Come scrivere un racconto

Non un decalogo, non una silloge di consigli, solo quello che per me è importante quando scrivo un racconto
di Massimiliano Malerba

[pubblicato su su RiLL.it nell'aprile 2017]

Massimiliano Malerba, pluripremiato autore del Trofeo RiLL (e a cui RiLL ha dedicato l'antologia personale L'ostinato silenzio delle stelle) ci parla degli elementi per lui centrali nello scrivere un racconto.


Chiariamo una cosa. Il racconto è un’arte Suprema.
Uso questo aggettivo non a sproposito: supremo è qualcosa che è compiuto in sè, auto-sostenentesi, realizzato eppure aperto; contenente universi e proprietà, qualità e materia, confine e travalicamento di esso.
Scrivere un racconto è difficile, difficilissimo. Lo è quanto scrivere un romanzo: sono estremi fatti della stessa sostanza, eppure di diversa natura primigenia.

Perchè scrivere un racconto è difficile?
Innanzitutto perchè un racconto è breve. Non necessariamente lo è, ma generalmente lo è. Senza abbandonarsi a sterili tassonomie, un racconto viaggia al massimo intorno a qualche decina di cartelle dattiloscritte. Spesso è molto più breve e spesso questa sua brevità è imposta dai vincoli maligni che i concorsi letterari o le necessità redazionali prescrivono.
Come si fa, allora, a creare personaggi, dargli struttura, farli crescere, renderli credibili, lasciare che il lettore si emozioni e si affezioni a essi, farli scontrare (perchè, ve l’avranno detto, senza uno scontro non c’è pathos e senza pathos non c’è narrazione efficace), farli ritrovare, farli amare e poi magari farli morire, in ventimila battute spazi compresi?
Ecco. Ci vuole tanto amore e tanta tanta pratica.
Scrivere un racconto è difficile perchè occorre creare un Canone di voci che si esprimono in perfetta armonia. Tra poco vi dirò quali sono queste voci.

In un racconto non si può sbagliare nulla. In un romanzo c’è spazio per sbagliare. Se lo scrittore sonnecchia ogni tanto (anche Omero sonnecchiava, diceva un critico), ci si annoia per qualche pagina e poi lo si perdonerà. Nel racconto questo non è possibile, non ce lo possiamo permettere. La narrazione deve essere serrata (che non vuol dire per forza veloce). Deve essere essenziale, nel senso profondo del termine. Occorre eliminare tutto, ma proprio tutto quello che non serve, cercando di non potare quello che invece serve.
Come fare per distinguere? Occorre tanta pratica, l’ho detto. Innanzitutto come lettori e poi come scrittori.
Non esiste al mondo nessun ottimo scrittore che non sia anche un ottimo lettore. Accanitissimo lettore. Deve esserlo, non ci sono storie.
Ma mi sto accavallando, preso dalla foga della scrittura: proprio ciò che si deve fare, e proprio quello che non va fatto. Siete confusi? Bene. Cominciamo!

Innanzitutto voglio chiarire una cosa.
Un’altra. Questo non è un decalogo e non è una silloge di consigli di scrittura, perchè io non sono un maestro e tantomeno uno scrittore. Affermato, quantomeno.
Qui io riverso le mie idee su quello che è il mio personalissimo concetto di scrittura di un racconto.
E pertanto dirò quello che per me è importante.

La prima cosa. Scrivere in ottimo italiano.
Purtroppo non è scontato. Questo mi renderà antipatico ma è sempre meglio che ipocrita, diceva Battisti. L’italiano è un pre-requisito. È un dato, è un pilastro di cemento armato, è l’ossatura. Come si migliora l’italiano? Leggendo.

La seconda cosa. La punteggiatura.

La punteggiatura è un’arte sopraffina: è la vostra migliore alleata nello scrivere un racconto. La punteggiatura crea il ritmo. Il ritmo crea la modulante armonica del vostro Canone. La punteggiatura distingue uno scrittore efficace da uno mediocre.
Usate tanti punti. Usate tante virgole, ma al posto giusto.
Ricordatevi dei punti-e-virgola. Quando siete in difficoltà e la frase non vi suona bene, provate a inserire un punto-e-virgola. Vedrete che ve ne gioverete.
Usate con parsimonia i punti esclamativi. In un racconto devono essere dosati col contagocce. Un punto escalamativo è un rafforzativo, va usato per creare esplosioni. Usate pochi, pochissimi puntini di sospensione. I puntini di sospensione servono a creare una magia. Sono come gli incantesimi di Gandalf: cosa succederebbe se Gandalf lanciasse incantesimi ogni due righe? Diventerebbero pedanti, inefficaci, ridicoli: esattamente quello che succede ai vostri puntini. Non ci sono regole fisse, ma in un racconto si dovrebbero impiegare con estrema parsimonia.
Altra cosa da dosare assolutamente (semmai ancor di più) è l’uso delle parentesi. Soprattutto nella narrativa. Nei saggi e negli articoli, invece, sono ammesse (come vedete...).

