Mettete da parte la paura: dietro ogni buona storia c’è un sacco di lavoro

Consigli e suggerimenti su come scrivere un racconto, da un pluri-premiato autore RiLLico (nonchè architetto di professione)
di Davide Camparsi
[pubblicato su RiLL.it nel marzo 2021]

Davide Camparsi, pluri-premiato autore del Trofeo RiLL (e a cui RiLL ha dedicato l’antologia personale Tra cielo e terra) ci parla degli elementi per lui centrali nello scrivere un racconto.
Sullo stesso tema, potete leggere anche gli interventi di altri cinque autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale: Antonella Mecenero, Laura Silvestri, Luigi Rinaldi, Massimiliano Malerba e Andrea Viscusi.

 

C’è, a Roma, una piccola costruzione a pianta circolare situata sul colle Gianicolo, nella piazza di San Pietro in Montorio, precisamente al civico 2.
Si tratta, per l’appunto, del Tempietto di San Pietro in Montorio, a opera di Donato Bramante, architetto, pittore e genio rinascimentale. L’edificio si trova al centro di uno dei cortili dell’omonimo convento, nel punto esatto dove, secondo la tradizione, l’apostolo venne crocefisso capovolto durante il proprio martirio.

Benché di dimensioni modeste, questa costruzione è considerata come uno degli esempi più significativi dell’architettura rinascimentale, di cui approfondisce il tema della pianta centrale, si fa interprete della composizione romana antica ed esalta la ricerca geometrica di quel perfetto rapporto tra le parti che ossessionerà in maniera sublime questo intenso e travolgente periodo artistico.
Il Tempietto, minuscolo e fuori mano rispetto agli itinerari turistici più frequentati che offre la Città Eterna, può essere considerato, non a torto, un indiscusso capolavoro della storia dell’architettura.
Il genio che vi è stato infuso dal Bramante abbaglia.
Tuttavia, quando frequentavo il corso di Storia dell’Architettura alla facoltà di Venezia, tenuto dal professor Manfredo Tafuri, più o meno un milione di anni fa, ricordo che proprio da questa luce abbacinante lo storico metteva in guardia i suoi studenti.



Il genio, o il talento, inteso come la propensione innata verso una determinata capacità o attività, viene spesso identificato – a torto – con la possibilità di raggiungere un risultato straordinario con uno sforzo risibile. Bramante ne era dotato senza dubbio, ma, rimanendo affascinati dalle proporzioni e dalla grazia del Tempietto, si corre il rischio di dimenticare come quest’opera, così minuta e pur così fondamentale per la storia dell’architettura, sia il frutto di estenuanti indagini sui frammenti dell’antichità che, in quegli anni di febbrile ricerca, venivano strappati dal terreno e dalla rovina sotto i quali erano rimasti sepolti nel corso dei secoli trascorsi dalla caduta dell’Impero Romano.
Il pericolo e il peccato in cui si può cadere sono quelli di sottovalutare la dedizione necessaria a porre in relazione ogni proporzione di un’architettura rinascimentale, ad esempio, al semplice diametro della colonna che la costituisce.
Nel Tempietto, il diametro della circonferenza esterna delle colonne è pari a 3/2 del diametro della cupola; la cupola dell'edificio ha un raggio pari alla sua altezza e all’altezza del tamburo su cui si appoggia; l’altezza – compresi architrave, fregio e cornice – è uguale alla distanza da questa alla sommità della cupola… e via di questo passo, in un rapporto armonico e precisissimo che lega in modo indissolubile l’unità al tutto.
Da una semplice misura tutto il resto si dispiega, come un fiore che sbocci dalla pietra.

E questi calcoli, non dimentichiamolo, venivano fatti e rifatti a mano, spesso alla luce tremolante di candele e lumi. Tradotti in schizzi, bozze, disegni e innumerevoli varianti di progetto, la maggior parte abortite o riprese allo sfinimento, fino a scovare quella via sfuggente per l’equilibrio che si fa perfezione. Il tutto, magari, al termine di una spossante giornata di lavoro, quando il cantiere cessava la propria brulicante attività al sopraggiungere del tramonto, il via vai di operai, fornitori e carpentieri finalmente sopiva e permetteva di sfruttare quel breve momento di pace per verificare di nuovo il corso dell’opera prima che la stanchezza prendesse il sopravvento.

Il genio affascina, forse, perché rappresenta quel guizzo intangibile che esprime la parte più alta della natura umana. Ma se oggi possiamo ammirare un’opera come il Tempietto di San Pietro in Montorio, lo dobbiamo soprattutto all’immensa mole di dedizione e lavoro che sono andati dimenticati o sottovalutati una volta che l’opera è stata compiuta, divorati dalla luce abbacinante del talento di Bramante.

