L'ultimo giorno buono dell'anno

di Emiliano Angelini
Vincitore dell'VIII Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Sognando Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2006]

"È ancora piccola. Ancora giovane.
La morte non permette di crescere o cambiare.
Ha ancora i capelli d’oro.
Sarà giovane per sempre ed io l’amerò per sempre."
Ray Bradbury, “Il lago”

"I guess
we’ll remember this all of our lives
on the last good day of the year"
Cousteau, “The Last Good Day of the Year”


1.
È un mattino stupendo. Ed è un peccato che voi non possiate vederlo, ma in fondo è meglio così, vi assicuro.
Mi trovo in una zona costiera. Alle mie spalle c’è quel che rimane di un’antica città. Palazzi cadenti ed enormi piazze deserte, scheletri di ruggine simili a mostri senza età, denutriti e uccisi da un’immensa solitudine.
C’è silenzio, qui.
Avrei voglia di una sigaretta. La mia è solo una piccola mania, una falsa abitudine: in tutta la mia vita ne avrò fumate meno di un centinaio, inoltre da decenni non se ne trovano più. Non esistono più produttori e le scorte sono terminate. La mia mano, in ogni caso, insiste nel tastare il vuoto delle tasche, come se fossero passati pochi giorni dall’ultima volta.
Mi hanno condotto in questa regione, stamattina, lasciandomi qui vicino. Ho chiesto io di scendere vicino al mare. Mi aspetto di vederla uscire da un momento all’altro. La superficie è leggermente increspata e le piccole onde si rovesciano sulla rena con uno sciacquio lieve, sufficiente tuttavia a spezzare questo cupo silenzio e a fornire una parvenza di realtà.
No, mi sbaglio. La realtà è proprio questa. Oggi la realtà è proprio questa muta desolazione. Nonostante tutto, non ci ho fatto ancora l’abitudine.
La zona è calda.
La nube radioattiva si sposta ormai con estrema velocità ed è diventato sempre più arduo, mi hanno detto, prevederne le traiettorie. Poco importa. Anche queste terre sono state investite dalla violenza della guerra e, fino a pochi giorni fa, non contavano che poche migliaia di ripopolatori. La maggior parte degli abitanti sono oggi al riparo dalla radioattività.
La maggior parte.
A poche centinaia di metri scorgo le sagome di due individui. Anche loro mi hanno visto e mi vengono incontro, indossano delle strane maschere e delle tute che dovrebbero proteggerli. Sono vicini, ora, imbracciano delle armi. Sono giustizieri, credo. Mi guardano, probabilmente sorpresi.
“Vengo in pace” dico alzando le braccia al cielo. “Andate in pace.”

2.
Doveva essere una bella città. Ricca e allegra, affacciata sulla baia. Questi, probabilmente, sono stati alberghi costosi con le loro ampie hall e il continuo via vai di turisti assetati di divertimento. Con le strade affollate di chiassose automobili e migliaia di luci a mascherare la notte. Chissà che nome aveva.
Adesso non vedo altro che cadaveri. Carne e metallo in putrefazione. I resti di una chiesa (ho pregato, un tempo), un monumento deforme di metallo fuso. Corpi riversi sul terreno, sparsi come pedine di un gioco macabro.
La natura prende comunque il sopravvento. È sorprendente vedere con quale rapidità la vegetazione riprenda possesso di ciò che gli uomini le hanno tolto. Con pietà infinita ha già iniziato a coprire questi corpi, nutrendosi di essi, espandendosi, innalzandosi, arrampicandosi sulle ritorte strutture moribonde. La zona è calda, e lo rimarrà per molte decine di anni ancora. Quando si sarà raffreddata, gli uomini, se mai esisteranno ancora, troveranno un paradiso arboreo ad attenderli, un tempio verde costruito sui resti di una perduta umanità. E avranno qualcosa di nuovo da distruggere.

