’O Mammone

di Luigi Musolino
Vincitore del XVI Trofeo RiLL
[racconto presente nell’antologia Riflessi di Mondi Incantati, ed. Giochi Uniti, 2010]


Non tenebra di temporale era quella, ma l’ombra del Gatto Mammone.

Dino Buzzati, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”

Si vene ’o Mammone, chiurimme a porta.
(Se arriva il Mammone, chiudiamo la porta)
da un’antica filastrocca napoletana




Aveva acquistato le carte a un mercatino dell’usato di Scampia, da un rigattiere con la faccia divorata da qualche malattia merdosa. Quando gli occhi di Italo Russo, giovane esponente e contabile del clan camorrista dei Casalesi, si erano posati sulle figure del vecchio mazzo di carte napoletane, il suo cuore aveva perso il passo, per poi ricominciare a correre all’impazzata. Si trattava senza dubbio di uno dei rari e preziosi lavori di Vincenzo Mosca, conosciuto nell’ambiente della camorra e dei collezionisti come ‘O Cartarolo.
Non c’era boss malavitoso che non si fosse rivolto all’artista casertano per farsi confezionare un mazzo personalizzato, affidandosi a capacità pittoriche fuori dal comune, apprese dai migliori maestri spagnoli. Carte disegnate a mano che richiedevano settimane di lavoro. Esemplari unici.
Il vecchio commerciante gli aveva chiesto una cifra ridicola per quei capolavori - guagliò, hai fatto n’affare! - e Italo, giocatore e collezionista, aveva dovuto trattenersi dal ridere di gioia.
Adesso, nella penombra della sua cucina, scrutato dagli occhi sonnolenti di Totò, il suo gatto persiano grasso come una scrofa, rideva un po’ meno. Scorreva le carte tra le dita e tremava.
Al mercato delle pulci aveva dato un’occhiata distratta alle figure, riconoscendo la mano abile di Mosca, il suo tratto sicuro e sinuoso, senza però cogliere i particolari. Non voleva sembrare troppo interessato, permettere al commerciante di alzare il prezzo. Ma se avesse saputo, avrebbe lasciato lì il mazzo. San Maradona, sarebbe scappato col pepe in culo.
Vincenzo Mosca non era un artista qualunque. Italo conosceva la sua storia, così come la conoscevano molti seguaci della principale cosca campana.
Il pittore aveva trascorso dodici anni in Spagna, specializzandosi nell’antica arte della pittura delle carte, tecnica in voga sino agli inizi del ‘900. Poi era rientrato a Caserta e aveva fatto parlare di sé per la magnificenza delle sue decorazioni. Alcune famiglie gli avevano commissionato mazzi speciali, da regalare ai matrimoni o usare nelle bische campane; aveva cominciato a lavorare a tempo pieno per la camorra, pur non condividendone metodi e obiettivi. Pagavano bene, inoltre un rifiuto poteva significare un bel tuffo nel golfo con scarpe di cemento o una nuotatina nell’acido muriatico.
Nel 1991, in piena guerra tra mafia e Stato, ‘O Cartarolo aveva raggiunto l’apice del successo; la sua fama, prima circoscritta alla Campania, aveva raggiunto la Sicilia. Esponenti delle famiglie Riina, Buscetta, Calò e Giuffrè si erano fatti confezionare decine di mazzi di “napoletane”; nei loro deliri superstiziosi erano convinti che le carte di Mosca portassero fortuna. Molte recavano iscrizioni propiziatorie e proverbi. I boss si regalavano i mazzi di Mosca in segno di stima e rispetto. ‘O Cartarolo era stato mitizzato; nell’ambiente della malavita girava una storia assurda, secondo la quale il giorno in cui Falcone era saltato in aria con la scorta gli organizzatori dell’attentatuni si erano trovati in un bunker per una partita a scopone con le sue carte.
Il rapporto di lavoro tra artista e delinquenza si era interrotto nel ‘94, quando il figlio di Mosca era rimasto colpito alla testa da un proiettile vagante, partito dalla pistola di un killer dei Casalesi durante un agguato. Il bambino, rimasto paralizzato dalla vita in giù, era morto alcuni mesi dopo per un’infezione polmonare. Distrutto dal dolore, abbandonato dalla moglie che l’aveva accusato di farsela con la feccia del Sud, Mosca aveva realizzato il suo ultimo mazzo, un “regalino” per i Casalesi. Poi si era rivolto a un giudice, svelando tutto ciò che aveva appreso dalla frequentazione delle famiglie, ed era sparito nel nulla pochi mesi dopo, come tanti altri informatori di giustizia. Le autorità lo avevano cercato, invano; Italo sapeva che c’erano piloni di cemento che avrebbero potuto raccontare un mucchio di cose.
‘O Cartarolo era svanito, scomparso in quella terra sfortunata e abbandonata dallo Stato. Ma il suo mazzo, in qualche modo, era rimasto.