La terza cosa. Il ritmo.
Gli scrittori bravi creano il ritmo. Un racconto vive grazie al ritmo. I personaggi sono resi credibili dal ritmo. Le pause sono forgiate dal ritmo.
Il ritmo del racconto deve andare in fase con quello del cuore di chi legge. Anzi, il ritmo del racconto deve comandare il cuore di chi legge, ne deve determinare il moto con la precisione l’intento e la passione di Riccardo Muti.
Le azioni vanno circostanziate, i dialoghi calibrati, le descrizioni (ambientali, o dei personaggi) incastonate come gioielli.
Le frasi vanno pesate. Bilanciate, con rapporti stechiometrici, musicali. L’uso degli aggettivi è fondamentale in questa pesatura. La frase ha un suo rapporto aureo, un’armonia tra le parti, si impernia su uno o più fulcri, e vibra intorno a essi, come una corda.

La quarta cosa. L’idea.
L’idea è la portante armonica del vostro Canone. L’idea è davvero fondamentale.
Un romanzo si fonda su diverse idee, alcune delle quali possono essere deboli o secondarie. Un racconto si basa su una singola idea, che deve essere forte, fortissima. Personalmente, io mi annoto qualsiasi idea di racconto mi venga in mente (se è buona, ovviamente).
Le idee mi vengono in momenti assurdi, mentre sto ballando il tango oppure mentre faccio snorkeling e guardo il fondale sabbioso: appena posso prendo il cellulare e modifico la nota che tengo sempre aggiornata: “Idee racconto”.
Non bisogna avere paura di affrontare un tema già trattato, perchè quasi tutto è stato già trattato, purtroppo. Ma evitare il plagio diretto è cosa buona e giusta e anche doverosa.
La mimica di un autore celebre, che si ama, e si considera un maestro, è una buona pratica, secondo me. Insegna a scrivere e a pensare e forgia lo stile. Nessuno mai ha imparato a scrivere senza imitare. Ma non copiate! Si vede lontano un miglio, e c’è sempre qualcuno esperto che saprà in quale sperduto racconto di una dimenticata antologia siete andati ad attingere malevolmente le vostre idee.

Come mai l’idea si trova solo in quarta posizione?
Innanzitutto perchè non è un ordine di importanza; non strettamente.
In secondo luogo, ma forse in primo, perchè scrittori bravi riescono a scrivere bene su tutto, anche su idee deboli. Lo possono fare perchè hanno struttura, ritmo e stile. Ma fate finta che non ve l’ho detto.

La quinta cosa. Eliminare il non essenziale.
Entrare dritto nelle cose, in medias res. A mio modesto avviso non c’è cosa peggiore di un racconto che inizia con l’inutile. Si vede subito se l’autore ha idee e fame di esprimerle, oppure cincischia.
Se avete un’idea forte, e impulso vero a riversarla in vibrante narrazione, se i personaggi sono diventati così vivi e concreti da urlarvi alle orecchie perchè muoiono dalla voglia di essere creati (lo dice Camilleri), allora perchè perdere tempo? Iniziate a scrivere l’essenziale dal primo carattere della prima riga. Avrete sempre tempo di aggiugere un po’ di struttura dopo.
E poi lo sapete bene: l’incipit è vitale.
Vi avranno detto che un buon incipit spinge il lettore ad addentrarsi nella lettura? Avrete sentito ripetere ad nauseam che un incipit di valore è un’assicurazione sulla riuscita del racconto?
Beh, è vero. L’incipit di valore ha: sostanza, ritmo, essenzialità, sincerità.