Fatta questa lunga premessa, vi confesso che, per quel che mi riguarda, non saprei dire molto di come si scrive un racconto.
O meglio, non saprei dire nulla di più o di meglio di quel che è possibile trovare in qualunque buon manuale di scrittura tra i tanti che sono in commercio e che di sicuro non vi porteranno via più di qualche ora di lettura. O in un corso di scrittura ben fatto, se è per questo.

Non esistono segreti o trucchi per raggiungere il risultato attraverso miracolose scorciatoie. Quantomeno, io non li ho ancora scoperti, purtroppo.
Quello di cui sono convinto, però, è che, come in qualsiasi settore dove si voglia raggiungere un risultato degno di nota, anche per la scrittura siano necessari un’enorme mole di lavoro, passione e dedizione.
Il talento viene dopo, in rari e fortunati casi, per i pochi che ne sono dotati, e distingue il buono da ciò che viene ricordato, forse. Ma il buono mi sembra già un risultato apprezzabile, e niente affatto scontato.

Quel che so è che, se volete scrivere, per prima cosa dovrete aver letto molto.
E dovrete continuare a leggere molto. Leggere sempre, leggere di tutto. Leggere senza curarvi di etichette e generi, se parlare di genere ha davvero un senso o qualche importanza, e non sono così sicuro di nessuna delle due cose.
I personaggi di una storia non vivono in un mondo fantascientifico, spaventoso o fantastico: quello è semplicemente il loro mondo, e per loro è normale che sia così. Il genere è solo un punto di vista del lettore. Le buone storie parlano di noi, della natura umana, io credo, quindi non curatevi troppo di etichette o generi.
Una storia è una storia. E una buona storia rimane una buona storia – magari dannatamente buona – qualunque cosa racconti e in qualunque modo lo faccia.
Leggete, quindi.
Anche se non scriverete mai nulla, dubito ve ne pentirete.

Ma, nel momento in cui volete provare a scrivere, cominciate a leggere con la stessa voracità e curiosità con cui gli umanisti del Rinascimento scavarono e studiarono le antiche rovine erette da chi li aveva preceduti, per recuperarne le parole, la grammatica e il linguaggio. Anche loro avevano una storia da raccontare, una grande storia, e desideravano ardentemente impossessarsi delle tecniche e delle regole migliori per farlo.
La scelta di una parola, la costruzione di una frase, l’equilibrio di un intero paragrafo, lo stile con cui è possibile narrare una storia, rispondono alle medesime necessità.
Gli autori migliori, passati o presenti, e le storie che hanno scritto, sono resti di civiltà che chiunque può esplorare. Basta aprire un libro, sfogliare le prime pagine e iniziare a leggere.
Ogni storia ha una voce e ogni autore in gamba ha uno stile che lo contraddistingue.

Copiate, rubate, senza pudore. Se avete iniziato a scrivere da poco, è facile e comprensibile che non possediate tutti gli strumenti e la conoscenza adatta a tenere in vita la vostra storia. Non fatevi scrupolo a utilizzare tutto ciò che vi sembra necessario allo scopo. L’esercizio e l’esperienza confonderanno con il tempo quelle voci maestre e faranno emergere la vostra, se ne avete una.
Brunelleschi vinse il concorso per la realizzazione della Cupola di Santa Maria del Fiore studiando e recuperando e riproponendo le tecniche di costruzione degli antichi, a quel tempo dimenticate. Bramante e gli architetti del Rinascimento dovettero riappropriarsi delle conoscenze di Vitruvio attraverso i resti romani che la rovina dei secoli aveva risparmiato dall’incuria. Senza quelle basi, non ci sarebbe stata un’epoca poi chiamata Rinascimento. Tuttavia, le loro opere non sono mere copie o sterili riproposizioni.
È necessario conoscere le regole per utilizzarle e, se si è abbastanza in gamba, usarle per affinare il proprio stile o superarle.
Leggere gli autori che vi hanno preceduto vi darà le medesime possibilità.
Se non troverete la voce giusta per la storia che intendete raccontare, o non svilupperete uno stile originale, non sarà perché state imitando qualcuno, ma perché non avete ancora letto abbastanza. La vostra scrittura correrà il rischio di essere goffa, ingenua, troppo gracile per dar vita alla storia che avevate in mente.
Dunque, leggete.

E, a proposito di gracilità, tenete conto anche di questo: quando inizierete a scrivere, metteteci tutto l’entusiasmo che avete, perché scrivere è faticoso.
Ecco un vero segreto: nessuno metterà in fila le parole che vi servono, una dopo l’altra, fino alla conclusione della vostra storia. Nessuno farà per voi le ricerche necessarie al contesto. Nessuno vi farà coraggio quando, più o meno a metà del lavoro – come accade sempre al sottoscritto – comincerete a pensare che quel che state scrivendo non è altro che fuffa priva di qualsiasi valore o dignità. E magari è proprio così… Può succedere.
Nessuno, in sostanza, ci dovrà credere più di voi, per arrivare alla conclusione dell’opera. Al di là di qualsiasi successivo giudizio critico, revisione o editing.
Quindi, se davvero intendete cimentarvi nell’impresa, ritenetevi avvisati.