L’ultima opera di Mosca veniva indicata semplicemente come ‘O Mazz. Ed era un mazzo speciale. Maledetto. Compariva di tanto in tanto nelle case da gioco clandestine e nei villoni dei capicosca, e ogni volta qualcuno andava a mangiare l’insalata dalla parte delle radici; per il clan dei Casalesi era diventato uno spauracchio, un oggetto nefasto, impregnato di incantesimi e mar d’occhio. Alcuni santoni interpellati dai boss erano sicuri che Mosca avesse usato il sangue del figlio per preparare i colori e recitato misteriose iettature, apprese dai maestri spagnoli e dai cartomanti campani, mentre dipingeva le carte. Le voci si rincorrevano da oltre dieci anni, assumendo man mano le proporzioni di un mito, sussurrato con occhi sgranati dalla paura.
Le ultime notizie delle carte risalivano a un anno prima: Tony “Mezzarecchia”, spacciatore della Mergellina, le aveva acquistate da un antiquario di Posillipo; il giorno dopo l’avevano trovato sul divano di casa con un buco in testa. Non di proiettile, però. Era un foro di arma da taglio, forse una spada. Inutile dire che si era subito diffusa la notizia che ‘o fante ‘e spade era uscito dalla sua carta e l’aveva fatto fuori.
Italo non aveva mai creduto a quelle dicerie. Le aveva sempre ritenute strunzate, frutto di leggende popolari e coscienze sporche, che trovavano terreno fertile in una regione in cui gioco d’azzardo, superstizione e morti ammazzati andavano a braccetto.
Però trovarsi il mazzo in mano, quel mazzo che fino al giorno prima aveva relegato al mondo della fantasia e delle prigioni dorate dei boss, era un altro paio di maniche. Collezionava carte da quindici anni, e al mercatino aveva subito riconosciuto il tipico disegno di Mosca, ma non aveva indugiato ad acquistarle perché il mazzo sciagurato non poteva esistere. Eppure…
Italo dispose le quaranta carte sul tavolo della cucina e rabbrividì. Era proprio come sussurravano i capi nei loro covi puzzolenti. I fanti erano figure nude, storpie, uomini piagati o menomati, ritratti con incredibile nitidezza. Il re di denari aveva un pene enorme, e lo reggeva tra due moncherini carbonizzati, schizzando fuoco rovente dal glande. Il cavaliere del nove di coppe, il viso deturpato da un ghigno sardonico, stringeva in una mano deforme un calice da cui spuntava qualcosa di troppo simile a un organo sanguinolento; il suo destriero cornuto levava la testa a un cielo oscurato dall’eruzione del Vesuvio, magistralmente ritratto sullo sfondo.
Ogni carta era ornata di particolari raccapriccianti, ma la peggiore di tutte era il tre di bastoni, la figura chiamata anche Gatto Mammone, di solito raffigurata con tre rami accompagnati da una simpatica maschera baffuta. Italo associava invariabilmente la carta al magico animale del racconto di Dino Buzzati “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, una storia comparsa a puntate sul Corriere dei Piccoli che sua madre gli leggeva quand’era piccirillo per farlo addormentare.
La figura dipinta da Mosca era uno stravolgimento della normale carta presente nei mazzi prodotti in serie. Raffigurava una bestia nera acquattata in un fosso, uno dei fetidi canali di scolo che solcano la periferia delle città campane. Metà felina, metà umana, aveva unghie grosse quanto accette che spuntavano da mani scimmiesche e occhi vitrei, al cui interno ammiccavano minuscole cape ‘e morte. I tre bastoni erano piantati in profondi squarci nella schiena della creatura. Un’immagine che esprimeva una carica di odio e malvagità insostenibile.
Italo ammucchiò in fretta le carte e quando fece per riporre il tre di bastoni nel mazzo lanciò un urlo.
“Mannaggia la puttana!”
Il bordo affilato della carta gli aveva aperto un taglio profondo e doloroso nel polpastrello dell’indice.
Maronna santa” sussurrò Italo, inquieto “maronna santa benedetta, mi sto facendo suggestionare da ‘ste sturielle.”
Afferrò il telefono e digitò il Numero. Doveva informare Papà, com’era affettuosamente soprannominato il leader dell’organizzazione criminale più potente d’Italia.
Per parlare con il boss dovette spiegare a diversi suoi scagnozzi che la situazione era di vita o di morte, e pronunciare una serie di parole d’ordine imparate a memoria con non poche difficoltà. Infine, un uomo dalla voce nasale lo informò che avrebbe passato la telefonata su una linea privata. Dopo un paio di minuti di attesa, Papà rispose. Italo, in tono ossequioso e un po’ spaventato, riferì.
Va buon’, Italuzzo” sussurrò la voce all’altro capo del filo. “Stai calmo, ti mando i Cuggini.”
Italo Russo ringraziò, benedisse, e ringraziò ancora; poi andò in bagno a sciacquarsi il dito sotto l’acqua gelida. Non vide Totò, il persiano ipernutrito, saltare sul tavolo e lappare il sangue che macchiava il tre di bastoni.


