Un bigino per scrivere un buon racconto (senza perdere la salute mentale)

Consigli e suggerimenti su come scrivere un racconto, da una pluri-premiata autrice RiLLica (nonchè ingegnera provetta)
di Laura Silvestri
[pubblicato su RiLL.it nell'aprile 2021]

Laura Silvestri, pluri-premiata autrice del Trofeo RiLL (e a cui RiLL ha dedicato l’antologia personale La Luna e l'Eden) ci parla degli elementi per lei centrali nello scrivere un racconto.
Sullo stesso tema, potete leggere anche gli interventi di altri cinque autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale: Antonella Mecenero, Davide Camparsi, Luigi Rinaldi, Massimiliano Malerba e Andrea Viscusi.

Partiamo dall’assunto che io, questo articolo, non è che fossi proprio convintissima di scriverlo.
Lo scambio di mail che ha portato alla sua nascita è stato infatti più o meno il seguente:
Alberto (Panicucci): “Laura, me lo fai un articolo per RiLL.it su come si scrive un racconto?”
Io: “Albe’, ma sei sicuro? Guarda che gente molto più esperta di me ha già detto di tutto sull’argomento…”
Alberto: “Sì, ma te sei un ingegnere. Fai un articolo su come gli ingegneri scrivono i racconti.”

E così eccomi qua. A questo punto dovrei rimboccarmi le maniche e tirar fuori i suddetti consigli da ingegnere. Male, molto male.
In quest’ottica, il mio suggerimento numero uno sarebbe quello di andarvi a cercare dei veri manuali, belli corposi, scritti da autori affermati, e di consumarli a forza di sfogliarli, perché la prima cosa che fa un ingegnere è studiare le basi della sua materia. Lo sapevate che accettare consigli da un ingegnere non è quasi mai divertente, vero?
Comunque, visto che ormai ci siamo, lascerei perdere le pignolerie insite nel mio mestiere e proverei a darvi invece qualche dritta. Sì, “dritta” è il termine giusto: poiché non mi reputo nella posizione di salire in cattedra – dopotutto sono ancora un’esordiente con tanta, ma proprio tanta, strada da fare – ho deciso di raccontarvi qualche trucchetto che funziona per me, un po’ come se fossi una collega d’università che sta un anno avanti e ha ancora da parte i bigini per l’esame di Meccanica.
Vi passerò sottobanco il mio prontuario con le nozioni fondamentali per svoltare l’esame, possibilmente senza perdere nel frattempo la salute mentale (e lasciando stare anche il caffè dello studente, noto distruttore di stomaci universitari).

Allora, bando alle ciance. Se togliamo l’ovvio (e per ovvio intendo che: uno, dovete conoscere bene la lingua in cui scrivete, e due, dovete leggere tanto) direi che tutto si riduce a tre questioni.

La prima è farvi venire un’idea nuova.
“Eh, pare facile!” potrebbe obiettare qualcuno. Giusto. Va detto che, nel magico mondo della letteratura fantastica, la probabilità di convincersi di aver avuto l’idea stratosferica per poi scoprire dopo tre mesi che una roba simile l’aveva già scritta qualcun altro, è altissima. Per esempio, se prediligete la fantascienza, state pur certi che uno fra Asimov, Clarke e Dick lo ha già scritto. Cosa? Tutto. E lo avrà fatto meglio di voi.
Per cui che si fa? Si lascia perdere e ci si dà al curling? Non è il caso di essere drastici. La mia dritta su questo tema è quella di ricombinare. Avete due idee carine, che però, prese singolarmente, non vi convincono del tutto? È il momento di una bella “fusion”, in puro stile Dragon Ball.
Esempio: tempo fa mi girava per la testa un’idea per un racconto sword & sorcery con influenze lovecraftiane, in cui una coppia di avventurieri si trovava al centro delle mire riproduttive di una razza di umanoidi abominevoli. C’era qualcosa che mi intrigava nelle implicazioni psicologiche del soggetto, ma nel complesso non brillava per originalità, e l’idea rimaneva lì, incompiuta. A seguire ho iniziato a immaginare una storia ambientata sulla luna che, colonizzata, era divenuta un luogo sicuro per dei rifugiati politici. Questa seconda trama aveva più potenziale, ma mancava di “cuore”, di una componente emotiva forte a cui il lettore si potesse appassionare. Un bel giorno ho deciso di provare a shakerare i due concept insieme… ed è nato il nucleo centrale di Le lunghe ombre dell’Eden (cioè il racconto lungo che chiude l’antologia La Luna e l'Eden, che RiLL ha dedicato alle storie fantastiche di Laura Silvestri, e che ha anche ispirato l'illustrazione di copertina di Valeria De Caterini, NdR).