Ora, se intraprenderete comunque questa decisione, immagino che sia perché avete un’idea tra le mani. Non ancora una storia, forse, ma un’idea sì.
Mingherlina, fragilissima e rovente, semisepolta tra viscere umide e vischiose, che tuttavia strepita a squarciagola per uscirsene fuori dalla vostra testa, vedere la luce e fuggirsene via, verso un lettore ignaro che nemmeno conoscete.
Nel mio caso, spesso, quando l’idea è quella giusta per un racconto, la sensazione è proprio questa, e cioè di ritrovarmi tra le mani qualcosa di potenzialmente bellissimo, potente, ma allo stesso tempo delicato come una bolla di sapone o un ninnolo di vetro sottilissimo. Cui basta un niente per andare in frantumi.
Un romanzo, una storia lunga, invece, mi appare più come il disseppellire le ossa di un gigantesco dinosauro, o un’astronave aliena incagliata nelle profondità della roccia, la cui fatica appare abbastanza soverchiante da farmi dubitare che valga addirittura la pena iniziare l’impresa.
La paura di rovinare tutto credo sia legittima e naturale in entrambi i casi.

Le parole saranno in grado di descrivere l’emozione che trasmette l’idea grezza? I personaggi che popoleranno il racconto risulteranno credibili o null’altro che fastidiose macchiette stereotipate? La storia avrà la struttura giusta per esaltare quell’intuizione precaria che magari vi è scaturita nella mente appena svegli, sotto la doccia, al mattino – come accade spesso nel mio caso – o appassirà sotto il peso o la fragilità della propria incerta impalcatura? E la voce che dovrà raccontare la storia, sarà quella giusta?
Per quel che possono valere le mie convinzioni, sono persuaso che qualsiasi azione significativa sia riconducibile a un sentimento di paura o a un atto d’amore.
Quel che posso dire è: mettete da parte la paura, lasciatevi guidare dal resto. Entusiasmo, dedizione, passione.
Scegliete una direzione verso la quale incamminarvi, tenete la rotta con polso fermo e andate.



In un racconto breve la spontaneità spesso è in grado di fornire il giusto abbrivio per arrivare al termine del racconto ancora con il giusto vento in poppa, abbastanza carne sui fianchi e un finale capace di lasciare il segno. E quell’idea che vi aveva colto alla sprovvista o su cui avete rimuginato per diverso tempo, ancora viva e bruciante.
Tuttavia, non siate indulgenti con voi stessi. Non fatevi questo torto. Non fatelo alla storia.
Quando la storia che intendete scrivere è breve – un racconto, appunto – potete permettervi pochi errori, quasi nessuno, se volete che conquisti davvero il lettore. Un romanzo o una novella lunga possono concedersi qualche debolezza e colpire comunque nel segno. Un racconto, no. Un racconto deve possedere un amo abbastanza acuminato da conficcarsi nella carne del lettore che abbocca, e non mollare la presa fino al termine di quel che narra.
Un racconto deve essere spietato.
Possedere un incipit che pianti quell’amo in profondità, tra la carne viva, e vi rimanga impigliato, un’idea che stia in piedi sino alla fine, e una storia che lasci qualcosa nella testa o nel cuore anche dopo la parola “FINE”.
Il tutto in una manciata contenuta di parole.

Chi ha la fortuna di ammirare il Tempietto di San Pietro in Montorio, anche a digiuno di rudimenti di storia dell’architettura, non può restare indifferente alla grazia istintiva che emana, al perfetto equilibrio delle proporzioni, al rapporto armonioso fra le parti che lo compongono. Anzi, è proprio la modestia delle sue dimensioni a esaltare queste qualità.
L’altro San Pietro, quello in piazza del Vaticano, cui per inciso anche Bramante collaborò alla realizzazione, soverchia l’ammiratore con le sue dimensioni, ma le sue eventuali debolezze sono mascherate dalla maestosità dell’opera. Lo stesso Baldacchino del Bernini, situato sopra la cripta della basilica, non è un’architettura minore all’interno della costruzione, ma un oggetto gigantesco che troneggia sotto la cupola, pensato per catturare l’attenzione dei fedeli verso il punto cruciale della chiesa, fulcro della celebrazione religiosa.
Un racconto funziona in modo diverso: è una cosa da tenere a mente. Non una differenza di valore, ma di approcci, necessità e soluzioni.