I Cuggini arrivarono mezz’ora dopo, capelli impomatati e spalle larghe quanto betoniere. Erano gli unici due nipoti di Papà e gestivano lo spaccio nel casertano. Italo Russo li aveva incontrati poche volte, ma sapeva che erano soggetti pericolosi. Grilletto facile e cervello incasinato dalla coca. Sapeva anche che provavano simpatia per lui, perché chiudeva un occhio quando trattenevano qualche grammo dalle partite di droga destinate al mercato.
Fu Michele, il più giovane, a parlare per primo: “Allora, Italuzzo, dov’è?”
Italo puntò un dito verso il tavolo della cucina, sforzandosi di apparire tranquillo. “Lì” mormorò.
Beppe ‘O Cecagnuòlo, quello senza occhio sinistro, accese una sigaretta mandando sbuffi azzurrognoli nella luce del lampadario. “Vediamo un po’.”
Raggiunse il tavolo ed esaminò le carte. Sorrideva, ma Italo non poté fare a meno di notare che il labbro inferiore gli tremava un pochino. Michele si avvicinò e contemplò il mazzo alcuni istanti, sgranando gli occhi.
“Sono loro, guarda che merda. Mò le bruciamo” proclamò Beppe, portandosi una mano alla tasca posteriore dei pantaloni.
Italo capì subito, con terrore e un briciolo di rimpianto, ciò che stava per accadere. I due Cuggini estrassero le pistole e gliele puntarono addosso.
“Ci dispiace molto, Italo” disse Michele, col tono svogliato di chi ha ricevuto un incarico spiacevole “ma così vuole Papà. Dice che sei un nu bravo guaglione, ma adesso che hai toccato le carte di Mosca c’hai la sfiga addosso. Quello è superstizioso. Facimm ampress, te lo giuro.”
Italo alzò istintivamente le mani. Sapeva che di lì a poco si sarebbe trasformato in una fetta di groviera. La porta blindata della cantina, spalancata alle sue spalle, era l’unica via di fuga dalla stanza. Doveva prendere tempo.
“Oh, vi siete ammattiti? Jamm bell, le avete toccate pure voi, quindi la iella ce l’avete pure voi, . Come tornate da Papà quello vi apre un buco in capa. Siamo nello stesso brodo, cuggì!”
I due uomini si guardarono, perplessi. Italo cominciò a sudare come una porchetta al forno. Vide i Cuggini allontanarsi e confabulare, e ne approfittò per lanciarsi verso la porta della cantina. Non voleva morire. Non quel giorno, non per mano di due zotici imbottiti di droga. Rotolò per terra con l’agilità di una palla di strutto, si fermò sul pianerottolo delle scale che portavano in cantina e chiuse la porta blindata con un calcio. Si era appena alzato e aveva tirato il chiavistello, quando la porta cominciò a tremare come un budino. I Cuggini erano incazzati. Prendersi gioco di loro equivaleva a ficcarsi la canna di una pistola tra le natiche e tirare il grilletto.
“Dai, Italo, apri. Sfaccim, se fai accussì peggiori solo le cose” ringhiò Michele. Italo si allontanò dalla porta, tirando giù un paio di Madonne, la lingua sgradevolmente ricoperta di cartavetro.
“Cuggì, andatevene. Vaffanculo” mormorò, ma lo disse piano, in modo che non potessero sentirlo.
Scese le scale con gambe tremanti, si sedette su uno scatolone e prese una bottiglia di vino da uno scaffale. Se doveva morire, voleva farlo con lo stomaco pieno di Nero d’Avola della miglior qualità.
In cantina c’era una piccola finestra che dava sul cortile; sperava di riuscire a passarci, a dispetto del culone che aveva messo su negli ultimi mesi.
Sentì i Cuggini armeggiare con la porta, per poi allontanarsi. Era una Dierre rinforzata a due serrature; persino gli arieti della Polizia ci avrebbero messo un po’ a tirarla giù.
“Italo, quando sfondiamo ‘sta porta ti strappo le dita e le porto alla mia iguana” gridò Beppe dal piano superiore. Andava fiero di quel rettile schifoso. Davvero. L’aveva cresciuto a pezzettini di carne. Umana.
Italo mandò giù un sorso di vino. Il taglio al dito gli faceva un male atroce. Se lo portò alla bocca e cominciò a ciucciare.