Di fronte al mare, adesso, ad attenderla. So che non tarderà.
Quanti ricordi vengono dal mare. Rimangono nascosti sotto la superficie, portati al largo dalle correnti del tempo e, una volta l’anno, il mare li fa riemergere e me li riconsegna, intatti. Non è mai lo stesso luogo, lo stesso mare, eppure è come se le acque avessero una memoria comune e tutte, prima o poi, mi riportano lei. Tally.
M’inginocchio sulla rena umida vicino alla riva e inizio l’antico gioco. Tally emerge da sotto la liquida superficie. Leggera e fresca come un soffio di vento, la pelle candida di eterna bambina, mi viene accanto. Finiamo di costruire il nostro castello di sabbia. Era il nostro gioco preferito, io ne costruivo una metà e lei l’altra. Poi, stavamo seduti aspettando che le onde demolissero i nostri sogni, già pronti a costruirne di migliori.
“Ciao. Sei bellissima.”
“Anche tu stai bene, sono contenta.”
La prendo per mano. “Vieni, andiamo. Devo finire il giro prima di sera.”

3.
Inevitabilmente, quando una zona diviene calda, cade preda di sciacalli e giustizieri.
Lo sciacallaggio esiste da sempre: a qualunque evento catastrofico che comporti l’abbandono urgente di zone abitate da parte della popolazione fa seguito la comparsa di individui che tentano di razziare tutto ciò che ai fuggitivi non è stato possibile portar via. Negli ultimi anni si sono fatti più audaci, girano armati e hanno sempre meno scrupoli.
Il fenomeno dei giustizieri, invece, è nato e si è sviluppato col diffondersi di zone radioattive. In queste zone, ovviamente, non c’è più legge o giustizia che possa governare, nessuno che mantenga l’ordine o svolga indagini sui crimini. I giustizieri, dunque, hanno campo libero. Vengono da altre regioni, con l’unico intento di praticare il libero omicidio. Uccidono, battendo il territorio in cerca di coloro che non hanno voluto o non hanno potuto abbandonare l’area, per il solo piacere di farlo.
Sciacalli e giustizieri. C’è stato un tempo in cui la distinzione tra le due figure era più netta, oggi non lo è più. Io, comunque, sono qui per tutti loro.
Eccone alcuni, laggiù, si stanno fronteggiando.
Io e Tally ci incamminiamo verso di loro. Stanno lottando, quindi possiamo avvicinarci con calma, i loro movimenti sono resi goffi dalle tute che indossano. Certamente si stanno contendendo il frutto della razzia e il campo decreta ben presto i vincitori: solo due dei cinque uomini, infatti, rimangono in piedi.
“Vieni, Tally. Ehi, sono proprio buffi, vero?”
Lei annuisce e sorride mentre ci dirigiamo verso i superstiti. Il più grosso dei due ha sentito la mia voce, si volta di scatto brandendo una grossa lama nella mano destra.
“E voi cosa ci fate qui? Non lo sapete che è pericoloso andare in giro da queste parti? Ehi, Ben, hai visto? Un ragazzino e una bambina in costume, e adesso cosa ne facciamo?”
“Mi chiamo Shinji, e non dovrete preoccuparvi per noi.” Dietro le maschere, s’intuisce l’espressione di curiosità degli uomini, mentre mi avvicino con le braccia sollevate.
“Vi porto la pace.”

4.
Tally ha dodici anni.
Tally aveva dodici anni quando è successo. Eravamo in riva al grande lago del nord, dov’eravamo soliti trascorrere le vacanze con gli altri bambini dell’Istituto. Stavamo sempre insieme, uniti da un gioco di sogni condivisi e dalla comune solitudine che ci era stata consegnata al momento della nascita, accarezzati e accompagnati dalle correnti d’aria nei lunghi pomeriggi di corse lungo la sabbia, segretamente vicini durante le magiche esplorazioni delle umide e oscure grotte nei pressi del lago, le mani giunte a giurarci che mai, no, mai e poi mai ci saremmo lasciati.
Stavi uscendo dall’acqua, portandoti i capelli all’indietro con la mano, con quel gesto tuo così familiare. Potevo scorgere le gocce scivolarti giù dal corpo, la pelle pervasa dai brividi, mentre mi venivi incontro perché ti dessi l’asciugamano. Non avemmo neanche il tempo di avvertire l’esplosione. L’onda d’urto ci investì in pieno, scatenando turbini d’acqua e sabbia e divorando ogni cosa. Nei miei occhi rimase impressa un’unica immagine.
Quel giorno, non ti raggiunsi mai.