Tornando al discorso generale, dunque che si fa? Si mescolano le prime due idee che capitano e via? Non proprio. Per valutare se la combinazione sia ben riuscita o se invece sia venuta fuori una schifezza (cosa che potrebbe comunque accadere) potete fare una prova: chiedetevi di raccontare in una sola frase il cuore della vostra storia.
Ci riuscite? Suona interessante? Sapreste creare una tag-line che funziona, in stile cinematografico? (per i più esperti: sì, la prova consiste nel trovare il vostro “elevator pitch”)
Se la risposta è no, ritentate mescolando altri soggetti. Altrimenti, benissimo: avete la vostra idea da sviluppare. Adesso potete passare al punto due del bigino…

…che riguarda la pianificazione. Il consiglio è “pianificate tutto”. Ma proprio tutto. E attenetevi alla pianificazione. Per cui niente frasi della serie: “Eeeh, ma l’ispirazione…”, “Eeeh, ma il momento magico…”
Non si accettano scuse. Scrivere è una cosa seria (e qui ecco rispuntare l’ingegnere che è in me. Perdonatelo).

Personalmente, tendo a utilizzare per l’organizzazione del lavoro sul racconto una versione semplificata di uno strumento tipico del Project Management, la Work Breakdown Structure – perché trovo che scrivere un testo sia di per sé un piccolo progetto. Ma, se la volete fare semplice, lasciate perdere tabelle e pacchetti di lavoro e provate ad attenervi a queste brevi linee guida: per prima cosa, fissate un tempo in cui espandere la vostra trama in una scaletta ben dettagliata. Poi decidete un tot di giorni per stendere la prima bozza e infine fissate una scadenza per rivedere il testo al meglio delle vostre possibilità.
Sottolineo: fissate delle scadenze. Non basta dire: “farò questo e poi quest’altro, e ci vorrà quanto ci vorrà”. Non funziona, neppure se non avete una data di consegna definita. Se trattate la scrittura come trattereste il vostro lavoro d’ufficio, la vostra mente comprenderà che fate sul serio e ingranerà la quinta. Garantito.

E veniamo al terzo punto. Avete trovato l’idea, avete pianificato il vostro lavoro, e anche la trama è stata definita nel dettaglio con un buon brainstorming. Adesso c’è da scrivere. Da dove si comincia? Rullo di tamburi per la terza parola in grassetto del nostro bigino, che è il registro linguistico.

Individuare il giusto registro linguistico è la cosa che trovo più sfidante, più gustosa e divertente dell’arte dello scrivere. Sono convinta che il registro sia il jolly nel Gioco senza Frontiere che è la stesura di un racconto. Se avete una buona idea, la trasforma in una bomba. Se la vostra idea è debolina, scegliere il tono adatto le darà comunque una spinta in avanti. Lo stile più appropriato facilita la sospensione dell’incredulità e trasporta il lettore in un mondo diverso (soprattutto se state narrando in prima persona e tutto è filtrato dal “sentire” del protagonista; ma anche la terza soggettiva, specie nei dialoghi, offre dei bei margini di lavoro sul linguaggio). Così, anche se la storia non gli sarà piaciuta troppo, il lettore vi sarà almeno grato di averlo scaraventato anima e cuore nel Giappone dei samurai, o nell’Italia del 1400, o in un futuro post-apocalittico dove tutti sono ignoranti come capre.
Ma come ottenere questo effetto? Sperimentate. Scrivete tanti incipit molto diversi fra loro, scatenatevi e giocate con le parole senza inibizioni, tanto nessuno vi leggerà finché voi non lo deciderete. Per fare un esempio, se state ambientando la storia nel Giappone feudale, provate una prosa minimalista, asciutta, magari osate qualche tocco poetico. Se invece ad essere feudale è la vostra regione di nascita, telefonate a vostra nonna e riscoprite le sonorità del dialetto più verace, da cui partire per ricamare sul linguaggio.

E se ancora non siete sicuri di riuscire a “sciogliervi” a sufficienza per sperimentare con la voce narrante, aiutatevi con la musica in sottofondo. Un esempio? Alzi la mano chi di voi non si sente immediatamente un’elegante dama/damerino rinascimentale non appena parte il motivetto dell’Almanacco del Giorno Dopo.
La musica appropriata creerà l’atmosfera per scovare il registro giusto. A quel punto potrete scrivere il vostro incipit ideale, peculiare e avvincente, e proseguire a briglia sciolta fino alla fine della prima stesura (sempre seguendo la scaletta, mi raccomando).

Dopodiché non vi resterà che rivedere il tutto, magari con l’aiuto di un amico beta-reader, et voilà, il gioco sarà fatto. Avrete scritto un racconto dignitoso senza impazzire. E magari passando delle ore piacevoli, cosa che a parer mio resta fondamentale.
E non lo è mica soltanto secondo me, intendiamoci. Citando Stephen King: “Scrivere è una questione di felicità. Non riguarda i soldi, la fama, l’ottenere appuntamenti, riuscire a fare sesso o farsi degli amici. Scrivere è magia, è l’acqua della vita come qualsiasi altra forma d’arte. E l’acqua è gratis. Perciò, bevi.”
E se ve lo dice pure lo zio Stephen… ci potete credere, no?


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