I Cuggini si spostarono in salotto, dove c’era il caminetto. Michele teneva il mazzo di Mosca con due dita, lontano dal corpo, come se fosse una cosa infetta.
“Bruciamo questa zozzeria, sfondiamo la porta, ammazziamo Russo e andiamo da Pino a farci ‘na pizza” spiegò il guercio. Italo poteva aspettare. Era in trappola.
Totò, il gatto persiano, li seguì. Si fermò sulla soglia, leccandosi una zampetta sporca di rosso, e li fissò coi suoi occhioni felini. Il cervello del gatto registrò i movimenti dei due uomini che armeggiavano intorno al camino; poteva annusare la loro paura. Anche lui aveva paura, però; erano semplici umani, ma erano strani, diversi da tutti gli altri. Avevano volti che sembravano mutare in continuazione, plasmandosi in detestabili musi da sorcio. Il più alto aveva persino un abbozzo di coda.
Il suo padrone, invece, era sceso in cantina, e gli mancava. Avrebbe voluto accoccolarsi tra le sue braccia, farsi grattare dietro le orecchie e sentirsi al sicuro. Ma non poteva. Era una sera diversa, quella. Totò si sentiva cambiato. Forse non avrebbe dovuto leccare quel liquido tanto saporito? Era sangue, sì, mescolato con qualcosa di polveroso, antico.
Si infilò sotto il divano, silenzioso come una piuma sospinta dal vento, leccandosi i baffi, stupito dal corso che stavano prendendo i suoi pensieri. Si sentiva più… furbo. Se stava cambiando, non era poi tanto male.
Si appisolò e sonnecchiò alcuni minuti, accucciato nelle ombre scure, poi fu svegliato da un dolore terribile alle zampe anteriori. Sbarrò gli occhi gialli, sconvolto. Le unghie retrattili dei polpastrelli erano sguainate, ed erano decisamente cresciute. Stessa cosa per i denti, ora così lunghi e affilati che non riusciva a chiudere la bocca senza farsi male al palato. Sì, non c’era dubbio, stava cambiando. Si sentiva più grosso. Più intelligente. Più cattivo. E aveva una fame del diavolo.
Guardò in direzione del camino; gli uomini strani erano scomparsi, sostituiti da due paffuti topolini di campagna.
Si alzò sulle zampe, arcuando la schiena arruffata per stiracchiarsi. Il divano si alzò con lui, penzolandogli sulla schiena come una sella allacciata male.
“Sì, sono decisamente più grosso” pensò, scagliandosi come una freccia verso i ratti che squittivano, annichiliti dalla sorpresa.