Tally ha ancora dodici anni.
Tally è morta da circa cinquant’anni. Il suo corpo non fu più rinvenuto, sicuramente finito sul fondo del lago assieme a centinaia di altri. Dal fondo, infatti, risorge ogni volta. È per questo che scelgo sempre zone costiere, perché ho un appuntamento con lei, la mia Tally.
I dottori sostengono che Tally non sia altro che una proiezione della mia mente, una proiezione resa ancor più convincente dalle mie facoltà. Non è semplicemente follia. Possono vederla anche loro, chiunque può vederla. È come se la mia mente proiettasse la sua immagine tridimensionale, mi hanno detto, come un ologramma. È per questo che appare sempre uguale all’ultima volta che la vidi, sempre nello stesso modo, con lo stesso costume, l’identico sguardo carico di speranze di chi è troppo giovane per sapere quanto è facile morire.
Non so se sia vero quanto dicono, per me lei è reale, e non cerco alcuna spiegazione. Comunque, se hanno ragione, ho capito che, finché sarò vivo, resterà sempre una bambina. Finché avrò vita, ne avrà anche lei. Questo è l’unico motivo che mi ha spinto ad accettare di non morire. Non subito, almeno.

Avverto delle presenze. Sono in tre e stanno cercando di sorprenderci alle spalle. Hanno paura di noi? Chissà, forse vorrebbero averci vivi. Forse vorrebbero che solo Tally rimanesse viva. Sì, proprio così.
“Aspettami qui.”

5.
La giornata è al termine. Sono stanco, il mio corpo è stanco, ma oramai la zona è quasi pulita.
Io sopravvissi all’esplosione.
Mi risvegliai dal coma diverse settimane dopo e mi accorsi di non essere più lo stesso. Avevo acquisito una particolare sensibilità, una dote nuova, al tempo stesso esaltante e spaventosa: scoprii di poter espandere le mie percezioni oltre ogni limite immaginabile. Sentire, vedere, toccare, come nessun altro può.
Fu difficile, all’inizio. Ogni mia esplosione di rabbia era fatale: uccisi due medici e un infermiere senza capire bene come. Colpevoli, i primi, di tormentarmi con continue analisi e prelievi, e, l’ultimo, di aver affermato che Tally sicuramente era deceduta e nessuno ne avrebbe ricercato il corpo. Ma io captai il suo pensiero: nessuno avrebbe sciupato né tempo né risorse nell’assurda ricerca di una bambina orfana.
Dopo questi fatti, fui messo in una sorta di isolamento e affidato a una commissione di esperti, “i dottori”, li ho sempre chiamati. Non ero il solo caso e loro sapevano qual era il modo migliore di comportarsi con soggetti come me.
Mi istruirono, mi insegnarono a gestire le mie nuove facoltà, a indirizzarle correttamente, a trattenerle e, quando necessario, a scatenarle. Divenni bravo, il migliore. Ma stavo morendo.
La radioattività che mi aveva contaminato mi aveva consegnato dei poteri incredibili e un biglietto senza ritorno per l’aldilà. Avevo sedici anni ormai, li ho ancora, e un organismo in progressivo disfacimento.
Fu allora che mi proposero di lavorare per loro.
Mi rimanevano alcune settimane da vivere. Sarei stato ibernato e riportato in fase attiva non più di una volta l’anno, per un solo giorno; per risolvere situazioni critiche, dissero. Per svolgere ogni sorta di lavoro sporco, dico io.
Eppure accettai. Non per me, per me non vi è differenza: nonostante siano passati quarantasette anni, il mio corpo è invecchiato di quarantasette giorni e così pure la mia memoria ha esperienza di quei soli giorni, come fossero stati vissuti in fila. Ma avevo già scoperto il fenomeno della sua apparizione dalle acque e, nonostante le conclusioni dei dottori, mi piace pensare che Tally stia vivendo ogni dì nuotando libera in acque profonde e scure, lontano da ogni male terreno. In questo modo, dunque, ho potuto donarle nuova vita.