Proprio per lo spazio ridotto in cui vive, meno ancora del romanzo, un racconto non può permettersi parole inutili, né inciampi nel ritmo. La sua struttura deve essere solida, concreta, ossessivamente calibrata per lo scopo. Come lo scafo di una nave norrena.
Tagliate tutto ciò che non è necessario, senza pietà né recriminazioni. Limate ogni asperità. Se necessario, valutate che il suono di una parola non comprometta il ritmo di una frase. Soppesate l’equilibrio, del tutto privi di alcuna condiscendenza.
A volte può risultare più difficile di quel che sembri.
Per chi scrive, o almeno nel mio caso, il suono delle parole ha una sua bellezza intrinseca. Una bellezza a cui, una volta scritto, è difficile rinunciare in fase di riscrittura o revisione.
Tuttavia, come scrive qualcuno di cui non sono degno di lustrare i tasti della macchina da scrivere: è la storia, non colui che la racconta.
Ci sono molti modi interessanti in cui è possibile interpretare questa frase, ma quello più evidente e – ahimè, doloroso – è che, durante la scrittura, non è ciò che piace all’autore che conta, ma ciò che è utile alla storia che si sta raccontando.

Ho sempre letto molto e con voracità, fin da ragazzino. Credo – soprattutto a quell’età – di aver passato molto più tempo tra le pagine dei libri che in compagnia di miei consimili. Oggi che ho superato la cinquantina, se rifletto su quel che mi hanno trasmesso le storie che ho letto (e che ancora leggo), i personaggi letterari che ho conosciuto e gli amici con cui ho trascorso la giovinezza, non distinguo differenze sostanziali. Nel ricordo della memoria, alcuni personaggi non sono meno importanti o “vivi” degli amici in carne e ossa. Ho solo vissuto con gli uni e gli altri avventure diverse. Ho provato emozioni che, nel bene o nel male, hanno formato quello che sono.

Una storia è buona quanto è viva, quanto appaiono reali i personaggi che la popolano, o l’emozione che trasmette.
Tutto ciò che rende meno solida questa verità, anche una parola in più, in meno o sbagliata, non fa un buon servizio né al racconto, né al suo futuro lettore.
Tenetelo a mente.
Abbiate passione, ma siate severi con voi stessi. Molto severi.
Dopotutto, è la storia, non colui che la racconta.

Una storia può essere utile in molti modi.
Può essere che decidiate di scriverla per semplice piacere personale. Per la persona che amate, o di cui siete innamorati. Per un figlio che prima di addormentarsi vuole viaggiare con voi in mondi lontani e fantastici. Oppure, può essere che decidiate di scriverla per farla partecipare a un concorso letterario, dove verrà giudicata e valutata.
Forse il giudizio supererà le vostre aspettative e vi sorprenderà (qui noi RiLLini ci sentiamo in dovere di ricordare che Davide Camparsi vinse il Trofeo RiLL nel 2013 con “Perché nulla vada perduto”, che è uno dei primi racconti ad avere scritto, NdR).
Forse invece ne rimarrete delusi.
Forse sarà una buona storia, ma non la migliore. Non disperate: alcune storie meritano di essere raccontate comunque.

Anche solo per un fatto di statistica, è del tutto probabile che non possediate il talento del Bramante o, in questo caso, di uno scrittore che rientri nella stessa categoria, ma non è questo il punto, come non lo è stato nella costruzione del Tempietto di San Pietro in Montorio. Il punto è che dietro ogni buona storia c’è un sacco di lavoro, e il lavoro richiede impegno e serietà e dedizione.
Se vi capita una buona idea, o la cercate e avete la fortuna di trovarla, e decidete di trasformarla in una storia, in un racconto, avete la responsabilità di dare dignità a quel che scrivete.
Perché quel che è scritto è scritto e, una volta letto da altri, non vi appartiene più del tutto. Soprattutto se avete scritto qualcosa di buono.
Se non lo è, la vostra storia si piegherà su se stessa, appassirà, marcirà e il vento se la porterà via con sé, come fa con tante altre cose. E toccherà ricominciare, se ne avete voglia. Se avrete fatto del vostro meglio, non avrete di che vergognarvi. Come in tutti i campi, imparare è un percorso costellato di asperità.
Ma se dopo tutto l’impegno profuso avete scritto davvero un buon racconto, c’è la possibilità che qualcosa ne resti. Che un’emozione si trasmetta e che in qualche modo produca un’increspatura nella vita di uno sconosciuto lettore.
E questo, forse, ha un valore.

(nella foto, da sinistra: Beniamino Sidoti e Andrea Angiolino premiano Davide Camparsi a Lucca Comics & Games 2015, per il racconto "Non di solo pane", vincitore del XXI Trofeo RiLL, e quindi incluso nell'antologia personale Tra cielo e terra; foto di Claudia Venturelli)

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