Italo Russo non aveva mai sentito nessuno urlare così. Nemmeno quella volta che aveva infilato le gambe di Salvo Esposito, infame bastardo, sotto una pressa idraulica. Le grida provenienti dal piano superiore non avevano niente di umano; erano gli sbraiti di chi contempla qualcosa che trascende la realtà, grida che nulla avevano a che fare con la violenza, le torture, le minacce. Era la voce del terrore più bieco, ed era la voce di Beppe ‘O Cecagnuòlo, un tipo che non aveva problemi a rapire e torturare figli di pentiti, giudici, collaboratori.
Italo sentì la bottiglia di Nero d’Avola che gli scivolava dalle mani per infrangersi sul pavimento. La sua mente si rammaricò un istante per lo spreco, poi fece scattare il corpo verso la finestrella, mentre nella casa risuonava un pianto disperato.
“San Gennaro, aiutami tu” gridò Russo, sconvolto. Un agguato di qualche clan rivale, sicuro. O forse la Polizia. Qualunque cosa stesse accadendo in casa, doveva andarsene. Se i Cuggini piangevano, come minimo si era scatenato l’Inferno. Con la I maiuscola.
Afferrò delle cassette piene di pomodori e le ammucchiò sotto la finestrella. Nel salotto al piano di sopra echeggiarono alcuni colpi di pistola e una specie di ruggito. Suoni ovattati di vetro in frantumi e legno spezzato. Italo Russo rivolse un’occhiata all’effige di Mario Merola che cantava, sopra lo scaffale delle caciotte, e cominciò ad arrampicarsi sull’improvvisata e traballante scaletta.
Aveva appena aperto la finestrella, pronto a far passare in una grottesca imitazione di parto il proprio corpo in quella fessura minuta, quando la porta blindata esplose come una manciata di coriandoli di legno, metallo e intonaco.
Prima di girarsi e attraversare con incredibile agilità la finestra, Italo si abbassò sulle ginocchia e lanciò un’occhiata su per le scale: scorse una massa nera, abnorme, che si agitava nella cucina. Ebbe la visione fugace di un muso baffuto, orribile, e di zanne che stringevano forte Beppe, sbatacchiato come un fantoccio di pezza per la stanza, il collo spezzato e l’unico occhio gonfio di sangue. Dalla schiena della cosa spuntavano tre bastoni nodosi.
Poi la creatura abbandonò il corpo senza vita di ‘O Cecagnuòlo e si diresse verso Michele, che se ne stava rannicchiato in un angolo in posizione fetale, urlando.