La sesta cosa. La sincerità, appunto.
Detto così sembra banale e invece è tutto. Il lettore lo percepisce. Voi non scrivete per tenere il manoscritto in un cassetto, ma per farlo viaggiare sugli occhi di migliaia di lettori (almeno questo è l’intento, deve esserlo!). Un lettore anche mediocre capirà immediatamente se siete insinceri e smetterà di leggere subito. Oppure finirà di leggere ma bollerà il racconto con impietosi epiteti. Non so quale eventualità sia la peggiore.
Sincerità vuol dire perseguire un’idea, darle struttura, dotarla di ritmo, credere profondamente che i propri personaggi esistano, farli parlare come se fossero vivi e presenti davanti a noi, costruire dialoghi ad arte, cesellando le parole, dando verità e stile alla voce che parla.
Occorre sputare sangue su ogni singola parola.
I lettori sono sacri: leggeranno quello che voi avete scritto e vanno rispettati. Rispetto significa che ogni termine è importante e ogni frase va ponderata.
Lo scrittore è un artigiano e non un manovale da catena di produzione automobilistica. Siate i primi lettori di voi stessi e anche i primi critici: condannatevi e poi assolvetevi, ma non senza aver scontato un po’ di pena.

La settima cosa: i personaggi e l’ambientazione.
I personaggi devono essere vivi. Vanno introdotti al momento opportuno. Il protagonista può entrare in scena e forse deve entrare in scena subito. Un Maestro, Dino Buzzati, iniziava spesso i suoi magistrali racconti introducendo il protagonista e seguendo un preciso pattern: Chi, Dove, Quando, Come, Perchè.
Buzzati non aveva paura di iniziare così il racconto. Non aveva timore di perdere il mordente sul lettore o giocarsi l’idea o sminuire la sorpresa.
I personaggi devono scontrarsi, o almeno seguire correnti contrarie. Almeno in parte. Io spesso ho personaggi che mi tormentano per mesi, finchè non li scrivo dentro un racconto. A volte i miei personaggi nascono da combinazioni bizzarre, suoni, frasi capite male, cognomi inventati dai miei più reconditi (e inconfessabili) giri intellettuali. Si entra nel regno della follia di Pirandello.

Però lo ripeto, non si devono far parlare i personaggi per forza. Se si creano dialoghi bolsi e inefficaci il lettore se ne accorge (perchè si annoia a morte) e il racconto è fritto.
Ovviamente la creazione del dialogo, che è l’ossatura del racconto e anche la disciplina più ardua, deve fondarsi sulla narrazione e i suoi crismi. Se annotassimo i nostri dialoghi di tutti i giorni su un foglio (provateci) e li rileggessimo, scopriremmo quanto sono assurdamente inutilizzabili e ridicoli.
Il dialogo va costruito, deve essere credibile, sincero, ma non banale. Non può essere la realtà, ma deve costituirne una mappatura artistizzata, per così dire. I personaggi sono i nostri alter ego.
É consigliabile scrivere le schede personaggio, anche se io non lo faccio mai. Ma lo consiglio.

L’ambientazione. Può essere reale o irreale, concreta o fantastica.
Per quanto riguarda me, ambiento quasi sempre (tranne quando le esigenze della trama lo impongono) le storie in posti italiani. Oppure, indefiniti. I nomi dei miei personaggi sono quasi sempre italiani, o di fantasia. Non amo gli inglesisimi, nè applicati ai nomi, nè applicati al linguaggio. Secondo me, non c’è racconto che non possa essere piacevolmente ambientato in Italia. La letteratura di genere, che io prediligo, ha pagato già troppi tributi alle deviazioni esterofile.
A Lucca non solo gli alieni sbarcherebbero, ma sono già sbarcati.
A Roma il marziano di Flaiano c’è stato.
Il postatomico nella capitale? Fatto.

Ah. Già che ci sono: non vergognatevi mai, mai, mai, di scrivere e leggere letteratura di genere. E’ ora di emancipazione, anzi, di sovversione! E ricusate quegli sguardi da panda, con occhi sbarrati e bocca ad “O”, di chi vi risponde dicendo: “Ma scrivi storie tipo... Asimov?”
Magari. Sarei ricco, ricchissimo.

L’ottava cosa. Il labor limae.
Se volete, scrivete di getto. Io scrivo di getto. A volte termino un racconto in poche ore. Ma poi bisogna rivedere. Limare. Sostituire. Cancellare e riscrivere. Averne il coraggio.
La revisione del racconto è il segreto del suo successo. E qual è il segreto del successo della revisione? Trovare un buon editor. Che sia un parente, o un amico, o un collega, l’editor è il terzo occhio che vedrà tutto quello che lo scrittore non riesce a vedere.
Un buon racconto può essere anche tagliato di oltre la metà della lunghezza iniziale. Se tuttavia occorre riscriverlo per una percentuale maggiore, allora probabilmente è da buttare e da rifare.
Il Labor limae è quanto di meglio potrete regalare al vostro racconto. Vedere i propri errori è difficile. Fossilizzarsi sul proprio scritto, rifiutandosi di vedere i propri errori, è facile. Trovate un editor!