6.
Mi usano come killer, insieme con altri simili a me, non so esattamente quanti siamo. Sanno che non posso avere paura né pietà e quanto per me sia facile uccidere, le estensioni della mia mente riescono a penetrare qualunque essere vivente e ad aggredirne le funzioni vitali. Posso bloccare il respiro, far scoppiare il cuore, interrompere i circuiti del sistema nervoso.
Nella maggior parte delle mie missioni sono stato impiegato per ripulire zone calde. Mentre le milizie circoscrivono il territorio, io ne esploro l’interno per fermare eventuali “fuoriuscite” prima che sia completato il blocco. Uccidendo chiunque. Non ne ho mai chiesto conferma ai dottori, non m’interessa veramente, però credo che, più che fermare i crimini, il loro vero interesse sia di evitare quanto più possibile che individui contaminati, che potenzialmente possono sviluppare facoltà quali le mie, sfuggano al loro controllo.

L’uomo ai miei piedi striscia agonizzante, non capisce e non capirà mai ciò che gli è successo. Tenta di sollevare il volto per guardarmi, io gli tolgo la maschera.
“Mi dispiace. Pensavi di aver trovato due ragazzini smarriti e confusi. No, niente di più sbagliato.”
Un senso di profonda amarezza mi pervade; smarriti e confusi lo siamo stati, molto tempo addietro.
“Hai di fronte il tuo assassino, il migliore degli assassini, e un fantasma che gli tiene compagnia. Buffo, vero?”
Ma è proprio questo che siamo, penso, nient’altro che questo. E non c’è più nessuna possibilità di cambiare.
L’uomo stramazza al suolo. Lo ispeziono, come tutti gli altri. Ehi, accidenti che fortuna! In una tasca interna trovo una scatolina con due sigarette dentro, chissà dove le avrà trovate? Poco importa. Ricordo che fu durante la mia seconda missione che imparai a fumare. Me lo insegnò uno sciacallo, un uomo simpatico, prima che lo eliminassi.
Raggiungiamo di nuovo la spiaggia, è qui che verranno a prendermi.
Si è alzata una leggera brezza, fa fresco adesso. Come ogni sera, tra me e Tally è sceso un velo di tristezza che rende difficile parlare. Ci osserviamo muti, nell’attesa di qualcosa che non avverrà.
È così strano, domani io la rivedrò. Lei mi aspetterà per un anno.
La spossatezza si fa sentire, più forte. “Sta per finire, sai?”
“Sì, lo so. Ti vedo e so quanto stai soffrendo.”
Le sorrido, ma il mio è solo un pessimo tentativo. “Vai, ora. Buonanotte.”
Tally s’incammina verso il suo letto d’onde e di alghe e pesci e correnti dove riposerà sino al prossimo risveglio. Sparisce.
Il sole sta tramontando, rimango solo, con la mia eternità fatta di poche ore e una sigaretta. La fumo con calma, aspirando lentamente, godendo di ogni boccata. Questo momento, in fondo, me lo merito.
Oggi è l’ultimo giorno buono dell’anno.




Emiliano Angelini vive a Pescara, dove è nato nel 1971.
Bancario, è appassionato di cinema, filatelia, musica, e ovviamente ama molto leggere.
Con i suoi racconti ha partecipato a svariati concorsi letterari, giungendo spesso in finale.
Ha vinto due volte il Trofeo RiLL: nel 2001 con “Bogey” (anno in cui giunse anche terzo, con
L'immagine riflessa”) e nel 2002 con “L’ultimo giorno buono dell’anno”. Il suo “Morte prematura”, finalista al IX Trofeo RiLL, è stato il racconto preferito dai naviganti del sito di RiLL dell’estate 2003.
È stato inoltre fra gli autori vincitori di SFIDA, altro concorso bandito da RiLL, nel 2006 (con “Liberaci dal Male”), nel 2008 (con “Memorie dalla sabbia”) e nel 2011 (con “Le cose che perdemmo nel fuoco”), tutti usciti nelle rispettive antologie “Mondi Incantati”.
Nel 2011 RiLL ha curato la sua prima antologia personale, Memorie dal Futuro (ed. Wild Boar), che contiene sia racconti premiati al Trofeo RiLL e SFIDA sia testi inediti.


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