Italo Russo emerse nella torrida notte casertana e prese a correre come mai aveva corso in vita sua.
Mentre scavalcava la recinzione del cortile, le palle dolorosamente pressate sulla staccionata, si voltò verso la sua bella villa abusiva; inquadrò Michele uscire di corsa dall’ingresso principale, il viso stravolto e l’arma in pugno. L’unico pugno che gli rimaneva. La sua mano sinistra era un grumo di carne ritorta. Masticata. L’uomo che correva barcollando nel cortile era la caricatura spaventosa del temibile cugino minore, il terrore dei bassifondi.
Il camorrista girò la testa di lato e lo vide, abbarbicato sul recinto. Negli occhi dell’uomo brillava la follia, un odio cieco alimentato dal terrore. Dall’interno dell’abitazione si levò un verso disumano.
“Russo, scola merda” lo chiamò con una ridicola voce ghignante Michele “ci hai mandato addosso questa maledizione, ma mò io t'accid e la facciamo finita. Beppuzzo è morto, e quella cosa… Maronna… Marò!”
Il nipotino di Papà, allucinato, faceva ricadere su di lui ogni colpa per il disastro avvenuto. E non aveva intenzione di limitarsi a una lavata ‘e capa.
Italo capì che aveva pochi attimi per darsela a gambe, scampare alla furia omicida di Michele.
Saltò nel prato che si allungava dietro la casa, accompagnato da una detonazione e dal sibilo di una pallottola che gli passò a una spanna dalla testa. Ora sapeva come dovevano sentirsi le vittime della camorra negli ultimi istanti prima di morire.
Eppure stava bene, era stranamente euforico, eccitato. Corse, corse a perdifiato nei campi, inseguito dai passi del Cuggino e da qualche colpo di pistola sparato alla cieca. Un’energia incredibile invase ogni cellula del suo corpo, proiettandolo nella campagna come un animale selvaggio. Perché scappare?, si chiese. Doveva fermarsi e affrontare il bastardo che voleva fargli la pelle. Non era colpa sua se era successo quel casino.
Fu solo quando intimò al suo corpo di rallentare che si rese conto che aveva cominciato a correre a quattro zampe, distaccando notevolmente l’inseguitore. La ferita alla mano, quel doloroso taglietto procurato dalla carta del tre di bastoni appartenente a ‘O Mazz di Vincenzo Mosca, si era allargata in uno squarcio, rivelando un artiglio ricurvo, affilato come un rasoio.
Italo Russo fece dietrofront, avanzando agile ed elastico nel buio, verso il nemico che lo inseguiva.
Vide l’ombra di Michele proiettarsi sul terreno e spiccò il balzo; due pallottole gli attraversarono il cranio, ma ebbe il tempo di tagliare la giugulare all’unico Cuggino rimasto, inondandosi di sangue fresco e profumato. Papà non aveva più nipoti.
I miagolii agonizzanti che Italo Russo lanciò nella notte non turbarono il volto impassibile della luna, né la massiccia ombra più nera del nero che sgusciava fuori dalla casa, fagocitando le stelle nel suo manto color catrame.


La Polizia fece irruzione nella villa di Russo la sera del giorno seguente. Il commissario Bugatti, una volta entrato in salotto, vomitò i babà trangugiati nel pomeriggio. Non ne poteva più di quei regolamenti di conti. Non ne poteva più di tutto.
La casa era un mattatoio. Il sadismo delle cosche stava toccando livelli mai raggiunti prima; quello era un caso evidente di “vendetta con animali esotici”. Ultimamente i boss sembravano nutrire una passione particolare per le bestie feroci - nel nascondiglio di un latitante avevano addirittura trovato un alligatore - che non disdegnavano di utilizzare per i loro crimini.
“Chiama la Scientifica” disse il commissario a un giovane poliziotto entrato in casa per comunicargli che erano stati rinvenuti due cadaveri sfigurati poco distante, nella campagna.
L’agente estrasse il cellulare dal taschino della camicia e chiamò. Mentre si dirigeva all’esterno per prendere una boccata d’aria e levarsi dal naso l’odore del sangue, vide il mazzo per terra; lo raccolse e se l’infilò in tasca. Aveva cominciato a collezionare carte pochi mesi prima. Anche molti boss lo facevano.
Il giorno dopo doveva recarsi a riscuotere la prima mazzetta della sua carriera di poliziotto a casa di Papà, leader dei Casalesi e padrone della Campania; magari, dopo avergli dato qualche informazione sulle indagini, gli avrebbe mostrato lo strano mazzo.
Sorrise, poi si chinò a carezzare un simpatico gattone persiano, sbucato dal nulla, che si sfregava sulle sue gambe facendo le fusa.


Luigi Musolino è nato nel 1982 in provincia di Torino, dove vive e lavora.
Editor e traduttore, ha collaborato con numerose case editrici, traducendo lavori di Michael Laimo, Howard Phillips Lovecraft, Lisa Mannetti e Brian Keene.
I suoi racconti horror sono stati premiati in molti concorsi letterari. In particolare, ha vinto il Trofeo RiLL nel 2010 (con “O Mammone”) e nel 2012 (con “Il carnevale dell’uomo cervo”).
Nel 2012 è uscita, in formato e-book, la sua prima antologia di racconti: “Bialere - Storie da Idrasca”.
RiLL ha curato due sue antologie: “Oscure Regioni – volume 1” (ed. Wild Boar, 2014) e “Oscure Regioni – volume 2” (ed. Wild Boar, 2015), che propongono venti racconti dell’orrore, ispirati a storie e leggende del folclore regionale italiano.




 

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