi da quelli che conosciamo. Prendendo come esempio l’ovvio fatto che la forza fisica è maggiore negli uomini, si può immaginare una società in cui questi siano relegati ai soli lavori pesanti e preclusi da attività intellettuali, e dunque dall’esercizio del potere. Oppure un mondo in cui, per evitare che l’aggressività dei giovani maschi crei problemi alla società, gli uomini siano tenuti costantemente impegnati in qualche azione guerresca, davvero necessaria o no (es. pattugliamento di confini, scaramucce con nemici più o meno reali, scorrerie/ piccole guerre/ esercitazioni...); questo li terrebbe lontani da casa, lasciando la gestione del comando alle donne.

La parte principale del seminario si è conclusa con queste riflessioni, ma Garello ha presentato anche una breve appendice. L’argomento è forse il più discusso in termini di donne e fantasy: le armature.
Le rappresentazioni grafiche di donne guerriere spesso (se non addirittura sempre!) presentano le donne con armature minuscole, più simili a corpetti metallici che a corazze, sagomate in modo da avere delle “protuberanze” per contenere i seni. Gli esempi fotografici mostrati erano tratti dal film “Wonder Woman” (2017) e dalla serie televisiva “Xena” (1995-2001). È evidente da questi esempi che la funzione principale di queste armature è di essere esteticamente gradevoli e di mettere in risalto il corpo femminile, piuttosto che proteggere chi combatte. Non solo la protezione è minima, ma la struttura “a corpetto” concentra la forza dell’impatto in mezzo alla cassa toracica, aumentando il rischio di danni!
Le armature classiche, quelle che siamo abituati a vedere indosso a cavalieri e guerrieri (maschi), invece, essendo convesse, disperdono la forza dei colpi ai lati, dove causano meno problemi.

In conclusione, Francesca Garello ha evidenziato quanto il mondo del fantasy sia influenzato da un confuso ma potente senso storico, che porta quasi inevitabilmente a immaginarlo in società ispirate a quelle presenti in Europa in epoca medievale. Questo legame con la verità storica sembra impossibile da evitare senza produrre storie poco realistiche e “poco fantasy”.
In realtà, però, possiamo sentirci liberi di inserire nel fantasy elementi non storici, perché si tratta comunque di un genere contaminato da così tanti elementi eterogenei che può benissimo accettarne altri, nuovi e magari inaspettati, rimanendo comunque fedele a sé stesso. E, se proprio avessimo bisogno di ispirarci a situazioni “vere” su cui costruire le nostre società fantastiche, non c’è che l’imbarazzo della scelta: la storia, l’antropologia, persino la biologia ci forniscono spunti che, interpretati con una lieve deviazione, ci consentirebbero di ottenere risultati inaspettati ma solidi.
Soprattutto evitando armature provocanti ma autolesioniste!

Le foto del seminario a corredo dell'articolo sono di Livia Alegi.



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