La nona cosa. La struttura.
La struttura è fatta di ordito, la trama. Questa segue l’idea e la rende concreta, la coagula in una forma fruibile.
L’ordito è importante, ma non deve essere castrante: in fondo non deve tornare tutto, ci possono essere aree grigie, lo scrittore non deve (e non può) essere un chirurgo machiavellico. Deve essere semmai un architetto, che disegna, esegue, cambia in corso d’opera e adatta, smussando e seguendo un piano maestro. A volte il piano maestro esce fuori e si manifesta solo a opera iniziata e non c’è niente di male.
Io di solito cerco di partire con un piano già fatto: idea, personaggi, struttura, cronoprogramma. Poi passo alle scene. Le scene suddividono il racconto in componenti atomici, da manipolare meglio. I componenti sono singole scene bene identificate: personaggi, posizione spaziale, posizione temporale, tono, ritmo, dialoghi, sottotrama. Come a teatro.

Usate gli espedienti letterari, ma senza contare troppo su di essi.
Lo scrittore è un demiurgo e può fare quello che vuole. Ma non può strafare. Tutto deve avere un contesto e una misura.
Un trucco che uso spesso è quello di introdurre una distanza, un distacco. La distanza, sia nel tempo che nello spazio, si tramuta in elegia. Lo diceva Leopardi, se non erro, ed è giustissimo. Usate gli stacchi. Il fade-out tra le ambientazioni, la suddivisione spaziale e temporale delle scene. Pensate al racconto come un film.
Un altro espediente, purtroppo abusato, è la “sorpresa” finale. Molti celebri racconti e autori ne hanno fatto una filosofia, ma può tramutarsi in una vera piaga. Sono dell’idea che il racconto debba auto-sorreggersi. La linea narrativa dovrebbe bastare a catturare abbastanza attenzione nel lettore da spingerlo a proseguire senza lo spauracchio della ricompensa finale. Il racconto deve costituire ricompensa già dalle prime righe. Non c’è, a mio avviso, niente di più fastidioso che leggere dieci pagine in cui “qualcosa sta per accadere”, senza magari capirci nulla e annoiandosi a morte, per scoprire poi i veri intenti dell’autore solo all’ultima pagina. Può funzionare, non dico di no: io stesso ho usato questa tecnica. Ma cerco di evitare, personalmente. Le sorprese lasciamole ai racconti brevissimi.
Il finale può, e deve, contenere elementi di scoperta e di agnizione. Ma basare l’efficacia di un intero racconto sulla sorpresa delle ultime righe è azzardato e, oserei anche dire, indice di poca maestria nell’intrattenere il lettore.

La decima cosa.
Alla fine questo articolo è diventato, mio malgrado, un catalogo. Accidenti. Mi sono smentito. Va bene.
La decima cosa? Amare visceralmente la scrittura.
E divertirsi scrivendo. Provare piacere, scrivendo.

Cosa manca, quando si ha tutto quello che ho già menzionato? Manca la fame. La rabbia. Quella positiva, quella creativa. La pulsione irrefrenabile a creare qualcosa che prima non c’era.
Occorre buttarsi in strada e macinare chilometri, unità astronomiche, anni luce, di parole. Non c’è niente di più vicino al vero potere cosmogonico dell’arte della scrittura: un personaggio può vivere o morire, può realizzarsi o fallire, amare o odiare, in seguito a un cenno delle vostre mani. C’è qualcosa di più vicino, dico, a essere un piccolo dio?

E l'undicesima e ultima cosa. Creare il proprio stile.
Considerate questo. Dei segni contorti, neri, su sfondo bianco, creati da voi, si snodano come antichi mandala davanti agli occhi di chi legge. Che può sorridere, o essere disgustato, o emozionarsi, o mandarvi al diavolo, o apprezzarvi.
E’ azione a distanza, senza scomodare la Meccanica quantistica; agisce alla velocità della luce, senza scomodare la Relatività; è legame, senza scomodare la gravità; è comunione, senza scomodare la religione.
Vi pare poco?



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